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sabato 7 dicembre 2013

Il ring invisibile del giovane Cassius Clay

Il grande amico di Ubitennis, Rino Tommasi, presenta a Roma il libro “Il ring invisibile” di Alban Lefranc: una biografia immaginaria che scava nella gioventù del mito Cassius Clay, ovvero Muhammad Ali, ovvero The People’s Champion. Da dove gli viene tutta quella forza e quell’aura magica che ancora lo circonda?


..la copertina del Ring invisibile di Cassius Clay..


Domenica 8 dicembre, alle ore 11.00, all’interno della manifestazione Più libri più liberi a Roma, Rino Tommasi parteciperà alla presentazione del libro Il ring invisibile. L’autore è un francese, Alban Lefranc, che con questa opera ha vinto il premio Grand Prix Sport et Littérature, assegnato dall’Associazione scrittori sportivi francesi.

Gli estremi del libro:
Alban Lefranc, Il ring invisibile
Roma, 66thand2nd, 2013 – Attese, 22 - 143 p. - Eur 15,00
ISBN : 9788896538692

Con quest’ultima fatica letteraria, Alban Lefranc dà un’ulteriore prova della sua bravura in un genere nuovo. Il ring invisibile è, infatti, definito una biografia visionaria, immaginaria, della gioventù di Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali: di certo l’icona sportiva per eccellenza, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni; il simbolo che valica tutti i confini di genere e professioni.
Ma, secondo noi, è qualcosa di più. Non solo una biografia “possibile”, bensì un dialogo tra l’adolescente Cassius e il suo dèmone, nell’accezione greca del termine. Ovvero un essere che si pone a metà strada tra l’Umano e il Divino; insomma, il Genio che possiede il Grande Ali.
In questo libro tutto parte da una frase contenuta nell’autobiografia del pugile, in cui si racconta come il padre gli parlasse della morte di un giovane afroamericano, Emmett Till, e come questo episodio crescesse dentro di lui fino a diventare la forza del combattimento. Emmett Till era un adolescente nero, orrendamente torturato e brutalmente ucciso nell’agosto 1955 nella cittadina di Money, Mississippi. La sua colpa: aver guardato negli occhi una donna bianca. Grazie al coraggio della famiglia, in particolare della madre che volle una cerimonia funebre a bara scoperta – per far vedere come avevano ridotto suo figlio -, questo episodio divenne un evento chiave dell’affermazione del movimento per i diritti civili statunitense. Emmett e la sua tragica fine entrarono nel DNA della comunità afroamericana e del giovane Cassius, allora tredicenne; Alban Lefranc ne fa non solo la molla dello spirito indomito che lotta per l’affermazione dei diritti del suo popolo (Ali era detto anche: The People’s Champion), ma anche, appunto, vi vede il dèmone personale del futuro campione del mondo dei pesi massimi.
Emmett Till è il filo rosso, rosso di sangue, che attraversa questo libro. Che accompagna l’adolescente Cassius nelle sue paure e nelle sue affermazioni. Il futuro campione parla con Emmett come un profeta biblico può rivolgersi a un’anima dell’aldilà: “Ascolta, Emmett, ascolta la mia promessa: a te che non hai più una faccia, io darò la mia”.
Cassius Clay deve però affrontare anche altre prove per diventare Muhammad Ali. Deve affrontare i problemi di casa: il padre alcolizzato, pittore di insegne per negozi; il circuito della boxe e degli sciacalli che lo abitano; fare i conti con gli afroamericani che vedono in ogni pugile nero un’ispirazione, molto di più che uno sportivo da ammirare: come quel ragazzo che condannato a morte invocava l’idolo della boxe nera Joe Louis (“Save me Joe Louis, Save me Joe Louis”; ora questo racconto sembra sia solo un mito, ma un mito che ha avuto un peso incredibile nella nostra storia).
Cassius deve anche affrontare la paura degli aerei, ma ne deve prendere uno per venire a Roma a vincere la medaglia d’oro delle Olimpiadi nel 1960; e soprattutto deve imparare a relazionarsi con le donne.
È un romanzo di formazione vissuto nella testa di Cassius Clay, questo libro. E nella testa di Alban Lefranc, cioè di tutti noi che abbiamo in Muhammad Ali non solo il campione che volava leggero come una farfalla e pungeva come un’ape, ma anche uno dei più grandi simboli degli ultimi cento anni. A proposito: in questo libro Ali vola come una farfalla perché non permette a nessuno di toccargli il viso, dopo quello che è successo alla faccia di Emmett.
Per raggiungere tutto questo, però, Cassius Clay ha bisogno di costruirsi i propri confini spazio-temporali, definire riferimenti che lo rendono sicuro e invincibile: è così che nasce il Ring Invisibile; lasciamo ai lettori scoprire in effetti di cosa si tratta.


E siamo tutti molto curiosi di scoprire cosa dirà il nostro Rino Tommasi, presentando questo libro, di questo gigante del XX secolo, lui che è volato a Kinshasa nell’ottobre 1974 per raccontarci lo storico incontro con George Foreman; lui che lo ha incontrato più volte e conosce perfettamente il mondo della boxe; lui che però mette Muhammad Ali secondo nelle classifiche di tutti i tempi, dopo Joe Louis.

Pubblicato su Ubitennis il 07/12/2013

lunedì 18 novembre 2013

Marco Simoncelli: una leggenda entrata nella vita di tutti

Presentiamo il libro I circuiti celesti. Marco Simoncelli, la breve vita di un angelo centauro scritto da Emanuele Tonon, un autore molto intenso la cui vita è tuttora solcata dal mito del Sic. È una biografia atipica, il racconto di come Simoncelli attraversi molte vite lasciando sempre un’impronta profonda. A poco più di due anni dalla morte la sua presenza è ancora vivissima e incredibilmente copre un vasto spettro di sentimenti, emozioni e sensibilità.

..I circuiti celesti: Emanuele Tonon e Marco Simoncelli..

Gli estremi del libro:
Emanuele Tonon, I circuiti celesti. Marco Simoncelli, la breve vita di un angelo centauro
Roma, 66thand2nd, 2013 – Vite inattese, 3 - 120 p. - Eur 15,00
ISBN : 9788896538647

