Visualizzazione post con etichetta In odor di GOAT. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta In odor di GOAT. Mostra tutti i post

lunedì 23 luglio 2012

In odor di GOAT: Roy Emerson

TENNIS - Roy Emerson è il terzo giocatore come numero di Slam vinti in singolare e il primo come numero totale. Quindi perché non viene quasi mai considerato quando si parla dei migliori giocatori di sempre? 


Roy Emerson (Photo by Getty Images)
..serve e vola Roy Emerson..
Come si potrebbe non considerare Roy Emerson in odor di GOAT?
Se si scorre la lista dei pluirivincitori di Slam a luglio 2012 si legge Roger Federer a quota 17, Sampras a 14 e Roy Emerson a 12, posizionato prima di Borg, Laver e Nadal. Eppure è il meno noto di tutti questi signori e quello meno papabile per il titolo di GOAT (che non esiste e non esisterà mai, ma questa è un'altra gatta da pelare).
Chi è dunque Roy Emerson? E perché nessuno, o quasi, ne parla quando c'è da elencare i migliori tennisti mai esistiti?
Roy Stanley Emerson, detto Emmo, nacque nel 1936 a Blackbutt, nel Queensland australiano. La sua famiglia si trasferì in seguito a Brisbane, dove iniziò ad essere avviato al tennis in maniera sistematica. Già nel 1959, a soli 23 anni, vinse il suo primo titolo Slam, nel tempio di Wimbledon, in coppia con Neale Fraser. Per il suo primo titolo Slam da singolarista dovette invece aspettare il 1961, quando conquistò gli Australian Championships e poi gli US Championships battendo nelle rispettive finali sempre Rod Laver, di due anni più giovane. Furono le ultime volte che vinse contro Laver in una finale Slam, visto che l'anno successivo Rod compì il Grande Slam battendolo per ben tre volte (tranne che a Wimbledon) e poi passò subito al professionismo; il bilancio finale della sfida Laver-Emerson è di 49 a 18, ma ci mancano le sfide degli anni migliori dei due. Infatti, se Laver passò pro appena ventiquattrenne, Emerson rimase nel circuito amatoriale e vi costruì gran parte della sua fortuna, della sua fama e dei suoi record.
Dodici Slam in singolo, sedici in doppio, attuale detentore del record di ventotto titoli nella somma delle specialità, unico uomo al mondo ad avere vinto tutti gli Slam sia in singolo che in doppio e per di più due volte. Vincitore, nel 1964, di tre delle quattro sfide Slam; a Parigi si fermò solo ai quarti superato nettamente dal nostro Pietrangeli 6-1 6-3 6-3.
Altri dati statistici recitano come un rosario le otto Davis Cup vinte con la sua Nazionale dal 1959 al 1967 ed elencano inoltre i suoi sei Australian Championships, di cui cinque consecutivi. Tutti i suoi titoli, però, sono stati conquistati, tra il 1959 e il 1967, tranne due di doppio, quello di Wimbledon 1971 (come compagno c'era Laver) e quello australiano del 1969; ovvero, fu il più vincente amatore in quell'ultimo scorcio di epoca che precedette il fatidico 1968, l'inizio dell'Era Open.
Gianni Clerici dice che di fronte a questi aridi dati dovremmo quasi inchinarci salutando forse uno dei più grandi di sempre. Invece il nome di Roy Emerson così tante volte ripetuto negli albi d'oro delle cinque competizioni maggiori del tennis è solo la testimonianza di quello che gli anni Sessanta hanno perduto in termini di competitività e di spettacolo dividendo i migliori tra due categorie di comodo: professionisti e amatori.
A proposito di amatorialità, Emerson rispondeva candidamente a chi gli chiedeva dello status di amatore: “Amatore? E che cos’è?”. Una conferma in più del fenomeno del pagamento sottobanco anche per i non professionisti. E infatti Emerson si ribellò pure all'estabilishment per poter giocare più partite all'estero e fu anche squalificato per un certo periodo dalla federazione australiana: era un periodo in fermento, in evoluzione, ed Emmo si venne a trovare proprio al centro del passaggio a una nuova era del tennis. Nel 1984 disse: “Volete sapere cos'è successo nel tennis negli ultimi 20 anni? Beh, io ho firmato il mio primo contratto da professionista per 75,000 dollari e per giocare circa 360 giorni all'anno. L'altro giorno Jimmy Connors ha giocato un'esibizione e ha guadagnato 75,000 dollari in due ore e mezza”. Roy firmò infatti da pro nello stesso 1968, poco prima della liberalizzazione, ed era ben cosciente che quel processo di apertura ebbe inizio con la sua generazione.
Una generazione che fu di fenomeni australiani cresciuti sotto l’ala protettiva di Harry Hopman: si pensi solo a giocatori come Frank Sedgman, Lew Hoad, Ken Rosewall, Rod Laver, Neale Fraser, John Newcombe, Fred Stolle, Tony Roche, lo stesso Emerson, Ashley Cooper, e solo per citarne i più famosi.
Roy era una delle figure più tipiche e rappresentative di quella scuola: alto 183 cm per 79 kg, era propenso al serve and volley sistematico, dotato di agilità e di una forma fisica sempre al top. Uno stile di gioco non molto vario forse, ma che lo portò anche a vincere due Roland Garros, sintomo di sagacia anche tattica. Era poi il suo ritmo a far crollare le certezze degli avversari: più era in difficoltà e più accelerava il ritmo degli scambi per mettere pressione e incertezze sugli altri.
La sua eccezionale prestanza lo portò a giocare ancora per molti anni; nel 1978 lo troviamo ancora capitano e giocatore della squadra World Team Tennis di Boston, giocando il doppio con Tony Roche e capitanando, tra le altre, Martina Navratilova.
Fece addirittura un’ultima apparizione nel 1983 al torneo di Gstaad, in Svizzera. L’anno prima venne introdotto nella Hall of Fame, ma volle omaggiare quella città, nella quale ancora possiede una tenuta estiva in cui si dedica all’insegnamento dello sport che tanto gli ha dato. La cittadina svizzera, dove vinse nel 1969, lo ricambiò battezzando il campo centrale di seimila posti con il suo nome. Notizia recente è che gli organizzatori, visto il probabile spostamento di calendario dell’evento, passando ad essere svolto prima di Wimbledon, potrebbe cambiare superficie passando dalla terra battuta all’erba; di certo Emerson ne sarebbe felice!
Com’era felice di vedere Hewitt vincente nei primi anni Duemila: diceva che Lleyton gioca ogni punto come se fosse la seconda guerra mondiale, un’attitudine in cui sicuramente si rivedeva.
Roy Emerson tiene molto al suo record ineguagliato e forse ineguagliabile di 28 titoli Slam complessivi, ma è il primo a riconoscere che è un record ineguagliabile perché ormai nessuno gioca più il doppio e inoltre è ben cosciente che anche i suoi titoli dello Slam in singolare vanno relativizzati. Nel 2000 disse su Sampras, che lo aveva appena sorpassato nella classifica come numero di Slam vinti: “Sampras è il GOAT e mi devo solo complimentare con lui perché i tornei sono un po’ più consistenti di questi tempi”. Emerson era sicuramente consapevole di non essere neanche il migliore giocatore del suo tempo; quanti Slam avrebbe vinto negli anni Sessanta dovendo confrontarsi con Hoad, Rosewall, Laver, Gonzalez e compagnia bella?
Ecco dunque come una volta di più, leggendo la biografia di questo comunque straordinario tennista, abbiamo la conferma che il titolo di GOAT non esiste, e se esistesse non ci si potrebbe basare solo sul numero dei titoli dello Slam per stilare una qualsiasi classifica dei migliori giocatori di sempre. Rimane forse una condizione necessaria, ma non certo sufficiente.


