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venerdì 4 gennaio 2013

Mi ritorni in mente: Lo spareggio infinito del 1925

..un'immagine della terza partita di finale..


Domenica 6 gennaio 2013 Genoa e Bologna si affronteranno per uno spareggio di bassa classifica. Eppure un tempo, quasi novant’anni fa, furono protagoniste ai vertici delle classifiche di una storia paradossale che, come spesso succede in Italia, vede il calcio specchio della società e dei tempi.
Nel 1925 lo scudetto si assegnava alla vincente di un confronto tra due Leghe, quella Nord e quella Sud. Ogni Lega era divisa in gironi; al Nord, per decidere chi doveva affrontare la regina del Sud (e quasi matematicamente vincere il campionato), dovevano affrontarsi Genoa e Bologna per una rivincita dell’anno precedente in cui i grifoni prevalsero. Le finali prevedevano andata e ritorno, più eventuali spareggi. Il campionato 1924-1925 passerà alla storia proprio per gli spareggi, conditi da un insieme di ingredienti che nella storia italica di questo sport ritorneranno più e più volte. 
L’andata e il ritorno del mese di maggio finirono con lo stesso punteggio: 2-1 per le rispettive squadre ospiti. Già allora, per chi coltivasse qualche dubbio in proposito, il calcio era seguitissimo, e le squadre cittadine erano altrettanti vessilli da seguire in casa e in trasferta, è comprensibile allora come nel primo spareggio, giocato il 7 giugno a Milano, l’impianto sportivo fosse così pieno che gli spettatori si accalcarono a bordo campo, a ridosso delle linee laterali. I genoani andarono in vantaggio per 2-0, molteplici furono le invasioni di campo, e nei minuti finali l’arbitro accerchiato anche da camicie nere bolognesi, fu costretto a convalidare due gol felsinei che le cronache riferiscono come molto irregolari. Alle proteste genoane l’arbitro rispose all’italiana: “Non preoccupatevi, poi quando scriverò il rapporto si ristabilirà il vero vincitore”. I grifoni, rassicurati, non rientrarono nemmeno in campo per i supplementari. E così, la federazione, il cui vicepresidente era il gerarca fascista Arpinati, sfegatato bolognese, si vide arrivare due reclami, quello del Genoa sulla legittimità del risultato del campo, quello del Bologna che non poté disputare i supplementari. La decisione salomonica non poteva essere altro che un nuovo spareggio: stavolta a Torino, il 5 luglio, stadio militarizzato e partita che termina 1-1. Alla stazione di Porta Nuova succede però un evento tragico, preceduto da uno comico. I due treni carichi di tifosi erano predisposti su due binari paralleli, divisi da un treno merci che li ostacolasse e li nascondesse alla vista. A un certo punto, come in un film comico degli anni ’30, il treno merci si muove, e le due tifoserie si ritrovano a fronteggiarsi. È questione di un attimo, vengono alle mani, ci sono anche dei feriti da colpi di pistola.  
Scoppia il finimondo in tutte le sedi, come tuttora accade: in sede politica, in sede federale e anche nell’opinione pubblica. Vengono cambiati i vertici dirigenziali, e indetto ovviamente un nuovo spareggio dopo lunghe battaglie legali e polemiche. L’assurdità, che reputiamo ancora una volta ricorrente alle nostre latitudini, è che la quinta e finalmente decisiva partita si disputò a porte chiuse, alle 7 del mattino del 9 agosto, a Milano, in una sede tenuta segreta sino all’ultimo. Per la cronaca, vinse il Bologna 2-0, lasciapassare per la formalità della finalissima contro l’Alba giocata nello stesso mese d’agosto.
Se fosse una favola a lieto fine potremmo concludere in questo modo: e fu così che il Bologna conquistò il suo primo scudetto in una stupenda giornata di sport e lealtà. Come abbiamo invece visto, molti aspetti si rivelano abbastanza inquietanti anche a distanza di anni: come il pensare che già all’epoca il calcio fosse preda ambita di ambizioni politiche, guerriglie tra tifosi, intervento massiccio delle forze dell’ordine, partite interrotte o giocate a porte chiuse per i disordini degli spettatori (ricorre facile il pensiero alla partita interrotta ieri a Busto Arsizio). 
L’ultimo pensiero va a chi assisterà alla partita di domenica: quanti si ricorderanno di quell’eterno confronto di 88 anni fa? Se qualcuno se ne ricorderà, ne farà tesoro o pretesto per accendere ulteriore rivalità?


venerdì 14 dicembre 2012

Mi ritorni in mente: Luciano Bianciardi



Nasceva a Grosseto, novant'anni fa, Luciano Bianciardi.
In pochi si ricordano di questa straordinaria figura di intellettuale: traduttore, scrittore, giornalista. Perché ricordarlo in questo spazio? Perché negli ultimi anni della sua vita, per sbarcare il lunario, collaborò al Guerin Sportivo diretto da Gianni Brera con una rubrica al fulmicotone in cui rispondeva ai quesiti dei lettori; quesiti che spaziavano dal calcio, ovviamente, fino alla politica, alla storia, alla sociologia, al costume.

Anarchico dalla rigorosa morale (si definiva anarchico nella misura in cui l'anarchia è partecipazione libera, e non coatta, alla società), fu lucido analista dell'Italia e profetico cantore del futuro della società italiana. Cosa ne pensate di queste sue righe, "Se vogliamo che le cose cambino, occorre occupare le banche e far saltare la televisione. Non c'è altra possibile soluzione rivoluzionaria"?

Il suo romanzo più conosciuto, La vita agra (1962), fu un vero e proprio caso letterario. Metteva allo scoperto ipocrisie borghesi e meccanismi della società italiana, il tutto con ironia e sarcasmo agri e geniali. Ne fu tratto anche un film, con Ugo Tognazzi.

Avvicinarsi a questa poliedrica figura da un lato che sembrerebbe minore, cioè dagli interventi sul calcio, potrebbe risultare quasi eretico, e invece è un punto di vista privilegiato. Parlando all'uomo della strada, Bianciardi era chiaro, diretto, e soprattutto molto divertente. Ma ancora più importante per noi, si dimostra tuttora moderno. Aprendo il libro che raccoglie le sue risposte sul Guerin Sportivo, Il fuorigioco mi sta antipatico, si può tranquillamente fare questo gioco: prendere i nomi degli sportivi dell'epoca (Rivera, Schiaffino, Riva, Herrera), ma anche dei politici o attori, cambiarli con quelli attuali (Balottelli, Mourinho, Berlusconi) per scoprire due cose, la prima che ben poco è cambiato a queste latitudini, e la seconda che la sua analisi è, appunto, lucida e trascende il contesto storico in cui operava.

Facciamo due esempi. Riva e Rivera (e anche Herrera) in quegli anni vivevano storie d'amore piuttosto complicate, il pubblico morbosamente ci si attaccava e dava la colpa a quello per il loro calo di rendimento, Bianciardi sosteneva invece che si dovesse lasciarli in pace nella loro sfera privata e giudicarli solo per l'operato in campo. Sostituite il nome "Riva" con "Balotelli" e si avrà l'impressione che Luciano parli a noi.