Ci sono libri che vanno letti con il cuore, con la pancia. Perché ci sono libri scritti con il cuore, con la pancia. Libri che fanno male; che entrano dentro le viscere e te le scavano cercandoti il cuore.
Proprio come la leggenda del Sic. Così bella e straziante da mozzare il fiato. A chi gli sta vicino, a chi lo ha conosciuto, e a chi lo ha amato anche se non lo ha mai incontrato di persona.
Il libro I circuiti celesti. Marco Simoncelli, la breve vita di un angelo centauro non è una biografia nel senso classico del termine. Non racconta la vita del centauro romagnolo nei dettagli storici, con aneddoti o sterili cronologie; non solo, almeno. Questo libro è la storia di un innamoramento. L’innamoramento tra l’autore, Emanuele Tonon, e Marco Simoncelli. E gli innamoramenti, quelli veri, vivono di pochi calcoli e di sterminata passione, quella passione per la vita che ispirava e ispira il talento di Simoncelli e ancora ci irradia tutti.
È il racconto di un incontro spirituale tra un ragazzo, pilota per vocazione, e un altro ragazzo in cerca di vocazione. Del Sic sappiamo molto: per quei pochi che, non conoscendola, ne volessero ripercorrere la parabola terrena, rimandiamo anche alla sua autobiografia, oppure ai moltissimi articoli scritti negli ultimi due anni, o ancora all’ultima puntata di Sfide a lui dedicata e andata in onda su Rai3 a un anno dalla tragica scomparsa.
Di Emanuele Tonon sappiamo invece che è nato a Napoli, ma ha passato infanzia e adolescenza a Cormòns, nel Collio friulano. Un’infanzia non certo felice, da quello che ci racconta, con la voglia di emergere e uscire dal clima socialmente oppressivo di una terra spesso dura anche con i suoi figli. Su questa zona italiana di confine è appena uscito anche un bel film - Zoran, il mio nipote scemo - in cui il problema dell’alcolismo si incrocia con i ristretti orizzonti sociali. Dopo le scuole, Tonon va a lavorare in una delle molte fabbriche del legno del goriziano, fino a quando decide di averne abbastanza dell’isolamento in cui è relegato e segue un percorso vocazionale in due monasteri; alla fine scopre che anche la vita religiosa non fa per lui e si lancia nella carriera di scrittore. La sua adolescenza prevede però anche l’innamoramento dei motori attraverso l’imitazione dei ragazzi più grandi. Passare i pomeriggi tra i Garelli, i Ciao e le marmitte da elaborare, provarli su una pista costruita dai ragazzi stessi, sbucciarsi lo sbucciabile è un percorso di iniziazione che porta all’innamoramento delle moto: lui ne traccia l’elogio della follia motoristica. Tonon inizia a seguire le corse, in televisione, senza poter andare a seguirle dal vivo, fino a quando arriva la grande occasione. A quel tempo assisteva un ragazzo, disabile in seguito a un incidente con lo scooter; con la famiglia del ragazzo scendono al Mugello per vedere le corse e là, in mezzo ai disabili ridotti sulle sedie a rotelle dai motori, ma nonostante ciò – o forse proprio per questo – appassionati veri del rombo celestiale, si rinforza il colpo di fulmine con un pilota. Un colpo di fulmine avvenuto via etere l’anno precedente, il 2008, quando un pilota, dalla moto più lenta, per togliere la scia a un suo inseguitore scarta a sinistra mettendolo in difficoltà e facendolo cadere. È un’azione al limite, è un’intuizione di riscossa per lo spettatore Tonon e per quel pilota: tale Marco Simoncelli da Coriano. Detto così sembra il nome di un eroe di un poema cavalleresco. E per lo scrittore lo è. Non sono forse questi sportivi gli eroi classici e medievali del nostro tempo? Non è forse la tuta un’armatura? Il casco una visiera – o una maschera – che catapulta questi esseri semidivini in un’altra dimensione? Non sono forse le gare i tornei di una volta? E di certo gli eroi omerici offrivano i Giochi alle divinità, in una celebrazione catartica di vita e di morte. Gli dèi assistevano dall’Olimpo e alle volte “coloro che gli dèi amano, chiamano a loro da giovani”. Tonon lo dice così: “Le stelle non si commuovono per chi parte primo e arriva primo ma per chi parte ultimo e arriva primo. Le stelle si commuovono anche se quell’ultimo non arriverà primo, se dovrà cedere, perché la meraviglia di quel gesto, quella gratuità assoluta, quell’assenza di calcolo, di guadagno, è il gesto artistico”.
L’autore ci fa coraggiosamente entrare nella sua intimità, in un parallelismo continuo tra il racconto della vita del Sic e la propria; tra gli incidenti di Marco e i suoi; tra la vita del Simoncelli pilota pubblico e quella del Simoncelli pilota privato, quel romagnolo che ha bisogno degli amici, della famiglia, delle carte, della piadina e di continui scherzi. Perché c’è chi nasce pilota, e allora, per Tonon, il Sic diventa un simbolo, un’epifania, un’apparizione, come lo è la foto iconica piazzata al centro del libro. Simoncelli che libra le sue ali, senza casco, in sella alla sua 58. Da lì si parte e si arriva, dai circuiti terrestri a quelli angelici.
Perché il Sic è da molto tempo leggenda – e non solo per Tonon -, è una leggenda viva che gareggia sui circuiti celesti dopo aver cavalcato quelli terrestri. Là si incontreranno lo scrittore e il pilota a discutere degli episodi primordiali, quelli dell’infanzia, che hanno segnato entrambi in due percorsi così distanti, così simili.

È un libro che va letto piano, perché fa dannatamente male. Sembra che l’autore abbia adottato la filosofia Sic: “sbattersene i coglioni”. Sbattersene i coglioni se ti danno una moto che va piano e concentrarsi per farla andare veloce, senza recriminare. Sbattersene i coglioni del politically correct degli scrittori, e usare un tono a tratti forte, crudo, però alternato alla poesia: la poesia dei collettori e delle emozioni, senza troppi calcoli, senza troppe reticenze.
È un elogio della follia dei motori e di quella passione, e la penna di Tonon segue vari registri. L’inizio è religioso, a tratti mistico, tanto da far temere di doversi preparare a una biografia agiografica o a una specie di retorica religiosa di quella fede che sono le moto. È però bravo, l’autore, a cercare quel “centimetro” di pista a cui Marco doveva puntare per sopperire alle sue carenze – o, meglio, sovrabbondanze – fisiche e per liberare il suo talento; allo stesso modo Tonon si destreggia sull’orlo della retorica e della poesia, senza però cadere nel mieloso o nella compassione di comodo. E ci riesce perché si percepisce che la sua è vera “compassione”, cioè che sente molto forte dentro di sé Marco e mette a nudo per noi i suoi sentimenti verso il Sic.
Per questo risultano cento pagine sofferte e dolorose, dense di vita, riso e pianto. Pagine da leggere senza fretta, quasi con venerazione, sicuramente con rispetto per queste due esistenze forti. Pagine che purtroppo hanno in appendice una cronologia della vita di Marco Simoncelli dannatamente corta.

Pubblicato su Ubitennis il 17 novembre 2013

mercoledì 30 ottobre 2013

Don Budge, von Cramm e Bill Tilden: un Terribile splendore

Terribile splendore è uno dei più bei libri di tennis usciti in Italia quest’anno. Racconta la storia dell’ultimo match della finale interzone tra il barone Gottfried von Cramm e Donald “Don” Budge, giocato sul Centre court di Wimbledon il 20 luglio 1937, con Big Bill Tilden in tribuna a tifare per i tedeschi. È soprattutto una perfetta metafora e un’eccellente trama per raccontarci la vita, la storia e la politica in Europa e negli States nei tardi anni Trenta.


..Donald Budge e Gottfried Von Cramm e la copertina di Terribile splendore..

Ci sono due libri di tennis che quest’anno - almeno finora – hanno colpito per la cura editoriale e per il loro contenuto. Uno si intitola semplicemente Tennis ed è edito da Adelphi, nel quale si raccolgono due scritti dell’americano John McPhee, editi negli States più di quarant’anni fa e solo quest’anno in prima edizione italiana. Il primo dei due è il racconto della semifinale di Forest Hills 1968 fra Arthur Ashe e Clark Graebner – il cui titolo è Livelli di gioco - narrato punto dopo punto con frequenti flashbacks psicologici e storici, un espediente che permette all’autore di raccontarci la storia dei due tennisti e l’America di quegli anni. Ovviamente su Arthur Ashe c’è da segnalare anche la bella biografia del nostro Alessandro Mastroluca, la cui recensione su Ubitennis potete trovare qui: http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/05/29/895708-arthur_ashe_messaggio.shtml
L’altro libro si intitola Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi. L’autore è un altro americano, Marshall Jon Fisher, l’editore è 66thand2nd, casa editrice romana, che ne cura l’edizione italiana - l’originale uscì a New York nel 2009 -.
Terribile splendore ci racconta un’altra partita: l’ultima partita della finale interzone di Coppa Davis tra Germania e USA, giocata il 20 luglio 1937 sul centrale di Wimbledon tra il barone Gottfried von Cramm e Donald Budge. C’è però anche un altro protagonista seduto in tribuna: Bill Tilden.
Prima di entrare più nel dettaglio del libro vi diamo alcuni link per approfondire i personaggi:

Come molti di voi sanno, la partita era decisiva: chi tra USA e Germania avesse vinto la finale interzone avrebbe sfidato l’Inghilterra detentrice dell’Insalatiera, e avrebbe agilmente trionfato. L’Inghilterra, priva di Fred Perry passato al professionismo, era nettamente più debole delle altre due squadre. Inoltre, il computo totale del tie era di 2 a 2: Budge e von Cramm erano i rispettivi numeri uno e avevano agilmente superato i propri singolari, il combattuto doppio era però andato agli americani (Budge/Mako b. von Cramm/Henkel 4-6 7-5 8-6 6-4). Non bastasse ciò, i due si erano appena affrontati nella finale di Wimbledon, dove si era imposto l’americano al quinto, sul tedesco che arrivava alla terza finale consecutiva a Londra senza mai una vittoria – Perry e Budge erano troppo forti sull’erba per lui in quegli anni -. I due erano anche il numero uno e il numero due al mondo tra i dilettanti. Non bastasse ancora ciò a dare un denso e sinistro significato a un match di tennis, nel 1937 i venti di guerra spiravano molto forti, dalla Spagna della guerra civile e di Guernica (26 aprile 1937) e dalla Germania nazista. E ancora: se Budge poteva permettersi di pensare soltanto al lato sportivo della faccenda, von Cramm era ben conscio di dover vincere per non incorrere nella vendetta nazista.
Il libro si snoda in sei capitoli; uno per ognuno dei cinque set più uno intitolato Dopopartita. L’autore inizia da una pallina lanciata sopra la testa per la messa in gioco. È un’evidente citazione (sottolineata dallo stesso Fisher) di Livelli di gioco di McPhee di cui già abbiamo detto. E non è l’unico rimando, anzi. È proprio la struttura che è similare. Punto dopo punto, game dopo game, Fisher ci introduce nel clima di quegli anni e nelle vicende personali dei tre tennisti. Come tre? Ma se a tennis si gioca in due! E invece, in questo libro c’entra pure l’americano Big Bill Tilden, ormai quarantaquattrenne tennista globetrotter da esibizione, eppur ancora grandissimo sulle brevi distanze e in continua ed eterna polemica con la sua federazione, tanto da allenare ufficiosamente la Germania e quasi parteggiare per il barone.
È difficile toccare in questo breve spazio tutti i temi e gli spunti di questo libro scritto molto bene e molto ben documentato, frutto di diversi anni di ricerche storiche e di incontri con i personaggi che hanno vissuto quell’epoca. Si prova a fare una rapida carellata: l’omosessualità di Tilden e von Cramm; l’eleganza e la sportività del barone a confronto con quella di Tilden e Budge; Budge il proletario, e il suo meraviglioso tennis in fase di crescita di quegli anni; la politica e le sue intromissioni nel tennis; l’atmosfera di Wimbledon degli anni Trenta; le prime trasmissioni radio e la prima diretta della NBC; le prime riprese televisive; i tragici destini di von Cramm e Tilden, entrambi morti giovani ed entrambi condannati alla galera; il rapporto di von Cramm con il nazismo e il rapporto delle altre Nazioni con il nazismo stesso.
Poi c’è il famoso - o meglio, famigerato - episodio della telefonata di Hitler a von Cramm prima dell’entrata sul court, e tutte le versioni di questa storia che nel corso degli anni si sono accumulate. Incroci con la letteratura: in Lolita è Tilden, non a caso, che si cela dietro il personaggio di Ned Litam, che all’incontrario si legge Ma Tilden, uno degli pseudonimi letterari del tennista. Poi ci sono descrizioni degli allenamenti dei tennisti dell’epoca, racchette e palline, usanze e costumi, lo stile di gioco dei più grandi e le loro vite fuori dai campi: spese pazze e trasgressione per alcuni e morigeratezza e solo tennis per altri (vi ricorda qualcuno?).
Una delle poche critiche negative che si possono muovere a quest’opera è che alle volte è frustrante seguire un punteggio attraverso un libro (es: 15-0 con un ace, poi un dritto in rovescio porta il punteggio sul 15 pari, poi un servizio vincente, etc...). Forse non tanto in questo caso, perché l’autore usa intervallare molto bene quello che potrebbe essere un lungo elenco di diritti e rovesci con notazioni interessanti e variegate. Purtroppo altri esempi tratti da libri di tennis potrebbero essere citati a detrimento di questo modo di raccontare (basti pensare all’autobiografia di Nadal). Perciò alle volte l’occhio tende a scivolare su qualcuno di questi passaggi: di certo è un libro molto scorrevole e coinvolgente nel suo complesso, sia per chi già abbia un’idea del tennis dell’epoca e lo voglia approfondire, sia per chi ci si avvicini per la prima volta.
Allo stesso modo si potrebbe essere in disaccordo su alcune delle iperboli che qui, ma anche leggendo altrove, si sentono in campo tennistico tra giornalisti e scrittori. Già il sottotitolo (La più bella partita di tennis di tutti i tempi) può creare fenomeni di orticaria. Poi si parla di colpi bellissimi, mai visti, giocatori invincibili, e così via... Purtroppo non abbiamo testimonianza diretta e quindi bisogna accettare la versione dei cronisti dell’epoca. E infatti queste iperboli nascono proprio in quei decenni: si pensi all’altrettanto famoso match del secolo (tra Suzanne Lenglen e Helen Wills) oppure all’ormai vexata quaestio del GOAT, su cui meglio non entrare, sperando ormai che sia una questione abbandonata dai più, ma che vedeva all’epoca Bill Tilden come il principale indiziato. Superati questi piccoli ostacoli, ci si trova davanti davvero a una miniera storica di aneddoti e personaggi, in una veste editoriale davvero notevole.
Già, perché anche l’occhio bibliofilo vuole la sua parte. Ci si trova subito davanti a una copertina tutta bianca, in una bella carta ruvida ma dolce al tocco e un bel disegno in copertina che raffigura Cramm di spalle intento in una volée alta, lo si riconosce dai capelli e dalla cintura del suo club, il Rot-Weiss di Berlino, seconda palla in mano. Budge è pronto a ricevere e sfoderare il suo mitico rovescio, Tilden invece è seduto, ingrigito, sullo sfondo.
A metà libro ci sono poi undici pagine di foto in bianco e nero, sulla stessa bella carta del testo, il che non disturba affatto. Inoltre ci sono pochissimi refusi (se ne sono contati tre più un verbo rivedibile), e in quasi quattrocento pagine non è per niente male.
Si potrebbe discutere invece sulla scelte delle note così concepite. Infatti non ci sono note a piè di pagina, e nemmeno rimandi, ma ogni volta che c’è un virgolettato o qualche accenno a qualcosa di storico, si deve andare nella sezione delle note (che infatti è di 40 pagine, sintomo della notevole ricerca che ha fruttato questo lavoro), cercare la frase che potrebbe avere una nota, e quindi leggerla. Certo è un espediente comodo per autore ed editore e che ancora non ci era capitato di vedere, solamente ci si deve fare un po’ l’abitudine; e per il lettore a letto è un po’ complicato andare alla sezione note tre o quattro volte per pagina.

La tentazione di raccontarvi di più su ognuno di questi aspetti tennistici e storici è grande; serberemo a fatica il riserbo per non rovinare il piacere a chi di voi leggerà delle gesta di von Cramm, Budge e dei loro coetanei. Certo non vi diremo ora chi alla fine vincerà questo match che si protrasse al quinto per il visibilio degli spettatori... Sappiate, però, che se andrete a cercare il risultato su Wikipedia o altrove, siete decisamente entrati nell’aura del libro e siete pronti per averlo tra le mani.