Pubblicato su Ubitennis il 23 luglio 2012

venerdì 15 giugno 2012

In odor di GOAT: Ken Rosewall

TENNIS - Ricorderete tutti che a Roma, qualche mese fa, Ken Rosewall fu ospite d’onore, invitato a ricevere la Racchetta d’oro. Ecco dunque un profilo di "Muscle". Detentore di numerosi record, dalla carriera lunghissima, vinse tra i dilettanti, tra i professionisti e anche nell'Era Open: l'ultima volta addirittura a 37 anni! Uno, davvero, dei più grandi di sempre, con il neo di non aver vinto Wimbledon… 

 



rosewall


Mi rendo conto che sempre più questi articoletti che via via aumentano da un lato acquisiscono un tono panegirico, mentre dall'altro una sottintesa vena malinconica che, potete credermi, non è intenzionale. Comprenderei dunque se qualcuno pensasse: ma che pensa questo? Che il tennis d'un tempo era idilliaco, "puro", mentre quello d'ora è rozzo e "sporco"? Si sa,
il tempo ammorbidisce i toni e li depura da ciò che non vogliamo ricordare, restituendoci, però, quello che vorremmo che il tennis sia: un tennis ideale...
D'altra parte, un motivo ci sarà se certi giocatori sono ricordati in un certo modo e altri non lo sono affatto. Il pregio di guardare all'indietro è quello di guardare alla totalità dei personaggi (per quanto vi si possa scavare), mentre i tennisti presenti, spesso ci appaiono solo sui campi da tennis e non ci possiamo addentrare più di tanto. Poi, quando ci apprestiamo a indagare su figure come Ken Rosewall, allora ci rendiamo subito conto dell’aura quasi sacra e sacrale che li rivestono. Ammirato praticamente da tutti, contemporanei e posteri (Sampras ad esempio lo idolatrava) non solo per il gioco, ma per essere un signore dentro e fuori dal campo.
Kenneth Robert Rosewall (Sydney, 2 novembre 1934) fu assai precoce, mancino di natura venne impostato a tirare con la destra. Forse per questo il suo rovescio è considerato uno dei migliori di sempre, e forse per questo il suo servizio non fu mai particolarmente efficace, anche se fu sempre piuttosto affidabile. Certo era agile, veloce, instancabile (Laver disse che giocare contro lui era come giocare contro un muro: Muro di Rose lo ha anche chiamato Clerici…); dotato di volée micidiali e di un back di rovescio come una rasoiata.
Cresciuto con il connazionale Lew Hoad, ebbe a formare con quest’ultimo una formidabile coppia di doppio (Clerici li chiama i Gemelli Stregoni traducendo dall’inglese Whiz Kids). Innumerevoli successi in doppio e in Davis, fu, beffa della sorte, proprio Rosewall ad impedire all’amico Hoad il Gran Slam nel 1956 soffiandogli gli US Championships. Peraltro successe lo stesso con l’americano Trabert l’anno prima: raggiunti i 3/4 del Grande Slam vide Rosewall rovinargli la festa in Australia. Rosewall ha avuto una carriera eccezionalmente lunga ai livelli più alti e rimase tra i primi 10 tennisti della classifica mondiale dal 1952 al 1975.
Sarebbe troppo lungo, ahimè, ricordare tutti i successi dettagliatamente; ha vinto tutti i tornei del Grande Slam tranne Wimbledon, nonostante le 4 finali disputate (1954, 1956, 1970, 1974). Come altri grandissimi ecco che Wimbledon rappresenta la macchiolina che rovina un bel vestito immacolato. Si dirà infatti: come può essere in odor di GOAT se non ha vinto i Championships? Risposta: per oltre un decennio fu professionista prima del 1968! In quei dieci anni sarebbe riuscito a vincere Wimbledon? Domanda che rimarrà senza risposta, ma le qualità c’erano tutte…Nel 1957 passò dunque nel circuito parallelo e nel 1963 riuscì addirittura a inanellare il Grande Slam dei Campionati professionali di tennis. Potremmo versare fiumi di inchiostro e passare le nostre notti a scrivere i record del signor Ken Rosewall, soprattutto nel circuito pro, che lo vide tra i 2-3 migliori in quel decennio, all’inizio perdendo abbastanza spesso da Gonzales, poi dominando per alcuni anni per poi declinare con l’andare avanti delle stagioni fino all’arrivo di Rod Laver.
Aperte le porte ai prezzolati, Rosewall fu il primo a vincerne un torneo, in quel di Bournemouth contro Laver e il primo Slam, il Roland Garros, nel 1968, ancora contro Laver: a proposito di pecunia (non olet), come altri australiani della sua epoca, e alcuni della nostra, aveva la fama di essere, come dire… parsimonioso! Gli anni ’70 lo videro soprattutto impegnato a cercare di mettere le mani sul trofeo londinese, inaugurando anche una strategia, poi ripresa anche da Lendl, di saltare il Roland Garros per presentarsi a Wimbledon nella forma migliore: una strategia sfortunata per entrambi…
Le energie profuse per i prati londinesi non gli negarono nuovi Slam e nuovi record: è stato il primo giocatore a vincere uno Slam nell’era Open senza perdere un set (1971, Australian Open). L’ultima finale dello Slam la giocò nel 1974 negli USA alla tenera età di 39 anni e 310 giorni e l’ultima vittoria risale a due anni prima… Una carriera lunghissima, allungata dal fatto di non avere avuto particolari infortuni e dall’avere un fisico molto più agile di quanto non fosse potente…Un’altra delle sue qualità era la concentrazione, unita a una continuità eccezionale, tanto da far dire agli esperti che giocasse in ogni match il suo miglior tennis anche se lui puntava al massimo risultato con il minimo sforzo; e lui stesso riteneva (o, meglio, ritiene) che puntasse assai sulla concentrazione: “Non importano le ottime qualità di un giocatore: tutto è perso se la mente non controlla ogni movimento”. Lo chiamavano "Muscle", forse ironicamente, perchè non era certo un culturista.

