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sabato 7 dicembre 2013

Il ring invisibile del giovane Cassius Clay

Il grande amico di Ubitennis, Rino Tommasi, presenta a Roma il libro “Il ring invisibile” di Alban Lefranc: una biografia immaginaria che scava nella gioventù del mito Cassius Clay, ovvero Muhammad Ali, ovvero The People’s Champion. Da dove gli viene tutta quella forza e quell’aura magica che ancora lo circonda?


..la copertina del Ring invisibile di Cassius Clay..


Domenica 8 dicembre, alle ore 11.00, all’interno della manifestazione Più libri più liberi a Roma, Rino Tommasi parteciperà alla presentazione del libro Il ring invisibile. L’autore è un francese, Alban Lefranc, che con questa opera ha vinto il premio Grand Prix Sport et Littérature, assegnato dall’Associazione scrittori sportivi francesi.

Gli estremi del libro:
Alban Lefranc, Il ring invisibile
Roma, 66thand2nd, 2013 – Attese, 22 - 143 p. - Eur 15,00
ISBN : 9788896538692

Con quest’ultima fatica letteraria, Alban Lefranc dà un’ulteriore prova della sua bravura in un genere nuovo. Il ring invisibile è, infatti, definito una biografia visionaria, immaginaria, della gioventù di Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali: di certo l’icona sportiva per eccellenza, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni; il simbolo che valica tutti i confini di genere e professioni.
Ma, secondo noi, è qualcosa di più. Non solo una biografia “possibile”, bensì un dialogo tra l’adolescente Cassius e il suo dèmone, nell’accezione greca del termine. Ovvero un essere che si pone a metà strada tra l’Umano e il Divino; insomma, il Genio che possiede il Grande Ali.
In questo libro tutto parte da una frase contenuta nell’autobiografia del pugile, in cui si racconta come il padre gli parlasse della morte di un giovane afroamericano, Emmett Till, e come questo episodio crescesse dentro di lui fino a diventare la forza del combattimento. Emmett Till era un adolescente nero, orrendamente torturato e brutalmente ucciso nell’agosto 1955 nella cittadina di Money, Mississippi. La sua colpa: aver guardato negli occhi una donna bianca. Grazie al coraggio della famiglia, in particolare della madre che volle una cerimonia funebre a bara scoperta – per far vedere come avevano ridotto suo figlio -, questo episodio divenne un evento chiave dell’affermazione del movimento per i diritti civili statunitense. Emmett e la sua tragica fine entrarono nel DNA della comunità afroamericana e del giovane Cassius, allora tredicenne; Alban Lefranc ne fa non solo la molla dello spirito indomito che lotta per l’affermazione dei diritti del suo popolo (Ali era detto anche: The People’s Champion), ma anche, appunto, vi vede il dèmone personale del futuro campione del mondo dei pesi massimi.
Emmett Till è il filo rosso, rosso di sangue, che attraversa questo libro. Che accompagna l’adolescente Cassius nelle sue paure e nelle sue affermazioni. Il futuro campione parla con Emmett come un profeta biblico può rivolgersi a un’anima dell’aldilà: “Ascolta, Emmett, ascolta la mia promessa: a te che non hai più una faccia, io darò la mia”.
Cassius Clay deve però affrontare anche altre prove per diventare Muhammad Ali. Deve affrontare i problemi di casa: il padre alcolizzato, pittore di insegne per negozi; il circuito della boxe e degli sciacalli che lo abitano; fare i conti con gli afroamericani che vedono in ogni pugile nero un’ispirazione, molto di più che uno sportivo da ammirare: come quel ragazzo che condannato a morte invocava l’idolo della boxe nera Joe Louis (“Save me Joe Louis, Save me Joe Louis”; ora questo racconto sembra sia solo un mito, ma un mito che ha avuto un peso incredibile nella nostra storia).
Cassius deve anche affrontare la paura degli aerei, ma ne deve prendere uno per venire a Roma a vincere la medaglia d’oro delle Olimpiadi nel 1960; e soprattutto deve imparare a relazionarsi con le donne.
È un romanzo di formazione vissuto nella testa di Cassius Clay, questo libro. E nella testa di Alban Lefranc, cioè di tutti noi che abbiamo in Muhammad Ali non solo il campione che volava leggero come una farfalla e pungeva come un’ape, ma anche uno dei più grandi simboli degli ultimi cento anni. A proposito: in questo libro Ali vola come una farfalla perché non permette a nessuno di toccargli il viso, dopo quello che è successo alla faccia di Emmett.
Per raggiungere tutto questo, però, Cassius Clay ha bisogno di costruirsi i propri confini spazio-temporali, definire riferimenti che lo rendono sicuro e invincibile: è così che nasce il Ring Invisibile; lasciamo ai lettori scoprire in effetti di cosa si tratta.