Un lettore poi si scandalizzava perché i giocatori guadagnavano più dei ministri, e lo riteneva ingiusto. Bianciardi faceva notare che così funziona la legge di mercato, legge che ci siamo scelti. E chiosava facendo notare come le prostitute (escort, pardon) guadagnassero più di sua moglie, era giusto? Come si può vedere, i temi e le tematiche sono ben poco cambiati in quasi quarant'anni.

Bianciardi morì a soli 49 anni, minato dall'alcol in cui si rifugiò, animo forse troppo sensibile alle idiosincrasie dell'Italia del boom economico. Come tutti i profeti, vedeva la realtà e ne comprendeva non solo il presente, ma anche lo stridente futuro che si preannunciava.Lo ricordiamo con due citazioni che ci rendano lo stile, le idee, e l'ingegno di un intellettuale tra i più grandi, e poco conosciuti, degli anni '60:

Il fuorigioco mi sta antipatico, come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio.

Il divorzio, di qualunque tipo, è un rattoppo su qualcosa di finito male. La battaglia per il divorzio è una battaglia di retrovia. Occorre battersi contro il matrimonio.

 


venerdì 7 dicembre 2012

Mi ritorni in mente: Meazza e Zamora, una cavalleresca rivalità


 
Ci sono rivalità passate alla storia che vivono di antitesi.

Platone e Aristotele, raffigurati da Raffaello nelle Stanze Vaticane: uno indica il mondo delle Idee, l'altro ha i piedi ben piantati in terra.

Lo stesso Raffaello e Michelangelo: uno a raffigurare la grazia delle forme, l'altro la tensione spirituale che si esplicita nella tensione dei corpi.

Nello sport, nel tennis: Borg e McEnroe, come Nadal e Federer.

Ma cosa c'è di più antitetico nel calcio se non l'opposizione tra centravanti e portiere? Tra chi deve segnare il punto per la propria squadra, e chi lo deve sventare. Uno a offendere, l'altro a difendere.

Trapassano la storia del pallone i miti di Giuseppe Meazza e Ricardo Zamora, legati ancora nel nostro immaginario da una nobile contesa.

Per il Balilla, così era chiamato il milanese "Peppin" Meazza, il portierone spagnolo di Barcellona fu un rimpianto e uno spauracchio. Proprio per lui che era l'incubo di tutti gli altri numeri uno, le manone del catalano diventavano enormi, gigantesche tenaglie para tutto: ovviamente senza guanti. Ricardo, il basco o una coppola calati in testa a dettare moda, è di diritto nella storia del calcio spagnolo e mondiale. Da capitano vinse con le Furie rosse, prima nazionale di sempre, sul suolo inglese, giocando con una frattura allo sterno. Non per nulla lo chiamavano "El Divino". E ancora oggi un trofeo porta il suo nome, assegnato al portiere che subisce meno reti nel campionato iberico.

Meazza, invece, è ancora considerato da alcuni il più forte giocatore italiano di tutti i tempi. Brera e Prisco così lo pensavano. Geniale, imprevedibile, spietato davanti alla porta inventò il "gol a invito": scartata tutta la difesa avversaria invitava il portiere all'uscita, e allora sceglieva se beffarlo con un tiro a sorpresa o dribblare anche lui per entrare assieme al pallone in porta.

Oltre a partite celebri come Ungheria-Italia 0-5 o Inghilterra-Italia 3-2, Meazza fu protagonista anche nella duplice vittoria dei Mondiali 1934 e 1938. Vittorie discusse, come quel quarto di finale a Firenze: Italia-Spagna che dopo 120 minuti finisce 1-1, Zamora in porta a cui si segnò solo con una scorrettezza, Meazza all'asciutto. Replica della partita il giorno successivo: El Divino non si presenta, Meazza segna e regala alla Nazionale le semifinali. Sarà un caso?

Alla fine il Balilla Peppin riuscirà a infilare un pallone all'angolino della porta di Zamora, un tiro da 15 metri in un'amichevole di club, nel giardino di casa sua, l'Arena di Milano. E Ricardo Zamora uscì dalla sua area, territorio off limits per chiunque, e andò a stringere la mano al cannoniere. Quando due rivalità sono così grandi, non ci sono nemici, ma solo fieri avversari.
 
 
Pubblicato su Datasport e Italiagermania4-3.com il 7 dicembre 2012
http://datasport.it/calcio/2012-2013/mi-ritorni-in-mente-meazza-zamora.htm
e

  
..Raffaello Sanzio da Urbino: disegno di testa di Apostolo, appena battuta all'asta per 37 milioni..
 

venerdì 30 novembre 2012

Mi ritorni in mente: Tanti auguri Udinese

..finale Coppa Italia 1922: Udinese - Vado Ligure..