Chiudiamo con due domande che proprio quest’anno Stefano Semeraro rivolse Piccolo Maestro e le cui risposte ci sembrano interessanti:
D.: La sua ultima vittoria risale invece al 1977, al torneo di Hong King, a 42 anni d’età. Oggi tutti i tennisti si lamentano per gli infortuni che rendono sempre più corte la carriera agonistica. Qual è stato il segreto della sua longevità ?
R.: “Sono stato fortunato ad evitare infortuni gravi. Forse era il modo in cui mi muovevo, molto leggero, sempre in equilibrio. In effetti sono fiero di come ho giocato nella seconda parte della mia carriera, da vecchio tennista… Ma era giusto prima che la rivoluzione dei materiali cambiasse volto a questo sport. Le racchette di legno erano pesanti, certo, ma non permettevano i movimenti rapidi e violenti che si vedono oggi, con queste nuove racchette così leggere. Allora non sarebbe stato possibile, quindi i gesti erano meno traumatici”.
D.: Ripensa mai al periodo da “pro” con rammarico? Lei non giocò per 11 i grandi tornei, saltando ben 44 Slam. Chissà quanti ne avrebbe potuti vincere, oltre a quelli che ha conquistato.
R.: “No, nessun rimpianto. Poi fu lo stesso per tutti. L’unico rammarico è che la federazione internazionale avrebbe potuto accettare prima il professionismo. Quando passammo al professionismo nessuno di noi pensava che avrebbe potuto giocare di nuovo in Davis o negli Slam. Io almeno non lo credevo. Invece fra i 33 e i 39 anni credo di aver giocato il mio miglior tennis in assoluto”.

Pubblicato su Ubitennis il 26 luglio 2011

In odor di GOAT: Don Budge

TENNIS - Breve profilo di Don Budge. L'americano è stato il primo giocatore a riuscire nell'impresa del Grand Slam. Il suo palmares è fortemente penalizzato dalla guerra (dove rimase ferito) e dal passaggio tra i professionisti (dove battè tutti i migliori). È considerato uno dei più bei rovesci a una mano di tutti i tempi. E secondo voi, qual è il più bel rovescio a una mano in circolazione?  



budge1


Riprendiamo questa sottosezione della rubrica che si intitola "In odor di GOAT" e che vorrebbe presentare brevemente alcuni tennisti, soprattutto del passato, in predicato del titolo (affascinante e lusinghiero quanto impossibile da assegnare) di GOAT (Greatest Of All Times). Non poteva mancare John Donald “Don” Budge (1915-2000). Ha diritto a esserci per il solo fatto di essere stato il primo giocatore a vincere il Grand Slam, nel 1938! Ma sarebbe limitativo della sua grandezza ricordare solo questo entusiasmante successo. E infatti lui diceva : “In molti mi dicono che era molto più semplice vincere il Grand Slam ai miei tempi. Io rispondo sempre: beh, se è così, perché non l’ha fatto nessun altro?”
Visse a cavallo dell'era pre-Open e giocò sia tra i dilettanti che tra i professionisti; e a riguardo disse che pretendere che i giocatori giocassero gratis era non più razionale di quanto lo fosse pretendere che si giocasse a baseball gratis, o che si guidassero gli autobus gratis, o che si facesse gli assicuratori gratis...Purtroppo la sua carriera fu interrotta dalla seconda guerra mondiale e leggendo i crudi numeri non ci si può render conto di quanto davvero sia stato un Immortale...Negli annali son riportati solo i 6 titoli dello Slam in singolare nel biennio 1937-1938 (e gli 8 titoli tra doppio e doppio misto), ma dobbiamo appunto considerare che ci fu la guerra di mezzo e il suo subitaneo, nel 1939, passaggio al professionismo in cui dominò tutti gli avversari (compresi Vines e Perry che allora erano i migliori professionisti).
L'unico tennista a livello internazionale a tenergli testa fu il barone Von Cramm (che vorrei presentarvi nella prossima puntata) con il quale condivise la cavalleria nel gioco e nella vita e una serie di partite memorabili.E allora dobbiamo affidarci ai commenti di chi lo vide giocare per capire quanto e come dominò il tennis del suo tempo. Nel 1943, dopo essersi arruolato nell'esercito, riportò una ferita alla spalla che lo menomò pesantemente e non lo fece ritornare mai più ai livelli d'anteguerra. Giocò ancora qualche anno dopo la guerra partecipando anche a un Wimbledon per veterani nel 1973. Si dedicò poi a insegnare tennis ai bambini. Nel 1999, all'età di 83 anni fu coinvolto in un incidente stradale da cui non si riprese; morì nel 2000. Di Don Budge, Bill Tilden disse che era il più raffinato giocatore per 365 giorni l’anno ed era davvero ammirato da tutti anche per lo stile che lo caratterizzava. Alto e biondo, molto elegante in campo, veloce e potente, aveva nel rovescio il suo punto di forza.
Variava molto il suo gioco e sosteneva che “La bellezza del tennis è l’inesauribile varietà di modi di giocare a cui uno può ricorrere”. Certo lui poteva permetterselo...Di carattere era molto introverso, amava il jazz ed era un po' impacciato, ma come tutti i grandi giocatori sapeva che per essere il migliore doveva dedicarsi con tenacia a quello che faceva. Timido, ma tenace dunque, e infatti Helen Wills fu uno dei sui modelli comportamentali. Disse che anche se da fuori sembrava calmo, dentro ribolliva...Piccolo aneddoto: a Wimbledon, nel 1935 durante un match in cui stava giocando vide tutti alzarsi in piedi. Imbarazzato, alzò la racchetta in segno di ringraziamento, poi capì, quando vide anche l'avversario inchinato verso il palco reale, che stava entrando la regina e alla bell'e meglio si inchinò anche lui... La regina, beninteso, finì per adorarlo...Il suo aplomb e la sua cavalleria lo fecero diventare l'idolo di tutti e curiosamente Joe Di Maggio da bambino lo aveva eletto come suo idolo: anche Joe Di Maggio voleva fare il tennista!Dico curiosamente perché Don Budge da giovanotto aveva giocato a baseball e colpiva con la mazza da mancino, perciò la presa della sua mano destra era allenata a colpire violentemente e con precisione. Da molti, il suo rovescio a una mano è considerato tra i migliori, se non il migliore di tutti i tempi.
Propongo una piccola classifica: secondo voi, qual è il miglior rovescio a una mano attualmente in circolazione?
Valide tre preferenze; la mia personalissima classifica:
1. Gasquet
2.Federer
3.Youzhny

Pubblicato su Ubitennis il 16 maggio 2011

In odor di GOAT: Fred Perry

TENNIS - Come ad ogni Wimbledon in cui un giocatore inglese ha una seppur infinitesimale chance di vittoria risuona questa frase : “Dai tempi di Fred Perry…”. Chi era però Fred Perry? A voi un breve profilo di uno dei più grandi giocatori di sempre, capace di vincere tutti e quattro gli Slam prima di diventare pro, chiedere la cittadinanza americana e inventare il brand omonimo… 