Gli estremi del libro:
Marshall Jon Fisher, Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi.
Roma, 66thand2nd, 2013 – Vite inattese, 2 - 384 p. - Eur 18,00

ISBN : 9788896538562



Recensione pubblicata su Ubitennis il 30 ottobre 2013
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/10/30/974088-budge_cramm_tilden_terribile_splendore.shtml

lunedì 21 ottobre 2013

Curarsi con i libri

Due biblioterapie scritte per un concorso, curarsi con i libri, consistente nell'associare a una malattia una terapia a base di un libro.

Titoli alternativi: "Mamme, è arrivato il librino" e "La vita è quello che ti succede mentre sei occupato a farti i tuoi piani". 



..il gabbiano Jonathan Livingstone..
..un altro giro di giostra..

Acne juvenilis                                  
Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone

In caso di acne juvenilis dei vostri pargoli il rimedio più diretto, care mamme, è Il gabbiano Jonathan Livingstone.
È necessario possederne due copie. Una di queste può essere letta, direttamente dall’adolescente o, nei casi più disperati, da un genitore al proprio virgulto. L’altra copia va invece fatta a strisce oblunghe da applicare sul soggetto sofferente. Le strisce vanno tagliate seguendo il senso della scrittura e/o delle foto e apposte con delicatezza sulle tempie del giovane adulto. In questo modo, per osmosi e per contatto, il vero gabbiano Jonathan che vive in ognuno di noi verrà sollecitato ad emergere e crescere palesandosi nell’animo dell’adolescente, anche se questi ha ormai più di trent’anni.
Prima che questo rimedio risulti efficace è innanzitutto da accertare che il paziente abbiamo perlomeno sviluppato un minimo senso di curiosità verso il mondo, un quantomeno leggero bisogno di trasgredire le regole e lo status quo, e voglia di sfidare se stesso e la realtà che lo circonda.
Dopo sole poche sedute vedrete un mutamento all’apparenza preoccupante. Mancanza di appetito, leggera sfrontatezza, chiusura in se stessi e in camera. Ma dopo pochi giorni ancora allora vedrete spuntare sull’uscio della cucina un soggetto nuovo, rilucente di luce propria, dall’appetito robusto e con pelle rigenerata e pulita. Le controindicazioni non sono poche, la più grave delle quali sarà un’apparente asocialità dell’individuo, che però risulterà come nascosto e profondo amore per la vita e per l’umanità.
Altri preoccupanti sintomi saranno: abbandono totale o parziale della playstation, preoccupante frequentazione di una o più biblioteche, vaghezza e indissimulata assenza dalla realtà pratica e quotidiana. Può anche portare a una leggere trascuratezza dell’igiene personale – da tenere sotto controllo questo aspetto –, e un allontanamento, per nulla negativo, dal nido.
Nel caso di crescita conclamata di ali bianche o di qualsisiasi altro colore nella zona dorsale, o in altre zone del corpo, si prega di contattare il teologo di fiducia. In alcuni soggetti si è notata una insorgente predilezione per i fiori e gli aromi naturali, senza per questo poi tendessero a diventare fioristi.


Tanatofobia (paura della morte)
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

Piccini o adolescenti, adulti o vecchi che siamo, abbiamo paura della morte o, meglio, abbiamo paura della NOSTRA morte. Spesso solo della sofferenza che la precede, ancora più spesso della perdita di ciò che possediamo.
Uno degli ultimi rimedi in campo bibliomedico è Un altro giro di giostra, di Tiziano Terzani. Si consiglia l'assunzione in dosi minime giornaliere, possibilmente serali. Quando cala la sera e si fa sentire più forte l'imbrunire, allora è necessario ricorrere a questo potente rimedio. Lasciatelo però agire senza accelerarne e frenarne l’influenza. Paragonabile alla clownterapia, questa è una "curiosaterapia". Non perché sia una terapia curiosa, ma perché il rimedio è la curiosità stessa e consiste proprio in questo: essere curiosi.
Andare alla ricerca, scoprire, svelare noi stessi e il mondo che ci circonda fino all'ultimo momento, o almeno fino quando ci è dato… e oltre. Terzani si trovava sull'orlo dell'ultimo salto e ha trovato il rimedio all’horror vacui mortalis ridendo e sorridendo, prendendo in giro e prendendosi in giro. Chi legge questo libro va con Terzani alla scoperta non di un rimedio per il suo cancro, ma alla ricerca di un rimedio impossibile, quello contro la morte; trovandone uno inaspettato: il rimedio contro la paura della morte.
Con spirito giocoso e curioso infilatevi sotto le coperte d’inverno, accendete una lucina, create il silenzio attorno a voi e concedetevi poche righe di questo libro, un sorso alla volta di questa medicina dolce per una malattia comune e amara.
Noterete dei piccoli ma costanti miglioramenti d’umore e un impercettibile ma significativo cambiamento di prospettiva. Nel caso non foste soddisfatti dei risultati ottenuti si consiglia di combinare la lettura con una passeggiata a passo lento, il più possibile in mezzo alla natura. Se ancora non si notassero i risultati sperati si passi direttamente alla lettura delle due ultime frasi del libro: 
“Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.”

mercoledì 24 luglio 2013

In Tibet con Flaviano Bianchini

Recensiamo uno dei libri che più ci hanno entusiasmato recentemente. Un viaggio portati nello zaino di un viaggiatore dagli occhi liberi e dal passo appassionato, allo scoperta clandestina del Tibet, ma, soprattutto, di un modo di viaggiare.