Ricorre oggi il 116° compleanno di una squadra di serie A. Il 30 novembre 1896 nasceva, infatti, l'Udinese.Nel fare gli auguri alla squadra e ai tifosi friulani vediamo l'occasione per ricordare una tipica parabola delle squadre italiane (magari di provincia) e raccontare così, per sommi capi, una storia: il calcio in Italia e l'Italia con il calcio.
All'inizio il calcio non è il Calcio. Alla fine dell'Ottocento nascono dei gruppi sportivi, magari d'influenze inglesi, che tra le varie discipline prevedono anche il football. A Genova come a Milano le società gli affiancano, ad esempio, il cricket. Curioso il fatto che anche per un altro sport ora molto popolare, il tennis, la culla sia stata una disciplina così tipicamente britannica, oltre al cricket anche il croquet, o talvolta il golf (si pensi a Wimbledon, torneo organizzato ancora da un club che si chiama All England Lawn Tennis and Croquet Club).
A Udine, invece, il calcio si sviluppa all'interno di una polisportiva che predilige principalmente la scherma e la ginnastica. Un gruppetto gioca anche a "calcio ginnastico", una variante italiana, simile però al football inglese: è un periodo di regole non ancora normalizzate.
Bisogna aspettare il 1911 per avere un'associazione calcistica indipendente nel capoluogo friulano. Negli stessi anni, a Milano nasce l'Inter, e gioca già nell'allora serie A. L'Udinese no, parte dalle serie minori e pian piano, da brava formichina di provincia, si conquista l'accesso alla massima serie. Non sono anni semplici, ci sono due guerre di mezzo, il Friuli è zona di frontiera e più di altre regioni soffre gli eventi bellici, spesso è necessario ripianare debiti e buchi di bilancio, e come vedremo sarà quasi una costante della sua storia, almeno fino all'ultimo decennio del secolo scorso.
Anche il secondo dopoguerra è largamente pioneristico per le squadre non di primissima fascia, non ci sono Moratti a Udine, non sbarca Schiaffino o il tricefalo Gre-No-Li, eppure, tra alti e bassi (si legga serie A, B, e anche C), i bianconeri arrivano al secondo posto finale nel 1954-1955, dietro al Milan. Pure all'epoca ci sono gli illeciti sportivi, l'Udinese ritorna in B e si barcamenerà tra le serie principali e quelle cadette fino a ottenere un primato: è la prima squadra a venir sponsorizzata, seppur camuffatamente, nel 1978, dai gelati Sanson, ed è scandalo, ma anche segno precursore dei tempi a venire.
Parallelamente si nota un fenomeno di costume, a Udine, ma anche ad Avellino o in altre realtà, la squadra diventa vessillo di una regione e di una popolazione.
Senza arrivare a fenomeni tipo Barcellona (simbolo della catalanità), anche in Friuli, complice il boom economico e la ricostruzione post terremoto del 1976, il calcio rivela una forte identificazione tra la gente e la bandiera sportiva, manifestandosi nel suo apice con lo slogan "o Zico o Austria".
I primi anni '80 sono l'inizio di una stagione eccitante per i tifosi, la proprietà passa al patron della Zanussi, Lamberto Mazza, che abitua i fans a grosse spese (Zico, Virdis, Mauro, Causio, Edinho), poi per ripianare debiti subentra l'attuale deus ex machina, Giampaolo Pozzo. Ma tra retrocessioni per demeriti sportivi e altre per illeciti vari, bisogna aspettare ancora un po' prima dell'esplosione definitiva della società, che si compie a partire dagli anni '90 con una nuova strategia rivelatasi alla fine vincente, seppur rischiosa: scovare nuovi talenti, farli maturare, e infine offrirli alle grandi squadre. Semplice a dirsi, difficile a farsi, ma con questa proprietà l'Udinese ha scoperto un uovo di Colombo che è diventato gallina dalle uova d'oro. Non mancano flessioni, come quella che si vive quest'anno, ma sicuramente è l'unica via che al giorno d'oggi possono praticare le squadre di provincia che non hanno un bacino di tifosi che competano con quelli delle grandi città come Roma, Milano, Torino e Napoli (per tacere delle squadre inglesi). Salvare il bilancio, offrire buon calcio e arrivare in Europa sono comunque grossi regali fatti agli aficionados.
Auguri Udinese, e un augurio affinchè altre squadre possano trovare esercizi così virtuosi: potrebbe essere l'unica strada per salvare il calcio italiano, soprattutto quello di provincia.
 
Pubblicato su Datasport.it e Italiagermania4-3.com il 30 novembre 2012
http://datasport.it/attualita/2012/approfondimenti/mi-ritorni-in-mente-tanti-auguri-udinese-pozzo-friuli.htm
 

venerdì 23 novembre 2012

Mi ritorni in mente: ..o tempora, o petroldollares..

..il famoso O Zico O Austria..

Quasi trent'anni fa tutti i tifosi del calcio italiano salutavano con indistinta trepidazione l'arrivo di Arthur Antunes Coimbra, meglio noto come Zico (tradotto in: furetto). In Friuli la trepidazione, forse per la prima e ultima volta a tali latitudini, raggiungeva vette di fanatismo. Portato dal recentemente scomparso presidente Mazza, fu la telenovela del calciomercato 1983. Altro che Mister X...
Ma come mai Zico scelse la serie A e soprattutto scelse Udine?Reduce dalla vittoria al Mondiale, l'Italia era l'Eldorado per i giocatori dell'epoca: non c'erano ancora gli emiri a far scappare i campioni dalla penisola. Bastava il prestigio della serie A per far scegliere a un campionissimo brasiliano anche un posto in una squadra di seconda fascia italica.
Ora dall'Italia i fuoriclasse se ne vanno e entrano solo belle speranze, peraltro pagate fior di quattrini per poi passare stagioni in panchina (vero Edu Vargas, Maicosuel e compagnia bella?).
Non è il momento dei rimpianti, ma ci si può permettere un: ridateci i sogni che i campioni regalano a forza di punizioni e passaggi filtranti. Altrimenti meglio i giovani nostrani, anche se poi saranno proprio loro a lasciarci per le lusinghe dei petroldollari e a infiorettare campionati d'oltralpe pur se già idoli di tifoserie e città.
Non aspettiamoci più i Platini, i Maradona e i Van Basten venuti da fuori a disegnare parabole da illusionisti. L'Eldorado è ora altrove.
Per il momento, in attesa di tempi migliori, accontentiamoci di ricordare le punizioni a foglia morta, i colpi di tacco, ma soprattutto le piazze piene, a Napoli come a Udine. E a ricercare tra noi un talento più cristallino da coltivare come fosse un sogno nel cassetto..
 
Pubblicato su Italiagermania4-3.com e su Datasport.it il 23 novembre 2012
http://www.datasport.it/attualita/2012/approfondimenti/mi-ritorni-in-mente-o-tempora-o-petroldollares.htm
 

venerdì 16 novembre 2012

Mi ritorni in mente: Pepe Schiaffino

..lo stile peperino di Schiaffino..
  