 

perry1

Alle volte gli inglesi mal sopportano i compatrioti tennisti (si sa che Murray è inglese quando vince e scozzese quando perde), altre volte i tennisti inglesi mal sopportano il proprio pubblico e l’abbandonano. Continuamente i britannici ricordano Fred Perry come l’ultimo dei loro grandi tennisti; difficilmente ricordano come questi, passato al professionismo, chiese la cittadinanza americana perché oggetto di continue critiche.
Andiamo però con ordine…
Frederick John Perry (Stockport, 18 maggio 1909 – Melbourne, 2 febbraio 1995) nasce da un operaio che poi diventerà sindacalista e si trasferirà a Londra dove il giovane Fred conoscerà l’esistenza del tennis, soprattutto vedrà che fuori dai circoli ci sono molte auto di lusso. Non è figlio dell’alta società dunque, perciò il tennis sarà per lui anche un mezzo per ambire a una sorta di scalata sociale, e che scalata…All'età di soli 19 anni diviene campione del mondo di tennis tavolo (a Budapest, 1929). Lascia il ping-pong per il tennis e si porta con sé un gesto tecnico che lo doterà di un gran dritto lavorato con il polso e la ricerca della palla che lui colpiva nella sua parabola ascendente (all’epoca una cosa assai innovativa).
Il padre gli concesse un anno per capire se poteva sfondare nel tennis. Ed egli ci riuscì grazie, come detto, al dritto (con il rovescio se la cavava giocando al 90% in back con un movimento cortissimo) e soprattutto grazie al suo fisico. Era veloce, di rapidi riflessi e, cosa rara, manteneva la propria condizione atletica allenandosi con i calciatori dell’Arsenal. Un’altra caratteristica che gli diede un’ulteriore spinta verso il successo mondiale è stata la voglia di arrivare (forse perché proveniva dalla working class), alle volte anche a dispetto della sportività. Spesso cadeva nella sbruffoneria, nell’egocentrismo, nella velata provocazione che mandavano in tilt il cervello degli avversari. Ad esempio, alla fine di ogni incontro vinto era solito saltare la rete per stringere la mano all’avversario per sottolineare come lui non fosse affatto stanco (ricorda il Courier dell’autobiografia di Agassi, che andava a fare jogging dopo le partite di tennis); un’altra volta colorò di bianco la sua racchetta per dar fastidio all’avversario; una volta entrò negli spogliatoi dichiarando: “Per fortuna oggi non devo giocare contro di me…”; etc...
Per quattro anni fu numero uno al mondo, totalizzò otto vittorie nei tornei del Grand Slam, dei quali tre consecutivi Wimbledon: 1934, 1935 e 1936. Fu il primo a vincere tutti e quattro gli Slam (non nella singola annata) e dal 1933 al 1936 fu nella squadra di Davis britannica (insieme, tra gli altri, a Bunny Austin) che riuscì a interrompere il dominio francese iniziato con i Quattro Moschettieri e a riportare dopo più di vent’anni la Coppa Davis tra le braccia della Corona inglese. Tutto a gonfie vele sembrerebbe, ma non tutto è oro quel che luccica… Anzi, ai dilettanti come Perry, di tutto quel luccichio non toccava neppure una sterlina… Per di più dovette rifiutare un contratto con il cinema e, orrore, anche un contratto di sponsorizzazione.
I tempi erano maturi per passare al professionismo (1937), anche se questo costò le critiche di tutto l’estabilishment britannico. Per dire il suo carattere e di quali erano le critiche: quando divenne ufficialmente professionista, un funzionario della International Lawn Tennis Club of Great Britain gli scrisse per informarlo che non avrebbe più dovuto indossare la divisa del club. Perry “per rassicurare il club che non avevano nulla di cui preoccuparsi da questo punto di vista, ho mandato loro una manica come regalo”…
Emigrò dunque negli USA con un contratto fattogli firmare da Bill Tilden. Già che c’era chiese pure la cittadinanza statunitense e iniziò a confrontarsi con Vines, il vecchio Tilden, e più tardi con Don Budge, che li raggiunse dopo aver fatto il Gran Slam. Giunse quindi la Seconda Guerra mondiale che Perry combatté da arruolato nell’esercito statunitense. Fred Perry era spesso sotto i riflettori per molteplici affaires amorosi. Diverse attrici si contesero il bel Fred, tra cui Bette Davis e Marlene Dietrich (com’era tennista moderno anche in questo campo!). Finalmente, al quarto matrimonio, con Barbara Rise Friedman, Fred trovò la stabilità sentimentale, che durò per oltre quarant’anni fino alla sua morte nel 1995.

Il nome di Fred Perry è ancora molto frequente, come abbiamo visto, eppure alcuni considerano la sua fama esagerata, forse perché siccome gli inglesi non ne hanno ancora trovato un erede lo si mitizza troppo. Il sempre caustico Bill Tilden una volta lo definì “il peggior giocatore tra i migliori del mondo”. E c’è chi pensa che la sua influenza sia stata nefasta per i giocatori britannici in quanto per molti anni dopo di lui si volle far imitare il suo diritto, che però era un colpo personalissimo, che non si poteva riprodurre, e che gli derivava dalla precedente carriera di pongista. Lui stesso disse a questo proposito: “Non è questione di produrre un campione, ma che qualcuno abbia talmente tanta fame di vincere che riesca ad arrivare”. Analisi che per esempio quel gran volpone di Tiriac condivideva quando diceva: “In Germania chiedo a un ragazzo come Boris Becker di saltare e lui chiede : quanto alto? In Inghilterra mi chiedono : perché?”.
Il nome di Fred Perry è invece molto noto anche per un altro motivo: alla fine degli anni Quaranta iniziò a interessarsi di abbigliamento sportivo, prima creando delle fasce traspiranti poi producendo delle polo bianche, avendo come modello Lacoste. Queste furono lanciate nel Wimbledon del 1952 e ebbero notevole successo, con il motivo ormai universalmente conosciuto della corona di alloro (antico e originale simbolo di Wimbledon) che si distingue dalla Lacoste per il fatto che il logo è ricamato nel tessuto piuttosto che essere cucito come invece avviene per il piccolo coccodrillo francese.
Fred Perry vide il successo della sua linea consolidarsi soprattutto negli anni Sessanta, allorché il marchio divenne molto popolare tra i giovani inglesi. Buona parte del movimento giovanile degli anni Sessanta era conosciuto col nome di Mod, abbreviazione di «modernist»; appartenendovi si seguiva tra l'altro un certo stile nel vestire, con abiti firmati Fred Perry, Lonsdale o Ben Sherman, marchi in voga nella Gran Bretagna di quel decennio che è così ben descritto nel film Quadrophenia del 1979, in cui recita Sting e la cui colonna sonora vi invito a scoprire…Ora il brand Fred Perry è posseduto da una società giapponese ed è sponsor anche di Andy Murray, evidentemente nella speranza che lo scozzese sia davvero il nuovo Fred Perry.