Oltre che essere un bel libro, In Tibet. Un viaggio clandestino di Flaviano Bianchini, è una miniera di spunti di riflessione sulla viandanza e sul movimento lento.
Non solo - anzi, non soprattutto – per chi non ha gustato le gioie e i dolori dell’andar piano, ma quasi con precedenza a chi è già “iniziato” alla logica dell’andare  a passo d’Uomo.
Flaviano Bianchini ci porta clandestinamente con sé in Tibet. Da anni si occupa di educazione ambientale e alla difesa dei diritti umani e di quelli della natura. Ha lavorato molto in America Latina e poi con organizzazioni come Amnesty International, Peacelink, e ora con Source International. Dall’America Latina è stato anche espulso, e quindi è pure un esperto di clandestinità. Se vi uniamo anche la passione per la montagna e l’abilità di viaggiatore “lento” (e di scrittore), è facile far intuire il fascino che questo libro emana.
Innanzitutto è scorrevole e semplice senza essere semplicistico, ma, ancor di più, ti aggancia e non ti molla fino all’ultima riga, come un film avvincente, come un Cammino intrapreso.
Ma dove ci porta davvero l’Autore? Non solo in Tibet, ma bensì in pellegrinaggio in Tibet. Un pellegrinaggio sui generis, poiché va a visitare i luoghi di Palden Gyatso, monaco tibetano per 33 anni incarcerato nelle prigioni cinesi e per motivi politici indesiderato in casa sua, con lo scopo di incontrarli e in seguito ritornare per raccontargli com’è ora il Tibet e il suo monastero.
Succede dunque che Bianchini debba entrare in Tibet da clandestino, perché è impossibile entrarci da viaggiatore curioso, solo da turista al seguito dei viaggi organizzati da compagnie cinesi autorizzate dal governo; e allora ecco che un italiano si fa clandestino (cosa rara al giorno d’oggi, sebbene sarebbe esperienza consigliabile per molti di noi, per provarne il significato sulla nostra pelle).
Anche perché il nostro viaggiatore non va direttamente alla meta, bensì dal monte Kailash a Lhasa, due luoghi sommamente sacri e venerati, e ci va a piedi, per 1.500 Km, da ovest verso est, attraversando il Tibet in compagnia di pellegrini, mercanti e nomadi. A piedi proprio come si muovono i tibetani. A piedi per entrare nello Spirito del Tibet, nella sua Storia passata e presenta. A piedi perché, citandolo: «Il viaggio a piedi è l’unico tipo di viaggio che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi».
Il racconto si dipana così tra incontri, fatti storici e leggendari, meraviglie naturali e aneddoti che ci guidano a conoscere un po’ più a fondo una terra e un popolo sacrificati dalle potenze mondiali sull’altare dei buoni rapporti con i governi cinesi.
Per fortuna l’Autore è anche critico, quando sente di dover esserlo, con i tibetani stessi. Non c’è traccia di falsa o costruita compassione che alle volte ci porta a causare addirittura maggiori guai alle popolazioni che, dall’alto della nostra supposta superiorità, noi Occidentali vorremmo “aiutare”, ma… a modo nostro!
E così questo libro è anche un ottimo strumento di indagine antropologica e storica, ma, oltre a ciò, a noi interessa un po’ di più come alla fine – e durante – la lettura sentiamo come un impulso a metterci in cammino, e la meta, davvero, quasi non importa.
A proposito di cammino, è stato illuminante leggere l’episodio di come il nostro viaggiatore si sia trovato in imbarazzo due volte per il suo bagaglio. Alla partenza, perché tutti reputavano il suo bagaglio troppo piccolo; in Tibet, perché i tibetani lo deridevano del suo zaino troppo pesante e pieno di cose inutili. E non è solo questione di punti di vista, magari da un mondo più povero economicamente e quindi abituato all’essenziale – anzi, all’indispensabile -, ma altresì di una differente concezione stessa del viaggiare: quando il viaggio a piedi è connaturato all’esistenza, basta un mantello che faccia anche da sacco per trasportare tè e burro di yak, il resto non solo è inutile, ma addirittura dannoso.
Per Bianchini l’odore del tè al burro di yak è l’odore del Tibet, e ce lo fa percepire anche attraverso le bellissime fotografie che impreziosiscono questo volume che ha ottenuto una meritatissima menzione speciale al Premio Chatwin “Viaggi di carta” 2010 come miglior libro di viaggio dell’anno.
Vi si perdona senz’altro, dunque, qualche piccolo refuso editoriale, vista anche la bibliografia davvero ben commentata e indispensabile, che va da Marco Polo a Tiziano Terzani. E proprio la voce di Terzani sembra risuonare nei toni a volte umoristici, a volte disorientati o disincantati, e nella fine attenzione al dettaglio sociale esemplificato da gustosi aneddoti che nascono dall’esperienza diretta. Da leggere, per fare un solo esempio, il racconto della visita ai piedi dell’Everest, tra occidentali che fanno letteralmente la fila per salire in vetta in comodità, e i portatori nepalesi che dormono all’addiaccio; ecco, lui si sente più solidale con quest’ultimi.
E noi con lui.
Anche perché, se per Flaviano Bianchini il viaggiare a piedi è ormai Il Viaggiare, a noi ci ha regalato la voglia di scoprire di più sul Tibet, ma, soprattutto, di indossare subito gli occhiali speciali del movimento lento.

Gli estremi del libro:
Flaviano Bianchini,
In Tibet. Un viaggio clandestino,
Pisa, BFS (A margine; 3), 2009, 201 p., ISBN 9788889413395, 18 euro.

domenica 19 maggio 2013

Firenze alla ricerca delle radici del Rinascimento

Dal 23 marzo al 18 agosto 2013 Palazzo Strozzi, a Firenze, ospita la mostra La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460. È una mostra interessante sotto diversi punti di vista, per certi tratti addirittura innovativa, e che si focalizza sulla scultura, considerata come capofila trainante delle altre discipline nel Rinascimento.






È infatti difficile da crederlo, ma il Rinascimento nell’Arte, che nel nostro immaginario è associato agli immortali affreschi e dipinti di MichelangeloLeonardo Raffaello, e all’architettura magnificente del Brunelleschi, in realtà inizia con la scultura. All’interno delle sale di Palazzo Strozzi, il visitatore è guidato in un percorso che tocca le radici che affondano nel Medioevo – il Medioevo di Giotto Arnolfo di Cambio – per passare attraverso le formelle del Battistero di San Giovanni scolpite da Brunelleschi e da Ghiberti, fino ad arrivare alle sculture monumentali, civili e religiose insieme, di Donatello: imponente è la Protome Carafa, una testa di cavallo di oltre due metri che richiama il celebre monumento equestre bronzeo del maestro fiorentino, quello del Gattamelata in Piazza del Santo a Padova, e da mozzare il fiato è poi il suo San Ludovico di Tolosa, che con i suoi quasi tre metri di altezza sembra un gigante buono rannicchiato in una sala, però è un gigante leggiadro, con i suoi panneggi morbidi e ariosi, il viso giovane e sereno, luccicante nel bronzo dorato appena restaurato.
Non manca inoltre il confronto con architettura e pittura: il modello ligneo coevo della Cupola di Santa Maria del Fiore, e le tavole di MasaccioFilippo LippiPaolo Uccello e Andrea del Castagno.
Non è certo una mostra facile o di appeal immediato: però è coraggiosa nell’esplorare la nascita Rinascimento e si avvale della stretta collaborazione con il Museo del Louvre, infatti questi capolavori si trasferiranno a Parigi dove faranno bella mostra di loro dal 26 settembre al 6 gennaio 2014.
E non è solo una mostra fine a sé stessa: per la sua preparazione il Louvre e Palazzo Strozzi hanno appositamente restaurato quattordici capolavori italiani e fiorentini, tra cui lo stesso San Ludovico del Donatello, immagine simbolo dell’esibizione.
Com’è d’abitudine per Palazzo Strozzi, c’è anche l’abbinamento a una mostra di arte contemporanea di giovani artisti che porta il titolo di Un’idea di bellezza. Una riflessione sulla bellezza e sul suo valore, su quanto sia o meno un valore condiviso oggi; in perfetto pendant con lo sfoggio della bellezza rinascimentale.
Dalla visita delle due rassegne nasce anche una provocazione: se il Rinascimento fiorentino è stato l’espressione artistica di una società ricca, politicamente evoluta, e nel contempo ne fu anche la causa; che cosa ci aspetta in questo tempo di crisi economica, ma anche culturale e politica? Quale bellezza ricerchiamo, e quale produciamo?
Per maggiori informazioni e orari si possono consultare il sito di Palazzo Strozzi, e le pagine dedicate alla mostra.

Pubblicato in www.jugo.it il 15 maggio 2013

martedì 6 novembre 2012

Football Clan: La rete della camorra

Seconda parte in cui ripercorriamo sulle orme del libro Football clan di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo come il pallone sia finito nella rete della camorra. Come sono stati coinvolti Maradona, Balotelli, Cannavaro, Chinaglia e Lavezzi in un gioco più grande di loro? Come fa la camorra a insinuarsi e a prendere controllo di intere società di calcio?