Il 13 novembre di dieci anni fa moriva Juan Alberto Schiaffino. Detto Pepe: le madri riconoscono subito le qualità, piacevoli o spiacevoli che siano, dei loro figli. Nato a Montevideo nel 1925 ha rappresentato un mito nei due mondi cari anche a Garibaldi. Con la nazionale uruguagia ha creato un mito, in Italia ha reso grande il Milan. È considerato uno dei più grandi di sempre e ha fatto da chioccia a un certo Gianni Rivera. Andiamo però con ordine nel tentativo di dare un'idea non solo del calciatore e dell'uomo Schiaffino, ma anche di un ambiente e di un calcio entrato ormai nell'era del mito.
Il piccolo Pepe (raggiungerà il metro e 75 per al massimo 70 chili) nasce a Montevideo, nipote di un immigrato ligure, pare di Camogli; calcia i primi palloni fino a seguire le orme del fratello e approdare nel Penarol. I primi anni è costretto a fare un altro lavoro per sbarcare il lunario come l'operaio o il fornaio. Si impone finalmente in prima squadra, come centrocampista, ragioniere del campo rettangolare, ma anche, come dirà Gianni Brera in anni successivi, illuminava il gioco con la semplicità dei grandi. Era innato in lui il senso della posizione, ma soprattutto aveva carisma. Era nato leader, ma sui generis. Spesso taciturno, introverso, non di rado in disaccordo con allenatori e compagni, tendeva a fare di testa sua, ma con un cipiglio da giocatore maturo già in giovane età.
Non potevano non aprirsi per lui le porte della nazionale, La Celeste; e proprio in occasione di un mondiale che diverrà epopea. Nel 1950, infatti, i Mondiali si svolgevano in Brasile. Inutile dire che tutto pendeva dalla parte dei padroni di casa, figurarsi che già prima della partita decisiva tra le due compagini (ai carioca sarebbe bastato un pareggio) si sprecavano i proclami da trionfatori e i discorsi celebrativi. Il Maracanà ribolliva, a maggior ragione dopo l'1-0 dei brasiliani. Colpiti nell'orgoglio, gli uruguagi, guidati dal leggendario capitano Obdulio Varela (con cui però Schiaffino non andava d'accordo), reagiscono pareggiando con una rete del nostro Pepe. Lo stadio ammutolisce, il gelo si tramuta in tragedia quando Schiaffino confeziona un assist che porta l'Uruguay a vincere la Coppa Rimet, nella tana del leone. Si conteranno diversi suicidi e infarti tra i tifosi brasiliani, inutile sottolineare come quella partita diventò da subito mito.
Dovranno però passare altri quattro anni prima che Pepe Schiaffino trovi un accordo con una squadra italiana. È il Milan del presidente Rizzoli a comprarlo, bruciando la concorrenza del Genoa. Pepe arriva in Italia a 29 anni suonati, ma è tutt'altro che sul viale del tramonto. Parsimonioso fuori dal campo (è inoltre il primo a gestire la propria carriera con piglio imprenditoriale) è generoso nelle sue giocate, geniale inventore del tackle in scivolata da dietro. Con il Diavolo vince tre scudetti in sei anni e segna 60 reti, portando i milanisti a giocare anche una finale di Coppa Campioni. Non bastano queste aride cifre per dare l'idea di chi in patria era considerato semplicemente il Dios del Futbol e in Italia Il Calcio per antonomasia e che con il celeberrimo Gre-No-Li, ma anche con Buffon e Cesare Maldini, e poi con Altafini fece parte di un Milan da sogno. Da oriundo (per Bianciardi il migliore di tutti, più di Sivori per intenderci) sarà anche convocato in Nazionale Italiana, senza fortuna, molto probabilmente per incompatibilità con gli allenatori dell'epoca e per la sfortuna di non essere risucito a portare, unica volta nella storia patria, gli Azzurri al Mondiale di Svezia (1958).
È paradigmatico, infine, di una concezione calcistica l'ultimo spezzone della sua carriera, viene ceduto alla Roma e retrocede in campo posizionandosi davanti al portiere a dirigere i compagni e ad allevare futuri campioni, come De Sisti: così facevano a quei tempi.
Ritornerà infine in Uruguay tentando senza convinzione né buona sorte la carriera di allenatore (eppure sembrava esserlo in campo) e quindi optò per la carriera di imprenditore, in cui, da buon genovese, era senz'altro portato.
Di lui disse Eduardo Galeano: "Schiaffino, con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio". Ora scruta dall'alto dell'Olimpo calcistico assieme ai più grandi di sempre.

venerdì 9 novembre 2012

Mi ritorni in mente: Pasolini calciatore profetico

..mancino poetico..
 
Esattamente una settimana fa ricorreva l'anniversario della morte brutale di Pier Paolo Pasolini. A 53 anni l'Italia perdeva uno degli ultimi intellettuali che abbiano potuto fregiarsi pienamente di tal nome. Perché lo vogliamo ricordare anche noi? Per tre motivi:
 
- Il primo perché non tutti sanno quanto Pasolini fosse innamorato, appassionato, fanatico del calcio. Alla domanda di Enzo BiagiSenza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?” rispose: “Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”. Attenzione, non un calciatore: un BRAVO calciatore. Perché Pasolini ha sempre giocato a calcio, da Casarsa (Pordenone), in cui visse da adolescente, a Bologna dove da ragazzo divenne tifoso della squadra felsinea che allora per lui era “il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone”. E ancora si ricordano le partite tra le varie troupe cinematografiche quando già era affermato regista.
 
- Il secondo motivo è legato a una stagione, una stagione in cui il calcio era raccontato, letto, disaminato da scrittori e giornalisti di caratura altissima. Di questi pochi ne possiamo paragonare con chi oggi ne ha preso il posto. Mi riferisco a Pasolini, ma anche a Brera, Bianciardi e in altri sport a Clerici e Tommasi.
 
- La terza ragione ha a che vedere con la visione, modernissima e poetica del calcio che aveva Pasolini. Visione modernissima perché era un vero appassionato, lo seguiva, si intendeva di tecnica e tattiche e perciò fu profetico come lo fu in altri ambiti (si ripensi alle sue analisi politiche, di costume, di sociologia televisiva, letterarie): “Il segreto del gioco moderno, sul piano individuale, è l’esattezza massima alla massima velocità, correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti”. Se non è profezia questa… E poi intervistare i giocatori del Bologna, come fece con, tra gli altri, Giacomo Bulgarelli, nel film documentario Comizi d’amore su tematiche quali l’amore e la sessualità, è anticipare di almeno trent’anni qualunque altro discorso su queste tematiche coinvoglendo anche calciatori. Peccato che ancora nel calcio sussistano diversi tabù (leggasi: omosessualità).
 
Chiudiamo citando il poeta friulano per dare esempio della sua visione romantica del calcio:
 
Il gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Anche il dribbling è di per sé poetico. Infatti il sogno di ogni giocatore è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se si può immaginare una cosa sublime è proprio questa”.
 
I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo "Stukas": ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso”.
 
..“E so come sia terso in questo ottobre
il colle di San Luca sopra il mare 
di teste che copre il cerchio dello stadio”..
 
 
Pubblicato su Italiagermania4-3.com e su Datasport.it il 09 novembre 2012
 
 
 

martedì 6 novembre 2012

Football Clan: La rete della camorra

Seconda parte in cui ripercorriamo sulle orme del libro Football clan di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo come il pallone sia finito nella rete della camorra. Come sono stati coinvolti Maradona, Balotelli, Cannavaro, Chinaglia e Lavezzi in un gioco più grande di loro? Come fa la camorra a insinuarsi e a prendere controllo di intere società di calcio?