Pubblicato su Ubitennis il 4 luglio 2011
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2011/07/04/537693-odor_goat_fred_perry.shtml 

mercoledì 13 giugno 2012

In odor di GOAT: Pancho Gonzales

TENNIS - Breve profilo di uno dei Grandissimi del tennis che ha vinto solo due Slam da giovanissimo; un signore che ha dovuto combattere contro i pregiudizi, sempre solo, lui e la sua racchetta di legno, ma che ha saputo attraversare il mondo dei dilettanti, dei pro e l'era open con la combattività di un leone: Pancho Gonzales. "Faceva la metà dei punti con il terrore che incuteva" disse Jack Kramer. Enos Mantoani


Pancho Gonzales

Tracciamo la mirabolante parabola di Pancho Gonzalez (9 maggio 1928 – 3 luglio 1995), l’esempio più lampante di come per essere annoverati tra i migliori di sempre non basti calcolare il numero di Slam vinti! Iniziamo intanto a mettere ordine nella selva di nomi che si trascinò dietro: nato negli USA da genitori immigrati dal Messico, nacque come Ricardo Alonso (o Alonzo) González, i suoi nomi vennero poi spesso americanizzati in Richard Gonzales oppure con gli affettuosi Pancho o Gorgo (dal nostro Gorgonzola: all’inizio della carriera lo avevano infatti battezzato come cheese player…).
Trascorse un’infanzia povera, difficile, poco o male aiutato dalle istituzioni (cioè dai college americani), ma spalleggiato dalla larga famiglia e da un amico speciale: Frank Poulain, proprietario di un tennis shop all’Exposition Park, il parco di Los Angeles dove Pancho bambino trascorreva le giornate a giocare e a guardare giocare e poi a imitare i migliori. Si rifugiava poi da Poulain, dove spesso dormiva e si nascondeva da poliziotti e nemici di strada. Il tentativo fatto di trovare aiuto “istituzionale” fallì, anche perché Pancho non ne voleva sapere di studiare; lui voleva solo giocare, fu così costretto a imparare praticamente da solo; e sempre fu praticamente un “cane sciolto”, nel campo e nella vita. E il campo da tennis e la sua vita furono così intrecciati da condizionarsi l’un l’altro in maniera prodigiosa. Il tennis era tutto per lui, ma il fatto di venire da una famiglia povera e la sua indole condizionarono le scelte professionali in maniera determinante.
Passò l’adolescenza a cercare di riuscire a guadagnarsi il pane (e magari qualcosina in più) come tennista; ovviamente il padre aveva ben poca fiducia nella possibilità che il tennis gli desse da vivere. Finalmente, a 19 anni, dopo aver passato i suoi anni di formazione psico-fisica tra la Marina (mentre terminava la Seconda Guerra Mondiale) e guai con la legge (per furto con scasso), questo ragazzo di circa un metro e novanta per 83 kg. iniziò a farsi conoscere raccogliendo importanti risultati nella West Coast e raggiungendo il numero 17 nel ranking nazionale. L’anno successivo, 1948, vince a forza di serve and volley il suo primo US Championships da outsider, prendendosi una prima rivincita nel borghese ambiente di anglo americani. Era già bellissimo, potente, cattivo in campo, ma al contempo agile e dotato di un tocco sopraffino. Seguì un anno poco felice, a Wimbledon fece malino, guadagnandosi il soprannome di cheese champ, ma ebbe la forza di bissare il successo agli US Championships contro Schroeder in una partita epica al quinto set, da cui rimontò da due set sotto ed era ormai il miglior amatore dell’epoca.
Fu allora semplice per lui scegliere la carriera di professionista. Il suo primo anno da pro fu però un disastro, battuto regolarmente da Kramer (il miglior giocatore del momento) fu escluso dal giro dal promoter Riggs con una buonuscita da 75.000 dollari. Fu una sorta di semiritiro, si dedicò a progetti che finirono presto male e uno stile di vita letale per il tennis (fumava, non faceva alcuna dieta, dormiva quando capitava, giocava pesantemente a poker)… Dovettero passare alcuni anni prima che Jack Kramer, in veste di promoter, lo richiamasse per reinserirlo nelle tournée professionali; vinse così tanto che quasi rimase senza lavoro perché era troppo forte! Batteva gente come Don Budge, Segura, Kramer… Per la successiva decade fu il migliore, battendo costantemente, tra gli altri, anche Rosewall e Hoad.
La combinazione di una voglia di vincere mai sazia, di un servizio devastante e il gioco a rete praticamente impassabile costrinsero addirittura a cambiare, per un certo periodo di tempo, le regole: chi batteva doveva lasciar rimbalzare la palla prima di colpirla una seconda volta…Nel frattempo, i rapporti con i colleghi erano tesi (per usare un eufemismo): Pancho era spesso pagato molto meno degli avversari che sonoramente batteva, e inoltre era spesso il nome di richiamo sui cartelloni. Anche per questo lui infieriva sugli avversari e con Kramer spesso nascevano diverbi sui contratti (finirono anche in tribunale per questo). D’altro canto, Pancho non faceva nulla per promuovere i tour (gli altri giocatori firmavano autografi, etc…) e arrivava, solo, in tempo per le partite per poi scappare appena fatta la doccia. Era entrato nel mondo professionistico per cercare di far soldi, e ormai, forse, vedeva solo il lato competitivo e monetario della faccenda. L’unico con il quale cercò di andare d’accordo era anche l’unico che riusciva a tenergli testa: Lew Hoad.
Arrivato il famoso 1968, Pancho aveva ormai 40 anni, ma non per questo rinunciò agli Slam, facendo una discreta figura. Al Roland Garros si arrese nelle semi a Rod Laver, e l’anno successivo viene ricordato dai più per il più lungo match di Wimbledon (prima del 2010, ovviamente). Il 41-enne Pancho affrontava Pasarell, di 16 anni più giovane, in un match che durò 5 ore 12’. Una battaglia epica, l’ultimo ruggito del vecchio leone! Non poteva comunque arrendersi, Pancho, e continuò ancora per alcuni anni a battersi, spesso vincendo contro giovani (tra cui Ashe e Connors) e coetanei della vecchia guardia (Laver su tutti, che battè in un incontro organizzato subito dopo che questi ottenne il Grand Slam).
Se la sua carriera fu così avventurosa, non meno lo fu la sua vita privata. Morì in povertà nel 1995, a causa di un tumore, assistito solo dall’ultima moglie (Rita Agassi, sorella di Andre) e dalla loro prole. Si sposò ben sei volte, facendo spesso ammattire le proprie mogli. Si lanciò in molteplici imprese finanziarie, tutte miseramente fallite. Provò diversi mestieri, ma solo il giocatore di tennis faceva per lui. Era duro, durissimo, a volte cattivo di carattere. Pancho Segua diceva di lui: “Pancho non è un santo. Ma chi ha mai visto un santo con la racchetta?”. Rod Laver disse che, in campo, era Pancho the bastard. Jack Kramer diceva che metà dei punti Pancho li faceva col servizio, l’altra metà con il terrore che incuteva.
A volte però le sue analisi erano notevoli, io mi riconosco in questa: “C’è un circolo virtuoso nello sport: più ti diverti più ti alleni; più ti alleni più migliori; più migliori più ti diverti”. Parabola davvero atipica di questo figlio di immigrati messicani che osteggiato dalla società dell’epoca riuscì soprattutto grazie alla sua forza di volontà, oltre che da un fisico naturalmente dotato per lo sport, a diventare uno dei più grandi di sempre…