Continua il nostro viaggio alla scoperta del libro Football clan del magistrato Raffaele Cantone e del giornalista Gianluca Di Feo. Nella prima parte che trovate qui, abbiamo introdotto la pubblicazione, ora iniziamo ad entrare nel cuore del libro e nella sezione dedicata alla rete della camorra. Per motivi di spazio ci limiteremo a raccontare a grandi linee solo il rapporto camorra e calcio, ma il libro descrive più dettagliatamente i nodi che coinvolgono anche altri ambiti. Dalla canzone alla politica, dalle imprese di costruzione allo spaccio di droga.
Quando è iniziato tutto? Quando il calcio è diventato qualcosa di più di uno sport per malfattori di diversa fatta? Gli autori individuano un preciso momento storico nel mondiale argentino del 1978. Forse per la prima volta la televisione, ormai a colori, diventa il veicolo privilegiato del calcio. Ma non solo, anche veicolo di propaganda a livello planetario. È l’Argentina della giunta militare che forzò l’evento sportivo per ridurlo a uno spot di potere politico e dittatoriale. Nel frattempo, in Campania, Raffaele Cutolo (il don Raffaè di De André) guida la camorra nella modernità della criminalità organizzata. Come Totò Riina a Corleone, i Cutolo mettono fine alla camorra di carattere e ne fanno un’organizzazione mondiale implicata come una piovra in mille meandri di attività con un solo scopo: il potere. Non contano quasi più i soldi, conta il controllo: del territorio e della gente. E qual è uno dei passatempi più vicini alla gente se non il calcio? Tempi addietro farsi vedere alle processioni del paese, essere omaggiati dalla statua paesana era la patente di celebrità massima; ora che i tempi son cambiati e che il pallone è la religione più diffusa, i boss se ne fanno vanto e lo usano come strumento per entrare in tutti gli strati sociali.
Ecco allora come si spiega la visita del presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, in compagnia di Juary, campione brasiliano finito in Irpinia in quella stagione tanto magica quanto dubbia, a Raffaele Cutolo, allora rinchiuso in un’aula di tribunale a Napoli e in attesa di processo. È il primo, plateale, sfacciato riconoscimento a un boss in cui viene sfoggiato un calciatore famoso. C’è chi si indigna: Luigi Necco, telecronista RAI, denuncia questa collusione alla Domenica Sportiva. La domenica successiva tre sicari lo gambizzano, una punizione tipica del clan dei cutoliani: è un avvertimento per lui, e per tutti. Era il 1980.
Lo stesso anno del primo scandalo del Totonero, le scommesse illecite e le partite truccate. Grande fu lo shock mediatico in tutta Italia, coinvolte tra le altre Milan e Lazio, e giocatori già idoli come Paolo Rossi Bruno Giordano. Un terremoto che avrebbe potuto dare al sistema calcio italiano gli anticorpi che in futuro (si legga: oggi) sarebbero stati determinanti. E invece, complice il Mundial 1982 e l’amnistia che coinvolse un po’ tutti, complice la giustizia ordinaria impreparata e quella sportiva inadeguata, quegli anticorpi non si svilupperanno mai, e ora ne paghiamo le conseguenze.
Da quella stagione, ancora in parte oscura, arriviamo a Maradona. Restiamo però in Campania, a Napoli, dove ai Cutolo si sostituiscono dopo sanguinose lotte, faide e controfaide, i Giuliano. Maradona è stato ed è molte cose. Per Napoli era (è) un dio. Ci fu la lotta tra i clan per chi potesse avere la possibilità di fregiarsi della sua amicizia: uno spot che tra i bassifondi di Spaccanapoli equivaleva a una bandiera perennemente sventolante. Naturale dunque che la polizia ritrovi un intero album (per alcuni sono fotomontaggi) che ritraggono El pibe de oro assieme ai Giuliano nella vasca da bagno a forma di conchiglia.
Ma è il 1986, il Napoli è alla caccia dello scudetto: impossibile divulgarle per motivi di ordine pubblico. Sarà un’altra occasione persa per la produzione di anticorpi al virus delle infiltrazioni camorristiche.
E proprio le foto sembrano anche ai nostri giorni un vero e proprio status symbol per i camorristi, ma non solo. Si pensi al giovane tatuatore napoletano che sulla sua pagina facebook mise una foto dell'ignaro Pocho Lavezzi: uno spot gratuito che più efficace non si può. Peccato che i colleghi non la prendano benissimo: quel tatuatore finirà ammazzato per mano della camorra. Anche così ci si contende l’immagine dei calciatori, non solo attraverso le campagne pubblicitarie delle multinazionali. Altri esempi? Le foto di Hamsik, ma anche la presenza di Balotelli a Scampia. Che ci fa uno come SuperMario nel bel mezzo del territorio camorristico che ogni giorno è teatro di aspre lotte tra cosche rivali e i tentativi delle forze dell’ordine di portare un po’ di legalità? Gli interrogatori del talento italiano più cristallino sono ancora secretati, l’entourage del giocatore fa sapere che Mario, letto il libro Gomorra, volle andare a vedere di persona il quartiere simbolo della camorra di oggi. Altre versioni sostengono che l’onore della visita del campione fu divisa tra gli Scissionisti Antonio Lo Russo, un membro di una delle famiglie più potenti e super tifoso di calcio, tanto da seguire le partite del Napoli da bordo campo, come vediamo nella foto qua a latoSpesso i calciatori sono vittime più o meno inconsapevoli, lo stesso Balotelli ammette di essere stato “ingenuo”. Ma come fanno questi malavitosi ad arrivare a uno come SuperMario?
Già, la questione è proprio questa: come ci si infiltra tra le maglie di una società che ha mille occhi e che è attenta alle persone con cui ti incontri? C’è bisogno di intermediari. Persone che stanno di qua e di là della frontiera. Imprenditori iperattivi, senza grossi scrupoli, faccendieri introdotti nelle camere segrete dove si decidono il destino di grossi capitali frutto di azioni malavitose. Ad esempio come lo sono i milioni, miliardi di euro che devono essere riciclati. E qual è una delle attività principali con cui si possono riciclare ingenti somme di denaro sporco? Storicamente lo sono ristoranti e pizzerie. È notizia recente che in Germania, a detta dello stato tedesco, sono aumentate le aperture di pizzerie e ristoranti, grazie a soldi riciclati, in maniera esponenziale. Ovviamente anche da noi questo è un sistema molto usato e anche qui ci entra il pallone: come? Si prende, ad esempio, un giocatore famoso, lo si fa entrare come socio con quote di favore e lo si usa come prestigioso testimonial. È quello che è successo a Fabio Cannavaro, che si è visto convocato dagli inquirenti per avere spiegazioni sul suo rapporto con Marco Iorio, imprenditore e ristoratore di successo grazie anche al nome di Cannavaro. È un’inchiesta ancora in corso, e non tutti i legami sono stati chiariti. Certo è che tutti si professano innocenti, al massimo si autoaccusano di “ingenuità”.
Però non c’è solo il calcio della serie A. Ci sono i campi di periferia: lontani dalle città, i paesi si uniscono non più nella piazza o attorno al campanile, ma nel campo sportivo. Dalle Alpi alla Sicilia, c’è un intero movimento animato dalla passione sportiva, dalle antiche rivalità campanilistiche, che ogni domenica si riversa nel calcio dei dilettanti o dei semi-pro. Che ghiotta occasione per la camorra! Portare in alto la squadra del paese, acquisire celebrità, prestigio agli occhi del territorio, addirittura usare la squadra per competere nella supremazia all’interno della cosca. È quello che è successo a Mondragone nei primissimi anni ‘90. Il presidente Pagliuca arriva ai vertici della squadra e la usa come spot domenicale, quasi a voler insidiare il potere del boss Augusto La Torre che nel frattempo si trova in prigione. Pagliuca verrà ammazzato mentre al bar del paese sedeva con moglie e figli. Il Mondragone decadrà con lui. Come successe all’Albanova, allora in C2, arrivata a un passo dalla C1. Poi in due anni, decade il boss, decadono le squadre. Ecco l’effetto delle mafie sul calcio paesano, quello che si vorrebbe, almeno lui, più puro del calcio professionistico di ultima generazione.
E poi c’è un altro movimento: quello che dal basso, dai boss della periferia, cerca di raggiungere le vette. È uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni. Giorgio Chinaglia, recentemente scomparso, usato (non si saprà mai quanto involontariamente) per arrivare a mettere le mani sulla presidenza della Lazio. Pressioni da ogni lato sull’attuale presidente Lotito. Non solo a livello dirigenziale, con una vera e propria macchina da guerra messa in piedi da Giuseppe Diana con avvocati, commercialisti, faccendieri vari a sostenere nell’ombra lui, Long John, un vessillo per i tifosi laziali, ma anche gli stessi supporter che fecero la loro parte nell’esercitare influenze varie su Lotito. Come tutti sappiamo l’inchiesta anticamorra dei pm di Napoli ha spezzato il sogno di Re Giorgio, morto quest’anno da latitante negli StatesDiana, il camorrista che tentava la scalata, ha preferito sparire, di certo portandosi con sé diversi milioni di euro.
Ma che cosa cerca la camorra in una delle squadre più in vista di serie A? Quello che cercava nelle tribune di periferia: contatti. Accomunati da una fede calcistica, nelle tribune non si fa solo il tifo, si stringono alleanze, si definiscono simpatie e antipatie, insomma, si tirano le fila che muovono pupi e marionette, in un ballo macabro che alla fine costa molto ai veri tifosi. I veri tifosi che vanno allo stadio ormai con il dubbio di vedere una partita onesta, ma anche con la paura di essere circondati dagli ultras. Gli hooligans nostrani non hanno nulla da invidiare a quelli di altre nazioni, anzi, secondo la polizia, la camorra, la criminalità organizzata in generale, è ben presente in diversi settori delle curve. È un rapporto ambivalente: le curve forniscono gente disposta se non a tutto, a molto; alcuni gruppi delle curve ricevono protezione, soldi e contatti privilegiati con giocatori e dirigenti. Ma di questo continueremo a parlare la prossima settimana addentrandoci nel campionato delle mafie...