Continua il nostro viaggio alla scoperta del libro Football clan del magistrato Raffaele Cantone e del giornalista Gianluca Di Feo. Nella prima parte che trovate qui, abbiamo introdotto la pubblicazione, ora iniziamo ad entrare nel cuore del libro e nella sezione dedicata alla rete della camorra. Per motivi di spazio ci limiteremo a raccontare a grandi linee solo il rapporto camorra e calcio, ma il libro descrive più dettagliatamente i nodi che coinvolgono anche altri ambiti. Dalla canzone alla politica, dalle imprese di costruzione allo spaccio di droga.
Quando è iniziato tutto? Quando il calcio è diventato qualcosa di più di uno sport per malfattori di diversa fatta? Gli autori individuano un preciso momento storico nel mondiale argentino del 1978. Forse per la prima volta la televisione, ormai a colori, diventa il veicolo privilegiato del calcio. Ma non solo, anche veicolo di propaganda a livello planetario. È l’Argentina della giunta militare che forzò l’evento sportivo per ridurlo a uno spot di potere politico e dittatoriale. Nel frattempo, in Campania, Raffaele Cutolo (il don Raffaè di De André) guida la camorra nella modernità della criminalità organizzata. Come Totò Riina a Corleone, i Cutolo mettono fine alla camorra di carattere e ne fanno un’organizzazione mondiale implicata come una piovra in mille meandri di attività con un solo scopo: il potere. Non contano quasi più i soldi, conta il controllo: del territorio e della gente. E qual è uno dei passatempi più vicini alla gente se non il calcio? Tempi addietro farsi vedere alle processioni del paese, essere omaggiati dalla statua paesana era la patente di celebrità massima; ora che i tempi son cambiati e che il pallone è la religione più diffusa, i boss se ne fanno vanto e lo usano come strumento per entrare in tutti gli strati sociali.
Ecco allora come si spiega la visita del presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, in compagnia di Juary, campione brasiliano finito in Irpinia in quella stagione tanto magica quanto dubbia, a Raffaele Cutolo, allora rinchiuso in un’aula di tribunale a Napoli e in attesa di processo. È il primo, plateale, sfacciato riconoscimento a un boss in cui viene sfoggiato un calciatore famoso. C’è chi si indigna: Luigi Necco, telecronista RAI, denuncia questa collusione alla Domenica Sportiva. La domenica successiva tre sicari lo gambizzano, una punizione tipica del clan dei cutoliani: è un avvertimento per lui, e per tutti. Era il 1980.
Lo stesso anno del primo scandalo del Totonero, le scommesse illecite e le partite truccate. Grande fu lo shock mediatico in tutta Italia, coinvolte tra le altre Milan e Lazio, e giocatori già idoli come Paolo Rossi Bruno Giordano. Un terremoto che avrebbe potuto dare al sistema calcio italiano gli anticorpi che in futuro (si legga: oggi) sarebbero stati determinanti. E invece, complice il Mundial 1982 e l’amnistia che coinvolse un po’ tutti, complice la giustizia ordinaria impreparata e quella sportiva inadeguata, quegli anticorpi non si svilupperanno mai, e ora ne paghiamo le conseguenze.
Da quella stagione, ancora in parte oscura, arriviamo a Maradona. Restiamo però in Campania, a Napoli, dove ai Cutolo si sostituiscono dopo sanguinose lotte, faide e controfaide, i Giuliano. Maradona è stato ed è molte cose. Per Napoli era (è) un dio. Ci fu la lotta tra i clan per chi potesse avere la possibilità di fregiarsi della sua amicizia: uno spot che tra i bassifondi di Spaccanapoli equivaleva a una bandiera perennemente sventolante. Naturale dunque che la polizia ritrovi un intero album (per alcuni sono fotomontaggi) che ritraggono El pibe de oro assieme ai Giuliano nella vasca da bagno a forma di conchiglia.
Ma è il 1986, il Napoli è alla caccia dello scudetto: impossibile divulgarle per motivi di ordine pubblico. Sarà un’altra occasione persa per la produzione di anticorpi al virus delle infiltrazioni camorristiche.
E proprio le foto sembrano anche ai nostri giorni un vero e proprio status symbol per i camorristi, ma non solo. Si pensi al giovane tatuatore napoletano che sulla sua pagina facebook mise una foto dell'ignaro Pocho Lavezzi: uno spot gratuito che più efficace non si può. Peccato che i colleghi non la prendano benissimo: quel tatuatore finirà ammazzato per mano della camorra. Anche così ci si contende l’immagine dei calciatori, non solo attraverso le campagne pubblicitarie delle multinazionali. Altri esempi? Le foto di Hamsik, ma anche la presenza di Balotelli a Scampia. Che ci fa uno come SuperMario nel bel mezzo del territorio camorristico che ogni giorno è teatro di aspre lotte tra cosche rivali e i tentativi delle forze dell’ordine di portare un po’ di legalità? Gli interrogatori del talento italiano più cristallino sono ancora secretati, l’entourage del giocatore fa sapere che Mario, letto il libro Gomorra, volle andare a vedere di persona il quartiere simbolo della camorra di oggi. Altre versioni sostengono che l’onore della visita del campione fu divisa tra gli Scissionisti Antonio Lo Russo, un membro di una delle famiglie più potenti e super tifoso di calcio, tanto da seguire le partite del Napoli da bordo campo, come vediamo nella foto qua a latoSpesso i calciatori sono vittime più o meno inconsapevoli, lo stesso Balotelli ammette di essere stato “ingenuo”. Ma come fanno questi malavitosi ad arrivare a uno come SuperMario?
Già, la questione è proprio questa: come ci si infiltra tra le maglie di una società che ha mille occhi e che è attenta alle persone con cui ti incontri? C’è bisogno di intermediari. Persone che stanno di qua e di là della frontiera. Imprenditori iperattivi, senza grossi scrupoli, faccendieri introdotti nelle camere segrete dove si decidono il destino di grossi capitali frutto di azioni malavitose. Ad esempio come lo sono i milioni, miliardi di euro che devono essere riciclati. E qual è una delle attività principali con cui si possono riciclare ingenti somme di denaro sporco? Storicamente lo sono ristoranti e pizzerie. È notizia recente che in Germania, a detta dello stato tedesco, sono aumentate le aperture di pizzerie e ristoranti, grazie a soldi riciclati, in maniera esponenziale. Ovviamente anche da noi questo è un sistema molto usato e anche qui ci entra il pallone: come? Si prende, ad esempio, un giocatore famoso, lo si fa entrare come socio con quote di favore e lo si usa come prestigioso testimonial. È quello che è successo a Fabio Cannavaro, che si è visto convocato dagli inquirenti per avere spiegazioni sul suo rapporto con Marco Iorio, imprenditore e ristoratore di successo grazie anche al nome di Cannavaro. È un’inchiesta ancora in corso, e non tutti i legami sono stati chiariti. Certo è che tutti si professano innocenti, al massimo si autoaccusano di “ingenuità”.
Però non c’è solo il calcio della serie A. Ci sono i campi di periferia: lontani dalle città, i paesi si uniscono non più nella piazza o attorno al campanile, ma nel campo sportivo. Dalle Alpi alla Sicilia, c’è un intero movimento animato dalla passione sportiva, dalle antiche rivalità campanilistiche, che ogni domenica si riversa nel calcio dei dilettanti o dei semi-pro. Che ghiotta occasione per la camorra! Portare in alto la squadra del paese, acquisire celebrità, prestigio agli occhi del territorio, addirittura usare la squadra per competere nella supremazia all’interno della cosca. È quello che è successo a Mondragone nei primissimi anni ‘90. Il presidente Pagliuca arriva ai vertici della squadra e la usa come spot domenicale, quasi a voler insidiare il potere del boss Augusto La Torre che nel frattempo si trova in prigione. Pagliuca verrà ammazzato mentre al bar del paese sedeva con moglie e figli. Il Mondragone decadrà con lui. Come successe all’Albanova, allora in C2, arrivata a un passo dalla C1. Poi in due anni, decade il boss, decadono le squadre. Ecco l’effetto delle mafie sul calcio paesano, quello che si vorrebbe, almeno lui, più puro del calcio professionistico di ultima generazione.
E poi c’è un altro movimento: quello che dal basso, dai boss della periferia, cerca di raggiungere le vette. È uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni. Giorgio Chinaglia, recentemente scomparso, usato (non si saprà mai quanto involontariamente) per arrivare a mettere le mani sulla presidenza della Lazio. Pressioni da ogni lato sull’attuale presidente Lotito. Non solo a livello dirigenziale, con una vera e propria macchina da guerra messa in piedi da Giuseppe Diana con avvocati, commercialisti, faccendieri vari a sostenere nell’ombra lui, Long John, un vessillo per i tifosi laziali, ma anche gli stessi supporter che fecero la loro parte nell’esercitare influenze varie su Lotito. Come tutti sappiamo l’inchiesta anticamorra dei pm di Napoli ha spezzato il sogno di Re Giorgio, morto quest’anno da latitante negli StatesDiana, il camorrista che tentava la scalata, ha preferito sparire, di certo portandosi con sé diversi milioni di euro.
Ma che cosa cerca la camorra in una delle squadre più in vista di serie A? Quello che cercava nelle tribune di periferia: contatti. Accomunati da una fede calcistica, nelle tribune non si fa solo il tifo, si stringono alleanze, si definiscono simpatie e antipatie, insomma, si tirano le fila che muovono pupi e marionette, in un ballo macabro che alla fine costa molto ai veri tifosi. I veri tifosi che vanno allo stadio ormai con il dubbio di vedere una partita onesta, ma anche con la paura di essere circondati dagli ultras. Gli hooligans nostrani non hanno nulla da invidiare a quelli di altre nazioni, anzi, secondo la polizia, la camorra, la criminalità organizzata in generale, è ben presente in diversi settori delle curve. È un rapporto ambivalente: le curve forniscono gente disposta se non a tutto, a molto; alcuni gruppi delle curve ricevono protezione, soldi e contatti privilegiati con giocatori e dirigenti. Ma di questo continueremo a parlare la prossima settimana addentrandoci nel campionato delle mafie...