Pubblicato su Ubitennis il 15 settembre 2011

In odore di GOAT: Jack Kramer

TENNIS - Profilo di uno dei più grandi giocatori di sempre, Jack Kramer. Campione da amatore e da professionista. Fuoriclasse anche come commentatore e dirigente di quel mondo del tennis che lo ha visto per quarant’anni come protagonista assoluto. È stato inoltre uno dei fondatori e capi tra i più carismatici dell’ATP. Enos Mantoani

Jack Kramer

Jack Kramer in un discorso sulla storia del tennis è quasi come il prezzemolo: c’è più o meno dappertutto. Giocatore, promoter, commentatore, giornalista, fine analista, innovatore. Innovatore sia del gioco che dell’organizzazione tennistica. Se il tennis è com’è oggi, lo dobbiamo molto a lui, alle sue intuizioni, alle sue capacità. È importante perciò avere un profilo (seppur abbozzato e sicuramente incompleto) di questo fuoriclasse americano, pietra miliare del tennis moderno.
John Albert Kramer nacque il primo agosto 1921 e, per chi crede e tiene a questo titolo, è uno dei papabili più forti alla corona di GOAT. Ci sarebbero diversi fiumi d’inchiostro da versare per cercare di raccontare quello che Jack ha fatto per il tennis, noi ci limiteremo a tre aspetti: la sua carriera da giocatore e le sue innovazioni stilistiche, la sua carriera di imprenditore e dirigente nel mondo professionale del tennis, le sue analisi sulla storia e sui giocatori del tennis

La sua carriera da giocatore
Scorrendo gli annali le vittorie di Kramer non sono poi così tante: 3 sparuti Slam in singolare (un Wimbledon, 1947, e due US Championships, 1946 e 1947); 6 Slam (due Wimbledon e quattro US) in doppio e uno solo in doppio misto. C’è però da considerare gli anni di attività di Jack: lui, nato nel 1921, dovette servire l’esercito americano negli anni in cui, in teoria, avrebbe potuto certamente lottare per altri titoli degli Slam (che comunque non si giocarono). E appena vinto il titolo di campione americano del 1947 passò al circuito professionista, e quindi non partecipò a nessun altro Slam. Ecco perché per lui, come per altri, il numero degli Slam vinti non è indicativo dell’effettiva grandezza come tennista. Jack era il tipico ragazzo che riusciva in ogni sport, ma visto giocare Vines optò per impegnarsi a fondo nel tennis, e in poco tempo, sotto la guida di esperti mentori che lo influenzarono molto nelle sue scelte di gioco, arrivò a vincere diverse competizioni giovanili a livello nazionale. Il suo gioco si basava sui fondamentali del servizio e del dritto, temibilissimi entrambi. Ma più che altro su quello che sarebbe poi passato alla storia come “tennis percentuale” e come Big Game.
Ovvero, più che basarsi sull’estro individuale, Jack, e la scuola che lo formò, individuarono alcuni colpi, prodotti quasi di serie, che nell’arco di una partita garantivano la maggior percentuale di successo, con minimo scarto di errore. Ad esempio, Kramer colpiva il dritto sempre lungolinea per poi attaccarsi a rete: era infatti convinto che la gran parte degli avversari non sarebbe riuscito a passarlo se non due volte su dieci, e in pochi avrebbero giocato bene il cross stretto di rovescio. Nell’arco della partita, dunque, avrebbe conquistato la maggior percentuale di punti, e quindi il match. Il suo tennis a percentuale, però, prevedeva anche di concentrarsi su certi game piuttosto che su altri, ad esempio (e oggi sembra una banalità) era vitale concentrare i maggiori sforzi sui propri turni di battuta. Seguiva poi sempre a rete il servizio potente e preciso, come ogni colpo d’attacco, il devastante diritto soprattutto; da qui il nome di Big Game e quello di Power Tennis, per Clerici: “i principi della grande industria applicati alla guerra” tradotti in un campo da tennis. Tutti possiamo rivedere questi concetti chiave applicati nelle generazioni successive.
Dopo un anno e mezzo di imbattibilità (compresa la conquista di due Coppe Davis, 1946 e 1947) passò al professionismo (la sua famiglia era benestante, ma non ricchissima) e fino al 1954 si esibì tra i migliori professionisti del suo tempo, iniziando da Bobby Riggs, con il quale iniziò le proprie esibizioni al Madison Square Garden. Poi fu la volta delle tournée con Pancho Gonzales, tournée che vinse nettamente; si impose pure nel US Pro Championships del 1948. Dovette ritirarsi abbastanza giovane dai campi a causa di problemi alla schiena, 1954.

La sua carriera di imprenditore e dirigente
Gli ultimi anni del Kramer giocatore furono frastagliati da problemi fisici che, se lo allontanarono dal tennis giocato, gli permisero di iniziare a cimentarsi nell’organizzazione degli eventi. Agli inizi degli anni ’50, infatti, seguendo un po’ il percorso tracciato da Bobby Riggs, iniziò a sedersi dietro la scrivania e a pensare come valorizzare il circuito professionale per attrarre sempre più audience al tennis. È in questi anni che si fece portavoce sempre più fervente dei tornei Open, cioè della possibilità per ogni giocatore, professionista o amatore che sia, di competere in tutti i tornei (a partire dagli Slam, ovviamente). Nel 1960 era lui a sostenere questa istanza, poi bocciata dai dirigenti dei tornei amatoriali (per soli cinque voti): i tempi non erano ancora maturi. Finalmente, nel 1968, venne inaugurata la prima stagione Open, ma altri problemi nascevano per i giocatori; ecco perché fu tra i padri fondatori dell’ATP (1972) assieme a Donald Dell e Cliff Drysdale e il primo direttore (per sua stessa richiesta non pagato). In questa veste lo troviamo, ad esempio, come principale sostenitore del boicottaggio di Wimbledon ’73 a difesa di Niki Pilic. Ma non solo, è uno dei principali artefici, se non l’ideatore, del sistema a punti attribuiti ai risultati dei tornei che, seppur rivisto più volte, conosciamo ancora oggi e che utilizziamo per le varie classifiche.