Gli estremi del libro:
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012.
Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008
 
Pubblicato su Vavel e Italiagermania4-3.com il 06 novembre 2012

sabato 3 novembre 2012

Bidoni: l'incubo

Furio Zara, Bidoni: l'incubo.
Da Aaltonen a Zavarov 100 storie di campioni in teoria, brocchi di razza, guitti, avventurieri e giullari del calcio italiano dal 1980 a oggi.
 
Prefazione di Gianni Mura. Milano, Kowalski, 2006. ISBN: 88-7496-719-5. 271 p., 10,00 euro.
 

martedì 30 ottobre 2012

Football Clan: Introduzione alle mafie nel calcio - Prima Parte

In cinque puntate a cadenza settimanale vogliamo raccontarvi un libro appena uscito, Football Clan, e ragionare con voi dello sport più bello del mondo e di quali rischi corra in Italia. E parleremo anche di Maradona e di un calcio trasformato a partire dal Mondiale argentino dei Colonnelli, di Balotelli e delle foto compromettenti di molti giocatori di oggi.

 
 
 
 
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012. Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008

sabato 6 ottobre 2012


Roberto Baggio

Una porta nel cielo. Un'autobiografia. 



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Prefazione di Daisaku Ikeda; interviste a cura di Enrico Mattesini, testi a cura di Enrico Mattesini e Andrea Scanzi; coordinamento e contributi di Ivan Zazzaroni; appendice statistica a cura di Elio Barraco. 6a ed. con statistiche aggiornate. Storie e miti; 48. ISBN: 88-88551-92-1. Arezzo, Limina, 2005, pp. 280; 14,98 euro.

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Roberto Baggio. 
Basta il nome per evocare ricordi e magie, incazzature e gioie, nostalgia e meraviglia.
Solo lui rimane fermo a sé stesso. Impassibile. Come insegna la scuola buddhista di cui da anni è parte. 
Anche chi non ha vissuto, o non ha vissuto appieno quegli anni calcistici, dice di sapere chi è Roberto Baggio. Non è così. Anche il più devoto al dio pallone non sa diverse cose su Baggio. Non le sa perché non sono mai state raccontate dalla stampa, perché Baggio è uno che tace e aspetta. 
In questo libro alcune cose le racconta, non tutte, altrimenti non sarebbe Baggio, ma alcune sì, e le racconta dal suo sguardo. O meglio, non è che racconti la sua versione dei fatti, ma i fatti attraverso la sua visione che è soprattutto emotiva, selettiva, passionale.
Passione è una parola chiave di questo libro: la passione è l'unico motivo che può spingere un ragazzino che non ha mai giocato in serie A ad andare al di là di un infortunio al ginocchio che per 16 anni ti costringe a giocare zoppo, ad allenarti di più, meglio e sempre. I soldi verranno poi, e se a uno richiedono di fare il professionista, ti costringono a cambiare città contro la tua volontà, beh, allora è giusto che si cerchi di trarne il massimo profitto.
È un libro che cerca di andare al di là del calcio come fattore puramente sportivo. È scritto bene, da diverse mani sapienti, e costruito come una lunga intervista sulle tematiche che hanno sempre incuriosito il grande pubblico; sullo sfondo troviamo la sua parabola da numero 10 per definizione, in ordine più o meno cronologico.
La Nazionale, i presidenti, gli allenatori, i tifosi: quando uno smette deve necessariamente selezionare le gioie da portarsi nel cuore, i momenti dolorosi si selezionano da soli. Su tutti, quel rigore a Pasadena: se ti chiami Massaro o Baresi puoi sbagliarlo, quel rigore. Se ti chiami Baggio, quel rigore viene a visitarti per molte notti, anche se probabilmente sarebbe stato ininfluente. 
Anche i tifosi fanno male, quando ti fanno pagare colpe non tue. I presidenti poi ti portano alla realtà del calcio peggiore.
E infine ci sono loro: gli allenatori. Per un numero 10 alla Baggio è un terno al lotto. Se ti ritrovi ad essere imbrigliato negli schemi, tu che sei fatto per romperli, passerai diverso tempo a pensare in panchina (pensare fa male, a un fantasista). Peggio ancora succederà quando l'allenatore vuole essere il protagonista. E tu sei amato da tutti, tifosi, giornalisti, perché incarni il sogno per definizione del calcio: il dribbling e il tocco sopraffino, la voglia di stupirsi e stupire, e questo non ti viene perdonato da un allenatore primadonna. E quei tre allora fanno finta di non capirti: Sacchi, Ulivieri e soprattutto Lippi. Per fortuna ci sono uomini che ti riconciliano con il mondo, come Mazzone
A proposito di uomini: è di questo che in realtà parla il libro. Gli amici veri: ristoratori che diventano compagni di caccia e vittime di scherzi pesanti. Della ricerca di una spiritualità profonda, impegnativa, che tiri fuori il meglio di te come uomo e nel contempo ti riempia di energie da espandere a chi ti circonda. E poi di lunghe ore leggere passate a pregare, o appostati a caccia; che poi è la stessa cosa. Di una terra nuova da amare, l'Argentina degli argentini veri, non di quella per turisti.
E la famiglia come un rifugio, ma anche un gioiello prezioso da custodire nel silenzio, da nascondere al vortice impazzito che il calcio spesso è. Allora anche il ricordo di un rigore calciato in curva può fare meno male.

Pubblicato su Italia Germania 4-3 il 6 ottobre 2012

giovedì 19 luglio 2012

Tennista e gentiluomo

TENNIS - Recensione del libro "Giorgio de’ Stefani: il gentleman con la racchetta" della giornalista Francesca Paoletti. Grande tennista, è stato anche membro del CIO, presidente della FIT e dell'ITF.  


Giorgio De Stefani: il gentleman con la racchetta
Giorgio De' Stefani: il gentleman con la racchetta: ah, la retorica di un tempo!