Gli estremi del libro:
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012.
Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008
 
Pubblicato su Vavel e Italiagermania4-3.com il 06 novembre 2012

sabato 3 novembre 2012

Mi ritorni in mente: Quando gli dei compiono gli anni..

..la mano de dios del pibe de oro..


Martedì scorso, 30 ottobre, ricorreva l'anniversario della venuta al mondo di Diego Armando Maradona.
È strano per tutti vedere come passino gli anni, c’è chi se li sente addosso e chi li vede accumularsi negli altri. Solo lui, El pibe de oro, il ragazzo d’oro, sembra sempre uguale a sé stesso, forse perché non è mai stato uguale a niente e a nessuno.

Nessun paragone è mai stato davvero possibile con lui. Eduardo Galeano, uno dei più grandi scrittori viventi del Sudamerica, e forse il più grande scrittore di calcio, dice di Dieguito: “Maradona è incontrollabile quando parla, molto di più quando gioca”. E la sua vita è stata e sembra ancora un gioco eterno, con il pallone tra le gambe, i piedi ben piantati in terra, ma la testa, e le gambe, e le mani quasi protese verso il futuro, verso il cielo.

Nel nostro piccolo vogliamo ricordarlo nella sua sfera sacrale.
Non è un caso se per lui, da lui, si è coniata l’espressione Mano de Dios. E non è un caso che in molti vedano Maradona circonfuso da un’aura sacra, come i Re Taumaturghi di un tempo, come i sovrani asiatici paragonati al Sole. Dice Emir Kusturica, nel suo Maradona by Kusturica: “È un dio. E agli dei si perdona tutto”.

Canta Manu Chao con i Mano Negra: “Santa Maradona priez pour moi”, Santa Maradona prega per me. Nei campi da calcio è sempre stato l’Onnipotente, lui che ha travalicato le leggi della fisica usando un corpo che a vedersi sembrerebbe adatto solo al subbuteo, facendo passare, scendere e salire palloni quasi contro le leggi dell’impermeabilità dei corpi e della gravitazione universale, lui che per davvero, per una città intiera è stato al pari di San Gennaro e per una nazione una divinità azteca. E pensare cosa avrebbe potuto fare se non si fosse fatto di cocaina (parole sue). Paradiso e inferno in un corpo solo.


Per molti è dunque un dio, anzi un Dio con la D maiuscola. Ci rieferiamo alla Iglesia Maradoniana, che conta ormai 120.000 adepti e per cui, ovviamente, martedì scorso era Natale dell’anno 52 d.D. (dopo Diego).

E così pregano loro:
Diego nuestro que estás en las canchas. 
Santificada sea a tu zurda, venga a nosotros tu magia. 
Háganse tus goles recordar en la Tierra como en el Cielo.
Danos hoy la magia de cada día, perdona a los ingleses, 
como nosotros perdonamos la mafia napolitana, 
no nos dejes caer en off-side y líbranos de Havellange y Pelé. Diego!

Diego nostro che sei nei campi
santificato sia il tuo sinistro, venga a noi la tua magia.
Possano i tuoi gol ricordarsi in Terra come in Cielo.
Dacci oggi la magia quotidiana, perdona gli inglesi
come noi perdoniamo la mafia napoletana,
non ci far cadere in off-side e liberaci da Havelange e Pelé. Diego!


Articolo pubblicato su Datasport.it e Italiagermania4-3.com il 03 novembre 2012
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Bidoni: l'incubo

Furio Zara, Bidoni: l'incubo.
Da Aaltonen a Zavarov 100 storie di campioni in teoria, brocchi di razza, guitti, avventurieri e giullari del calcio italiano dal 1980 a oggi.
 
Prefazione di Gianni Mura. Milano, Kowalski, 2006. ISBN: 88-7496-719-5. 271 p., 10,00 euro.
 

mercoledì 31 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: Short Players

..come agli dei, a Maradona si perdona tutto..
 
Quell'attaccante è troppo grande. No, troppo piccolo. Troppo magro, troppo grasso. Questione di gusti? Questione di mode o di moduli?

Già, perché negli anni '90, l'attaccante doveva essere alto almeno 1 e 90 e pesare 90 chili di muscoli. Boksic, Vieri e Weah erano il modello. Ovviamente con eccezioni come Chiesa o Signori. Però si puntava a quello standard, all'attaccante di sfondamento. Al Bierhoff che scardinasse le difese e risolvesse le partite con un colpo di testa su calcio d'angolo. Era un calcio bloccato, le difese avevano bisogno di rilanciare la palla e trovare una torre che la difendesse per rifiatare. Il puntero doveva essere massiccio. Tanto da cercare di modificare il fisico e mettere a rischio tendini, muscoli e articolazioni.