La sua carriera di analista
Altrettanto importante Kramer lo fu come commentatore e come analista del tennis. Non c’è storia del tennis, quando si provi a ripercorrerla, che possa prescindere dal giudizio di Kramer. Nel suo “The Game, My 40 Years in Tennis” (1979) ha fissato una serie di valutazioni e di classifiche che tuttora perdurano. La sua autorevolezza deriva naturalmente dal fatto di aver vissuto nel mondo del tennis per oltre quarant’anni in tutte le vesti possibili immaginabili. Ad esempio, negli anni ’60 fu apprezzatissimo commentatore a Wimbledon per la BBC (scaricato nel 1973 in quanto, come detto, boicottò il torneo). Poi lo ritroviamo come giudice arbitro a Los Angeles. Poi come scrittore di memorie tennistiche. Insomma, non si può dire che non amasse quell’ambiente e che non lo conoscesse come le sue tasche. Proprio nel 1968, data oltremodo significativa, fu introdotto nella International Tennis Hall of Fame in Newport. Morì nel 2009 nella sua casa di Bel Air, California.

Pubblicato su Ubitennis il 2 marzo 2012

giovedì 7 giugno 2012

In odor di GOAT Big Bill Tilden - 2

TENNIS - In questa seconda parte presentiamo l'uomo Tilden, dall'esistenza sfortunata e frustrata in cui il tennis fu sempre presente. Dalle sue velleità artistiche ai suoi vizi, dal rapporto con i colleghi a quelli con gli artisti del tempo. Omosessuale dichiarato, venne arrestato per presunte moleste e morì in miseria. Ma fece in tempo a scrivere una "bibbia" tennistica. 

 

tilden1


Nell’accingermi a scrivere la seconda parte di questo contributo incentrato sulla sua parabola umana di Bill Tilden, ho fatto suonare un cd di Django Reinhardt, Nuits de Saint-Germain des Prés, che ci riporti agli anni’20 e alla Parigi dei Café che sicuramente Tilden avrà amato. Anche se lui prediligeva l’Opéra, tanto da collezionarne 2000 dischi e tentare, prima di quella tennistica, la carriera artistica, come cantante, o come attore, e poi come scrittore. Non ne aveva però le doti. Gli déi del tennis lo avevano sottratto alle Muse, ma lui per tutta la vita le inseguì corteggiandole, mai ricambiato. Spese tutti i soldi di famiglia e quelli guadagnati sul campo (seppur la gran parte sottobanco) per cercare la fortuna teatrale a Broadway, o facendosi stampare romanzi illeggibili, o insistendo presso gli amici divi di Hollywood (come Chaplin) per avere dei cammeo almeno sul grande schermo.
Non potendo essere artista, fece il Divo, almeno sui campi, raggiungendo la stessa notorietà di altri sportmen americani dell’epoca, come Babe Ruth. Soleva dire che “il tennis è ben più di uno sport. È un’arte, come il balletto. O come il teatro. Quando scendo in campo mi sento come Anna Pavlova, o come Adelina Patti, anche come Sarah Bernhardt (N.d.E.: celebri attrici dell’epoca, comparabili alla nostra Eleonora Duse). Vedo le luci della ribalta, sento i gemiti del pubblico”.
E come tutti gli attori che si rispettino, aveva un carattere narcisista e anticonformista: era una primadonna. Avendo firmato l’autografo di un ragazzino solo con il cognome, e interrogato sul perché non avesse scritto anche il nome chiosò: “Forse che la Garbo firma diversamente?. Per questo non sopportava che altri gli rubasse la scena e soprattutto non sopportava la Lenglen e Borotra, proprio perché erano e si atteggiavano a Divi quanto e più di lui, e di loro criticava lo stile: della Diva perchè era eccessiva, di Borotra perchè falso, ciarlatano, affascinante e insincero come Parigi. Di lui si riconoscono invece l’eleganza e la correttezza, possedeva innato lo stile e la lealtà per farsi amare più in Europa che in America dove non gli perdonavano le mattane e l’essere omosessuale. A quel tempo dichiararsi gay era un reato. E se i pregiudizi sono rimasti gli stessi anche oggi, all’epoca venivano apertamente espressi. In un film dell’epoca c’è una scena in cui a proposito di due fratelli si dice: “Uno gioca a tennis, l'altro invece è un maschio” (“One's a tennis player; the other's a manly sort of yellow”)”. È curioso a questo punto notare come proprio Tilden, omosessuale, sdoganò il tennis che iniziò non più a essere visto come sport da femminucce (nel senso spregiativo usato con questo termine), ma come sport anche per rudi popolani, poiché lui riuscì a catalizzare l’attenzione dei più diversi strati sociali. Ancora a fine anni ’80 (del Novecento), Bud Collins sentiva questi commenti: “Che sport sarà mai se il più grande di tutti i tempi era una checca?”. Venne anche rappresentato nel romanzo di Nabokov, Lolita, sotto lo pseudonimo di Ned Litam, che letto al contrario è Ma Tilden e dipinto come un ex campione di tennis circondato da un harem di raccattapalle e dichiaratamente omosessuale.
Anche i suoi colleghi furono spesso maligni e cattivi con lui su questo aspetto, tanto che Gianni Clerici racconta il seguente rumor: partecipando il Nostro alla prima edizione degli Internazionali d’Italia (Milano, 1930) e giunto agilmente in finale, fu apostrofato in malo modo con epiteti legati alle sue preferenze sessuali dal barone De Morpurgo, prossimo avversario nel match finale del torneo. Adirato, Big Bill gli lasciò la miseria di quattro game imponendosi 6-1 6-1 6-2.
Ci sono comunque due grosse macchie nella vita di Tilden. Venne incarcerato due volte (1946 e 1949) con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di due adolescenti. Sebbene Tilden prese fin da giovane sotto la sua ala protettiva diversi ragazzi che volevano intraprendere la carriera tennistica (dei quali Vinnie Richards fu il più talentuoso), e sebbene nessuno ebbe a dire che queste relazioni esulassero dal mero rapporto tennistico, nessuno volle più affidargli dei ragazzi, tanto che perse il lavoro come maestro di tennis. Queste due macchie sono forse figlie di un'infanzia sfortunata e tormentata. Perse infatti la madre in tenera età e con il padre, che pure morì quando Bill era ancora giovane, ebbe un rapporto quantomeno conflittuale. Nel 1931, come detto nella puntata precedente, Tilden venne squalificato dalla federazione americana con l’accusa di non essere un vero dilettante e quindi di ricevere dei compensi, seppur per avere scritto di tennis come giornalista. In realtà lui, come gli altri, veniva sottobanco remunerato per la partecipazione ai tornei (anche ai nostri Internazionali d’Italia del 1930); ed era risaputo. Ma fu il pretesto che i giudici federali utilizzarono per toglierlo di mezzo.
Passò dunque al professionismo con buonissimi risultati, essendo sempre l’attrazione principale delle tournée professionistiche. Fino alla sua morte fu innamorato del tennis e lo studiò nei minimissimi particolari. Tra i suoi contemporanei, il solo Renè Lacoste fece altrettanto. Scrisse tre libri sul tennis, tutti best seller, il più famoso dei quali sarà Match Play and the Spin of the Ball, tuttora ristampato e vera Bibbia tecnica dell’epoca; la massima più famosa sarà “mai cambiare un gioco vincente, sempre cambiare un gioco perdente”, frase che sembra lapalissiana e banalotta, ma che andrebbe ripetuta come un mantra anche ai nostri giorni. Dai suoi scritti affiora anche l’arguzia: in certe frasi ed aforismi, Tilden sembra l’Oscar Wilde del tennis. E come l’illustre scrittore, morì in disgrazia, sul lastrico, abbandonato dalla folla prima osannante. Fu colpito da infarto mentre si recava all’ennesimo torneo di tennis: era il 1953.