De’ Stefani, il tennista senza rovescio. Giorgio de’ Stefani, il gentiluomo. Così i giornali ci ricordano questa figura. Senza rovescio in quanto aveva la particolarità di cambiare mano nell’impugnare la racchetta durante gli scambi e quindi di giocare di diritto sia a destra che a sinistra. Gentiluomo in quanto sia nella sua carriera da giocatore che in quella di dirigente sportivo si distinse per la signorilità e l’eleganza. Recensiamo il seguente libro che ce lo ricorda:

Francesca Paoletti - Giorgio de’ Stefani: il gentleman con la racchetta, presentazione di Mario Pescante.
Roma : Riccardo Viola editore, 2005 - Racconti di sport di Roma e del Lazio, 3 - 115 p. -Eur 5,00
ISBN : 8890170719

Osservato a prima vista, il libro mi ha fatto temere di non aver azzeccato un buon affare; per fortuna i libri hanno la capacità di smentirci. Più avanti spiegherò il perché, ora vorrei riassumere brevemente la vita del protagonista:

IL PROTAGONISTA
Giorgio de’ Stefani nacque a Verona nel 1904. Figlio di un ministro del governo salutò da bambino il Nord per trasferirsi a Roma, di cui sempre si considerò un figlio tra i più fortunati. I primi approcci con lo sport si devono alla mamma, donna di notevole intraprendenza e che lo seguì spesso nei viaggi che lo videro ambasciatore del tennis in tutti i continenti. Arrivato a Roma iniziò a giocare al Club Parioli, a cui fu sempre molto legato. Fu uno dei principali tennisti italiani e internazionali; raggiunse la finale del Roland Garros perdendola dal Moschettiere Cochet in quattro onorevoli set nel 1932 e raggiunse la top ten nei suoi anni migliori. Vanta 44 vittorie in Davis su 66 presenze e fu anche capitano nel 1948. Il suo tennis era imprevedibile, vista la particolarità del suo gioco (tendenzialmente mancino, cambiava mano per giocare sempre di diritto); fortissimo nei passanti e indecifrabile negli smash, con queste armi riuscì a battere autentiche leggende come Fred Perry. Hopman, e a dare del filo da torcere a Von Cramm, a Lacoste, a Cochet... Punti deboli erano la sua battuta (una seconda non molto solida, in particolare) e il gioco di rete, visto che il passaggio della racchetta tra le due mani era piuttosto laborioso.
Iniziò seguendo le orme di De Martino per poi essere secondo di De’ Morpurgo, che di certo non aveva un carattere facile visto che, quando De’ Stefani riuscì a batterlo per la prima volta si vide recapitare uno schiaffo al momento della stretta di mano per mancanza di rispetto... Insieme però formarono una squadra di Davis molto temibile, tanto da costringere lo squadrone dei Moschettieri al 3-2. Dopo la seconda guerra mondiale, venne nominato membro del CIO dal 1951 (vi fece parte fino alla morte, avvenuta nel 1992) e presidente della Federazione internazionale di tennis dalla seconda metà anni ‘50 al 1969 (non in anni successivi), ancor prima di essere presidente della FIT (consecutivamente dal 1958 al 1969). Da tutti viene ricordato come un gran signore, mosso solo dall’amore per lo sport e per il tennis in particolare. Si consideri che sotto la sua egida vennero attribuite le Olimpiadi a Roma nel 1960, edizione particolarmente riuscita, e ancor prima le olimpiadi invernali di Cortina.
Due sue storiche battaglie sono menzionate; la prima fu quella per la riammissione del tennis alle Olimpiadi, evento osteggiato dagli inglesi e da qualche grande torneo in quanto rischiava di far perdere a Wimbledon qualche popolarità. Dopo più di trent’anni di perseveranza riuscì a rivedere il “suo” sport nell’edizione di Seul ‘88. Se quest’anno potremo goderci il tennis a cinque cerchi, lo dobbiamo anche a lui. Si opponeva poi strenuamente all’era del professionismo, e considerò un tremendo oltraggio la posizione di Wimbledon che nel 1968 aprì i propri cancelli anche ai pro. Se questa posizione è ora criticabile per il suo conservatorismo, bisogna però considerare lo spirito dell’uomo, che si definiva uno degli ultimi seguaci di De Coubertin. Su questo non si possono aver dubbi, visto che rifiutò sempre le laute prebende della sua carica e si oppose alla politica dei politicanti di mestiere che nello sport entrarono negli ultimi decenni della sua vita a dettar legge, spesso la legge del denaro con tutto ciò che ne consegue (ricatti, corruzione, etc...).

IL LIBRO
Dicevo prima che a considerarlo a prima vista, questo libro mi dava l’idea di essere stato un pessimo investimento, per fortuna mi sbagliavo. Tra i punti di forza ci sono sicuramente le molte fotografie: De’ Stefani era anche un appassionato fotografo, e considerati i numerosi viaggi che fece e le molte personalità che incontrò la scelta di cosa pubblicare dev’essere stata piacevolmente imbarazzante. Notevole e interessante è l’apparato che ci ricorda i suoi record e diverse statistiche, come le presenze in Davis, i suoi match, ma anche l’elenco dei presidenti della FIT, addirittura l’albo d’oro del tennis Parioli a livello nazionale. Poi ci sono estratti dai giornali dell’epoca che danno un’idea non solo della popolarità di De’ Stefani, ma anche, visto che sono inquadrati molto bene nel loro momento storico, del clima dell’epoca. La qualità di stampa è buona; ho notato, a onor del vero, due piccoli refusi, ma sia la carta che la copertina mi sembrano adatte al tipo di pubblicazione.
Il libro è poi scritto molto bene da una giornalista sportiva, Francesca Paoletti: è piuttosto scorrevole e ricco di aneddoti. Ad esempio riporto questo: nella sua giovinezza era uso giocare una partita al giorno con l’amico e validissimo tennista Clemente Serventi. Ad un certo punto sentono un gran vociare accanto al club, si sporgono e vedono diverse persone in una divisa che prevedeva una camicia nera attraversare la capitale provenienti da Ponte Milvio. Al che il suo compagno gli fa: “Annamo Gio’, lassali perde. Quanto stavamo? Quaranta-quindici?”. Era la Marcia su Roma...Criticherei forse il tono un po’ troppo agiografico dell’insieme. Sicuramente De’ Stefani è stato molto importante per il tennis e lo sport italiano e si è trovato ad affrontare momenti storici non facili, però andrebbe spiegata meglio la sua posizione in un’epoca storica che vide l’ascesa del regime fascista. Come la stragrande maggioranza degli italiani, dovette convivere con il fascismo e l’ideologia che lo guidava. Non fu certo uno strenuo oppositore di Mussolini, ma neanche un fervente sostenitore fanatico: questo sembra emergere dalle notizie che ho cercato di raccogliere. Forse avrei messo questo in maggior luce, visto che nel libro ci sono le foto delle parate a cui partecipò e del suo primo incontro disputato sul Campo della Pallacorda (fu il primo a giocarci, inaugurandolo). Sicuramente la stampa del regime cercò di utilizzare i suoi successi per mettere in luce la fierezza italica. C’è anche da dire che in quel periodo de’ Stefani fu quasi sempre in viaggio, immagino spesso ospite dei vari re e marajà che se lo contendevano (come gli emiri di oggi si contendono Federer e Nadal), ma altrettanto spesso fu alla guida di delegazioni italiane che ci rappresentavano nei quattro continenti.
Chiudo questa breve recensione parlando degli ultimi due capitoli che mi sembrano interessanti. Un ricordo di Nicola Pietrangeli, compagno del Parioli, che lo ricorda come una persona riservata, ma molto affezionata anche in qualità di dirigente e che ricorda i motivi di contrasto che i giocatori dell’epoca avevano con lui: la questione del professionismo (che Pietrangeli dice di aver sempre appoggiato) e la questione del challenge round in Davis e la possibilità di scelta dei campi da parte dei finalisti, senza le quali, dice Nicola, avremmo ottenuto qualche successo in più e su questo punto de’ Stefani non fu abbastanza fermo nel proporne l’abolizione. L’ultimo capitolo riporta estratti dai giornali del 1992 che lo ricordano nel momento della morte e si chiude con l’articolo di Clerici che ne ricorda il tennista, il dirigente e la persona. Per gli amanti del tennis elegante, dai nobili gesti e dai pantaloni bianchi è sicuramente un libro da conservare in biblioteca.


Pubblicato su Ubitennis il 19 luglio 2012