Come nel caso di Ronaldo (quello vero, quello brasiliano). Arrivò in Italia molto più magro, con una massa muscolare molto meno accentuata di quando la lasciò. Poi iniziò a mettere su chili, prima di muscoli, poi di altro, ma questa è un'altra storia. Ci si è riprovato con Pato. Arrivò qualche anno fa in Italia meno muscoloso di quanto non lo sia ora: che ciò possa essere una concausa dei suoi problemi muscolari?

Alla fine la moda cambia, per necessità o per virtù, e quest'anno saremo costretti a fare i conti con attaccanti d'altezza minore. Andati via Ibrahimovic, passano di moda i Borriello, rimangono i short players. D'ingaggio, di statura e di età.

Soprattutto sono giovani. Prima, Giovinco era considerato troppo basso e minuto per giocare nella Juve, ora sta diventando una pedina chiave anche della Nazionale: effetto moda Barcellona? O effetto dell'antico far di necessità virtù?

Comunque, anche questo conta relativamente: Maradona non era alto, non era magro e non era muscoloso; e nessuno gli ha mai detto che non andava bene. E Messi è considerato il migliore di questi tempi di difensori comunque muscolari.

Cambiano i tempi, cambiano le mode, i pesi e le misure; rimane solo il genio calcistico. Quello sì, rimane senza misure e senza tempo.
 
 
Pubblicato su Datasport e Italiagermania4-3.com il 26 ottobre 2012
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martedì 30 ottobre 2012

Football Clan: Introduzione alle mafie nel calcio - Prima Parte

In cinque puntate a cadenza settimanale vogliamo raccontarvi un libro appena uscito, Football Clan, e ragionare con voi dello sport più bello del mondo e di quali rischi corra in Italia. E parleremo anche di Maradona e di un calcio trasformato a partire dal Mondiale argentino dei Colonnelli, di Balotelli e delle foto compromettenti di molti giocatori di oggi.

 
 
 
 
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012. Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008

giovedì 25 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: Il primo derby non si scorda mai

 
 
Ieri, 18 ottobre, era il compleanno del derby di Milano; il 104esimo anniversario del primissimo incontro/scontro tra milanisti e interisti che avvenne all'estero, in Svizzera, nel 1908.
Da circa 6 mesi, 44 appartenenti al Milan Foot-Ball and Cricket Club si erano staccati per fondare una società nuova, il Foot-Ball Club Internazionale; i motivi del distacco erano legati all'opportunità o meno di tesserare giocatori stranieri nelle proprie fila, ed ecco spiegato anche il motivo di quel nome: Internazionale.
Dunque erano trascorsi solo pochi mesi dal dissidio, ma in Svizzera andarono entrambe le squadre a giocare la Coppa Chiasso, una manifestazione di una giornata che si teneva per il terzo anno consecutivo, sarebbe poi stato anche l'ultimo, e a cui il Milan aveva sempre partecipato. Fu l'occasione per la prima di una lunga serie di confronti sportivi e non, e il battesimo di uno dei più noti e celebrati derby del mondo. Non si sa molto di quella giornata, non c'erano le televisioni ad ogni angolo fuori e dentro il campo come ora; non c'erano inviati da tutto il mondo, decine di migliaia di tifosi, twittate con cui cinguettare e scambiare foto. Possiamo solo immaginarci com'era e cos'era il calcio nel 1908 e appoggiarci a scarni resoconti di qualche giornale come La Lettura Sportiva, La Gazzetta o il Corriere della Sera. Non si è sicuri nemmeno del tabellino: come è giusto che sia, le origini di una storia così non possono altro che essere mitiche e affondare in una memoria magica. Stando a queste storie, in finale il Milan avrebbe prevalso sull'Internazionale per 2 a 1; vennero giocati due tempi da 25 minuti l'uno e gli spettatori dovrebbero essere stati circa 2000 per un incasso di 400 franchi svizzeri.
I giocatori si saranno mossi in treno, non in aerei privati, come fosse una scampagnata. Si giocava di domenica, perché gli altri giorni si lavorava, e non nei campetti di Milanello o di Appiano Gentile, ma nelle fabbriche e nelle botteghe. Non c'erano di certo integratori, ma del vino casereccio a irrobustire le forze e cestini da picnic imbottiti di salumi per il viaggio.
Fu il pioneristico preludio di tanti altri match tra le due squadre, ad iniziare dal primo scontro in campionato che occorse tre mesi dopo, in una fredda domenica di gennaio del 1909: ancora il Milan a vincere per un goal di distacco, 3 a 2 stavolta.
Dei derby di ora sappiamo tutto, forse anche troppo; ci piace però l'idea di avere almeno una scorta di partite mitiche da fantasticare ognuno nella propria testa, secondo il proprio gusto e secondo il proprio tifo. E pazienza se non c'era la moviola a far discutere per tutta la settimana successiva..
 
 
Pubblicato su Datasport.it e su Italiagermania4-3.com il 19 ottobre 2012

domenica 14 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: A scuola dall'Est



Vlado Petkovic, allenatore della Lazio nato a Sarajevo nel 1963, sta facendo un gran bel lavoro a Roma, tanto da meritarsi i complimenti di un presidente considerato "difficile" come Lotito. Mai i biancocelesti erano partiti così forte in campionato e in Europa in questa gestione presidenziale. Petkovic è stato anche buon centrocampista con la squadra della città natale, ora capitale della Bosnia ed Erzegovina; lo possiamo quindi considerare prodotto di quella scuola dell'Europa orientale che tanto ha dato alla storia del calcio, basti pensare all'Ungheria di Puskas, e molto ha dato anche al calcio italico. Gli allenatori dell'Est sono forse i pochi rappresentanti tra gli allenatori stranieri ad essere sempre stati presenti sulle panchine italiane a partire sin dall'inizio dei campionati nazionali. Solo negli ultimi anni ricordiamo la presenza di Boskov, Sinisa Mihajlovic e del boemo Zdenek Zeman, curiosamente seduto sull'altra sponda capitolina. 
Ma chi fu il primo allenatore di successo in Italia a provenire dall'Europa orientale? Dobbiamo risalire al campionato 1925-1926, quando dalla panchina della Juventus dirigeva i bianconeri l'ungherese Jeno Károly. Una bella e triste storia di calcio, la sua. Esponente di quell'Ungheria di fenomeni che sconfisse anche gli Azzurri per 6-1 nella famosa partita del 26 maggio 1910 (suo il quarto gol magiaro), partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912 per poi valicare le Alpi e iniziare a guidare come coach il Savona: era il 1920. Tre anni dopo Edoardo Agnelli lo volle alla Juventus, divenne così il primo allenatore professionista a guidare i torinesi; precedentemente, come usava, c'era una sorta di autogestione da parte dei giocatori. Sono gli anni pioneristici del calcio in Italia e si aveva molto da imparare da inglesi e ungheresi. Károly riuscì a portare la squadra juventina in vetta ai campionati in soli tre anni. 
Purtroppo Jeno Károly morì improvvisamente in seguito ad un attacco cardiaco che lo colse il 28 luglio 1926, a soli 40 anni. Pochi giorni dopo la Juventus avrebbe vinto lo spareggio della Finale Lega Nord di Prima Divisione contro il Bologna, per poi andare a vincere il titolo nazionale. Il vincitore morale di quello scudetto fu di certo lui: Jeno Károly, nato a Budapest e chiamato in Italia a insegnare calcio.