Pubblicato su Ubitennis il 14 marzo 2011

martedì 5 giugno 2012

Il primo della serie: In odor di GOAT, che non poteva non iniziare che con Bill Tilden

In odor di GOAT Big Bill Tilden - 1


tilden1

Trita e ritrita, ripresa più volte anche su questo sito e da commentatori ben più abili, non si vorrebbe annoiare i visitatori di Ubitennis con la solita storiella sul GOAT (il più grande di tutti i tempi tennistici), ma leggendo la storia di un Immortale (direbbe il solito Clerici), abbiamo pensato valesse la pena riproporla sommariamente. Non solo per la carriera fenomenale del giocatore, ma anche e soprattutto per la parabola umana che spinge ad alcune riflessioni piuttosto interessanti e d’attualità.
Nato il 10 febbraio 1893 a Philadelphia, William Tatem Tilden II era un rampollo di una ricca famiglia americana in cui il padre era un businessman che si interessava di politica e la madre una discreta pianista che Bill voleva seguire sulla strada della vocazione artistica. Cimentatosi nel teatro, in particine nel cinema, nella scrittura, eccelse nell’arte minore del Tennis.
Personaggio complesso e dalle molte sfaccettature, riuscì a costruire il proprio tennis in età tennistica piuttosto avanzata, vincendo il primo Slam solo a 27 anni. Come alcuni campioni (Federer, ad esempio) ci mise diversi anni a trovare completezza al suo gioco a tutto campo e ad avviarsi lungo il sentiero che lo renderà un Grandissimo…
Prima di lui e contro di lui si affermò negli USA Johnston, poi chiamato Little Bill, suo perfetto contraltare. Alto e piuttosto dinoccolato Big Bill; minuto Little Bill, che misurava 168 cm per 58 Kg. Assieme fecero grandi cose in Coppa Davis, essendo anche amici e vicendevoli ammiratori, tanto da far dire a Tilden che Johnston (vincitore di 2 US Open e di un Wimbledon in singolare) era “l’uomo che mi costringe a tirar fuori il meglio da me stesso, anche se poi lo batteva regolarmente. Dal 1915 al 1919 erano loro a giocarsi il primo posto nella classifica USA e agli US Open furono avversari in finale per ben sette volte.
Big Bill Tilden era dotato di un servizio di circa 124 miglia orarie (circa 200 Km/h), di un grandissimo dritto e di un rovescio giocato con il pollice teso lungo l’impugnatura e così armato vinse 3 Wimbledon (1920, primo yankee, 1921 e 1930, a 37 anni!) e 6 US Open di fila (1920-1925), per poi ripetersi nel 1929, sempre contro Johnston dunque!
Affilò le proprie armi a prezzo di notevoli sacrifici fisici e mentali: spesso era dolorante alle ginocchia, dovette amputarsi la falangetta del dito medio per delle complicazioni in seguito a un'infezione, non beveva, ma fumava pesantemente...
Si tenga conto però che non amava molto traversare l’Oceano se non per difendere la Coppa Davis, in cui vinse tutti gli incontri dal 1920 al 1925 e vincendola dal 1920 al 1926. E pensare che era spesso in conflitto con i dirigenti della propria federazione...
Ad esempio non andò mai in Australia e a Parigi su tre partecipazioni collezionò una semi e due finali, peraltro sfortunate avendo anche l'arbitraggio contro... A quei tempi giocare a Parigi per gli stranieri era come giocare agli Internazionali d'Italia ai tempi di Panatta...
In doppio fu altrettanto cannibale, anche se dividere le proprie glorie non gli andava sempre a genio e ovviamente pretendeva sempre di scegliersi il compagno. 11 furono comunque i titoli nello Slam, comprendendo anche quelli di doppio misto!
Sono però anche gli anni dei 4 Moschettieri, che per un po’ convissero perdenti con Tilden e Johnston, per poi finalmente iniziare a batterli, giovandosi anche dell'età. Il primo fu Lacoste che nel 1926, pur se sotto 4-0 in finale Davis, battè Big Bill. L’anno successivo gli americani vennero dapprima battuti sia agli US Open da Cochet e Borotra rispettivamente con Lacoste trionfatore finale, e poi anche al Roland Garros e a Wimbledon con Big Bill che perse contro Lacoste e Cochet i suoi incontri, ma che perse soprattutto parte della sua fiducia e sicurezza.
Al ritorno dall’Europa, con la Coppa Davis da giocare in patria, ma contro la Francia, Big Bill era preoccupato e comunicò le sue perplessità ai dirigenti federali; fu preso però sottogamba. Quell’anno, era il 1927, fu una sorta di passaggio generazionale! Tilden vinse il suo primo singolare e poi il doppio (peraltro dopo ancora estenuanti discussioni con i selezionatori per la scelta del compagno di doppio), ma perse da Lacoste e sul 2-2 si accomodò in tribuna, accanto a René a seguire Cochet-Johnston, risoltosi al quarto per i transalpini.
Dal 1922 i francesi avevano cercato di costruire una squadra per la Coppa e ce l’avevano finalmente fatta: per altri sei anni sarebbe stata loro con Big Bill impegnato in interminabili trattative federali e in traversate oceaniche per cercare di riportare nel Nuovo Continente la preziosissima insalatiera.
Lacoste, amico sinceramente ricambiato da Tilden, sigillò così la parabola tennistica dell’americano: “Non avrebbe potuto essere battuto da un solo giocatore, fu battuto da una squadra”. Quest'analisi lucidissima ci spiega il perché dagli addetti ai lavori il Nostro sia stato considerato fino agli anni '50 il più grande tennista di sempre e sicuramente fu il dominatore degli anni '20...Dal 1931, bisognoso di soldi e in rotta con la federazione entrò nel circuito professionistico, ma di questo parleremo la prossima volta...

Pubblicato su Ubitennis il 14 marzo 2011