Pubblicato su Datasport e su ItaliaGermania4-3 il 14 ottobre 2012

sabato 6 ottobre 2012


Roberto Baggio

Una porta nel cielo. Un'autobiografia. 



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Prefazione di Daisaku Ikeda; interviste a cura di Enrico Mattesini, testi a cura di Enrico Mattesini e Andrea Scanzi; coordinamento e contributi di Ivan Zazzaroni; appendice statistica a cura di Elio Barraco. 6a ed. con statistiche aggiornate. Storie e miti; 48. ISBN: 88-88551-92-1. Arezzo, Limina, 2005, pp. 280; 14,98 euro.

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Roberto Baggio. 
Basta il nome per evocare ricordi e magie, incazzature e gioie, nostalgia e meraviglia.
Solo lui rimane fermo a sé stesso. Impassibile. Come insegna la scuola buddhista di cui da anni è parte. 
Anche chi non ha vissuto, o non ha vissuto appieno quegli anni calcistici, dice di sapere chi è Roberto Baggio. Non è così. Anche il più devoto al dio pallone non sa diverse cose su Baggio. Non le sa perché non sono mai state raccontate dalla stampa, perché Baggio è uno che tace e aspetta. 
In questo libro alcune cose le racconta, non tutte, altrimenti non sarebbe Baggio, ma alcune sì, e le racconta dal suo sguardo. O meglio, non è che racconti la sua versione dei fatti, ma i fatti attraverso la sua visione che è soprattutto emotiva, selettiva, passionale.
Passione è una parola chiave di questo libro: la passione è l'unico motivo che può spingere un ragazzino che non ha mai giocato in serie A ad andare al di là di un infortunio al ginocchio che per 16 anni ti costringe a giocare zoppo, ad allenarti di più, meglio e sempre. I soldi verranno poi, e se a uno richiedono di fare il professionista, ti costringono a cambiare città contro la tua volontà, beh, allora è giusto che si cerchi di trarne il massimo profitto.
È un libro che cerca di andare al di là del calcio come fattore puramente sportivo. È scritto bene, da diverse mani sapienti, e costruito come una lunga intervista sulle tematiche che hanno sempre incuriosito il grande pubblico; sullo sfondo troviamo la sua parabola da numero 10 per definizione, in ordine più o meno cronologico.
La Nazionale, i presidenti, gli allenatori, i tifosi: quando uno smette deve necessariamente selezionare le gioie da portarsi nel cuore, i momenti dolorosi si selezionano da soli. Su tutti, quel rigore a Pasadena: se ti chiami Massaro o Baresi puoi sbagliarlo, quel rigore. Se ti chiami Baggio, quel rigore viene a visitarti per molte notti, anche se probabilmente sarebbe stato ininfluente. 
Anche i tifosi fanno male, quando ti fanno pagare colpe non tue. I presidenti poi ti portano alla realtà del calcio peggiore.
E infine ci sono loro: gli allenatori. Per un numero 10 alla Baggio è un terno al lotto. Se ti ritrovi ad essere imbrigliato negli schemi, tu che sei fatto per romperli, passerai diverso tempo a pensare in panchina (pensare fa male, a un fantasista). Peggio ancora succederà quando l'allenatore vuole essere il protagonista. E tu sei amato da tutti, tifosi, giornalisti, perché incarni il sogno per definizione del calcio: il dribbling e il tocco sopraffino, la voglia di stupirsi e stupire, e questo non ti viene perdonato da un allenatore primadonna. E quei tre allora fanno finta di non capirti: Sacchi, Ulivieri e soprattutto Lippi. Per fortuna ci sono uomini che ti riconciliano con il mondo, come Mazzone
A proposito di uomini: è di questo che in realtà parla il libro. Gli amici veri: ristoratori che diventano compagni di caccia e vittime di scherzi pesanti. Della ricerca di una spiritualità profonda, impegnativa, che tiri fuori il meglio di te come uomo e nel contempo ti riempia di energie da espandere a chi ti circonda. E poi di lunghe ore leggere passate a pregare, o appostati a caccia; che poi è la stessa cosa. Di una terra nuova da amare, l'Argentina degli argentini veri, non di quella per turisti.
E la famiglia come un rifugio, ma anche un gioiello prezioso da custodire nel silenzio, da nascondere al vortice impazzito che il calcio spesso è. Allora anche il ricordo di un rigore calciato in curva può fare meno male.

Pubblicato su Italia Germania 4-3 il 6 ottobre 2012

venerdì 5 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: Canguri d'Italia

..Bob Vieri, cioè Roberto..



Alessandro Del Piero è ormai già in Australia e si prepara alla prima partita.

Non in America, non in Europa, ma in Australia, nell'Altro Mondo: downunder, come dicono gli inglesi. Nel mondo rovesciato: dove l'estate è inverno, l'inverno è estate e il loro calcio è il rugby, o il cricket.

Forse Del Piero non lo sapeva mentre firmava un contratto milionario, ma tanti anni fa ci fu chi lo precedette. Si tratta di Bob Vieri, non Bobo, cioè Christian, ma Roberto, il padre di Christian. Roberto aveva classe, talento, ma poca applicazione. Ancor meno costanza, in campo come nella fedeltà alle maglie. Undici traslochi nella sua carriera, con avventure pioneristiche in Canada, a Toronto, e due parentesi in Australia. A Sydney, per la precisione, nei Marconi Stallions, in cui militò dal 1977 al 1981 per poi ritornarvi nel 1982 e chiudere laggiù la carriera, come Del Piero: in tutto 87 partite giocate con 17 gol nella terra dei canguri.

Sono però anche scelte di vita, forse più di quello che Del Piero si aspetta. Nel 1978, a Roberto Vieri nacque un figlio, Massimiliano, attaccante del Prato, che ha doppia nazionalità e vanta 6 presenze nella Nazionale dei Socceroos. Mentre Christian, Bobo, nato nel 1973, fece parte delle giovanili dei Marconi Stallions.

Poi c'è un altro italiano che ha preceduto Alex: ci pensò già Benny Carbone, nel 2006, a firmare per il Sydney. Quel Benito Carbone di cui Boskov disse: "Benny Carbone con sue finte disorienta avversari, ma anche compagni". Ci restò poco, un mese, il tempo di tre partite e due reti. Media invidiabile, ma non era aria per lui.

Alex invece va per restarci almeno due anni. Chissà che qualcuno dei suoi figli non inizi a diventare calciatore proprio a Sydney, come iniziò Christian, detto Bobo, in un curioso ricorso storico degno di un romanzo calcistico, come l'ultimo capitolo del Del Piero calciatore.

Pubblicato il 5 ottobre 2012 su Italia Germania 4-3
e su Datasport