E siamo tutti molto curiosi di scoprire cosa dirà il nostro Rino Tommasi, presentando questo libro, di questo gigante del XX secolo, lui che è volato a Kinshasa nell’ottobre 1974 per raccontarci lo storico incontro con George Foreman; lui che lo ha incontrato più volte e conosce perfettamente il mondo della boxe; lui che però mette Muhammad Ali secondo nelle classifiche di tutti i tempi, dopo Joe Louis.

Pubblicato su Ubitennis il 07/12/2013

mercoledì 30 ottobre 2013

Don Budge, von Cramm e Bill Tilden: un Terribile splendore

Terribile splendore è uno dei più bei libri di tennis usciti in Italia quest’anno. Racconta la storia dell’ultimo match della finale interzone tra il barone Gottfried von Cramm e Donald “Don” Budge, giocato sul Centre court di Wimbledon il 20 luglio 1937, con Big Bill Tilden in tribuna a tifare per i tedeschi. È soprattutto una perfetta metafora e un’eccellente trama per raccontarci la vita, la storia e la politica in Europa e negli States nei tardi anni Trenta.


..Donald Budge e Gottfried Von Cramm e la copertina di Terribile splendore..

Ci sono due libri di tennis che quest’anno - almeno finora – hanno colpito per la cura editoriale e per il loro contenuto. Uno si intitola semplicemente Tennis ed è edito da Adelphi, nel quale si raccolgono due scritti dell’americano John McPhee, editi negli States più di quarant’anni fa e solo quest’anno in prima edizione italiana. Il primo dei due è il racconto della semifinale di Forest Hills 1968 fra Arthur Ashe e Clark Graebner – il cui titolo è Livelli di gioco - narrato punto dopo punto con frequenti flashbacks psicologici e storici, un espediente che permette all’autore di raccontarci la storia dei due tennisti e l’America di quegli anni. Ovviamente su Arthur Ashe c’è da segnalare anche la bella biografia del nostro Alessandro Mastroluca, la cui recensione su Ubitennis potete trovare qui: http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/05/29/895708-arthur_ashe_messaggio.shtml
L’altro libro si intitola Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi. L’autore è un altro americano, Marshall Jon Fisher, l’editore è 66thand2nd, casa editrice romana, che ne cura l’edizione italiana - l’originale uscì a New York nel 2009 -.
Terribile splendore ci racconta un’altra partita: l’ultima partita della finale interzone di Coppa Davis tra Germania e USA, giocata il 20 luglio 1937 sul centrale di Wimbledon tra il barone Gottfried von Cramm e Donald Budge. C’è però anche un altro protagonista seduto in tribuna: Bill Tilden.
Prima di entrare più nel dettaglio del libro vi diamo alcuni link per approfondire i personaggi:

Come molti di voi sanno, la partita era decisiva: chi tra USA e Germania avesse vinto la finale interzone avrebbe sfidato l’Inghilterra detentrice dell’Insalatiera, e avrebbe agilmente trionfato. L’Inghilterra, priva di Fred Perry passato al professionismo, era nettamente più debole delle altre due squadre. Inoltre, il computo totale del tie era di 2 a 2: Budge e von Cramm erano i rispettivi numeri uno e avevano agilmente superato i propri singolari, il combattuto doppio era però andato agli americani (Budge/Mako b. von Cramm/Henkel 4-6 7-5 8-6 6-4). Non bastasse ciò, i due si erano appena affrontati nella finale di Wimbledon, dove si era imposto l’americano al quinto, sul tedesco che arrivava alla terza finale consecutiva a Londra senza mai una vittoria – Perry e Budge erano troppo forti sull’erba per lui in quegli anni -. I due erano anche il numero uno e il numero due al mondo tra i dilettanti. Non bastasse ancora ciò a dare un denso e sinistro significato a un match di tennis, nel 1937 i venti di guerra spiravano molto forti, dalla Spagna della guerra civile e di Guernica (26 aprile 1937) e dalla Germania nazista. E ancora: se Budge poteva permettersi di pensare soltanto al lato sportivo della faccenda, von Cramm era ben conscio di dover vincere per non incorrere nella vendetta nazista.
Il libro si snoda in sei capitoli; uno per ognuno dei cinque set più uno intitolato Dopopartita. L’autore inizia da una pallina lanciata sopra la testa per la messa in gioco. È un’evidente citazione (sottolineata dallo stesso Fisher) di Livelli di gioco di McPhee di cui già abbiamo detto. E non è l’unico rimando, anzi. È proprio la struttura che è similare. Punto dopo punto, game dopo game, Fisher ci introduce nel clima di quegli anni e nelle vicende personali dei tre tennisti. Come tre? Ma se a tennis si gioca in due! E invece, in questo libro c’entra pure l’americano Big Bill Tilden, ormai quarantaquattrenne tennista globetrotter da esibizione, eppur ancora grandissimo sulle brevi distanze e in continua ed eterna polemica con la sua federazione, tanto da allenare ufficiosamente la Germania e quasi parteggiare per il barone.
È difficile toccare in questo breve spazio tutti i temi e gli spunti di questo libro scritto molto bene e molto ben documentato, frutto di diversi anni di ricerche storiche e di incontri con i personaggi che hanno vissuto quell’epoca. Si prova a fare una rapida carellata: l’omosessualità di Tilden e von Cramm; l’eleganza e la sportività del barone a confronto con quella di Tilden e Budge; Budge il proletario, e il suo meraviglioso tennis in fase di crescita di quegli anni; la politica e le sue intromissioni nel tennis; l’atmosfera di Wimbledon degli anni Trenta; le prime trasmissioni radio e la prima diretta della NBC; le prime riprese televisive; i tragici destini di von Cramm e Tilden, entrambi morti giovani ed entrambi condannati alla galera; il rapporto di von Cramm con il nazismo e il rapporto delle altre Nazioni con il nazismo stesso.
Poi c’è il famoso - o meglio, famigerato - episodio della telefonata di Hitler a von Cramm prima dell’entrata sul court, e tutte le versioni di questa storia che nel corso degli anni si sono accumulate. Incroci con la letteratura: in Lolita è Tilden, non a caso, che si cela dietro il personaggio di Ned Litam, che all’incontrario si legge Ma Tilden, uno degli pseudonimi letterari del tennista. Poi ci sono descrizioni degli allenamenti dei tennisti dell’epoca, racchette e palline, usanze e costumi, lo stile di gioco dei più grandi e le loro vite fuori dai campi: spese pazze e trasgressione per alcuni e morigeratezza e solo tennis per altri (vi ricorda qualcuno?).
Una delle poche critiche negative che si possono muovere a quest’opera è che alle volte è frustrante seguire un punteggio attraverso un libro (es: 15-0 con un ace, poi un dritto in rovescio porta il punteggio sul 15 pari, poi un servizio vincente, etc...). Forse non tanto in questo caso, perché l’autore usa intervallare molto bene quello che potrebbe essere un lungo elenco di diritti e rovesci con notazioni interessanti e variegate. Purtroppo altri esempi tratti da libri di tennis potrebbero essere citati a detrimento di questo modo di raccontare (basti pensare all’autobiografia di Nadal). Perciò alle volte l’occhio tende a scivolare su qualcuno di questi passaggi: di certo è un libro molto scorrevole e coinvolgente nel suo complesso, sia per chi già abbia un’idea del tennis dell’epoca e lo voglia approfondire, sia per chi ci si avvicini per la prima volta.
Allo stesso modo si potrebbe essere in disaccordo su alcune delle iperboli che qui, ma anche leggendo altrove, si sentono in campo tennistico tra giornalisti e scrittori. Già il sottotitolo (La più bella partita di tennis di tutti i tempi) può creare fenomeni di orticaria. Poi si parla di colpi bellissimi, mai visti, giocatori invincibili, e così via... Purtroppo non abbiamo testimonianza diretta e quindi bisogna accettare la versione dei cronisti dell’epoca. E infatti queste iperboli nascono proprio in quei decenni: si pensi all’altrettanto famoso match del secolo (tra Suzanne Lenglen e Helen Wills) oppure all’ormai vexata quaestio del GOAT, su cui meglio non entrare, sperando ormai che sia una questione abbandonata dai più, ma che vedeva all’epoca Bill Tilden come il principale indiziato. Superati questi piccoli ostacoli, ci si trova davanti davvero a una miniera storica di aneddoti e personaggi, in una veste editoriale davvero notevole.
Già, perché anche l’occhio bibliofilo vuole la sua parte. Ci si trova subito davanti a una copertina tutta bianca, in una bella carta ruvida ma dolce al tocco e un bel disegno in copertina che raffigura Cramm di spalle intento in una volée alta, lo si riconosce dai capelli e dalla cintura del suo club, il Rot-Weiss di Berlino, seconda palla in mano. Budge è pronto a ricevere e sfoderare il suo mitico rovescio, Tilden invece è seduto, ingrigito, sullo sfondo.
A metà libro ci sono poi undici pagine di foto in bianco e nero, sulla stessa bella carta del testo, il che non disturba affatto. Inoltre ci sono pochissimi refusi (se ne sono contati tre più un verbo rivedibile), e in quasi quattrocento pagine non è per niente male.
Si potrebbe discutere invece sulla scelte delle note così concepite. Infatti non ci sono note a piè di pagina, e nemmeno rimandi, ma ogni volta che c’è un virgolettato o qualche accenno a qualcosa di storico, si deve andare nella sezione delle note (che infatti è di 40 pagine, sintomo della notevole ricerca che ha fruttato questo lavoro), cercare la frase che potrebbe avere una nota, e quindi leggerla. Certo è un espediente comodo per autore ed editore e che ancora non ci era capitato di vedere, solamente ci si deve fare un po’ l’abitudine; e per il lettore a letto è un po’ complicato andare alla sezione note tre o quattro volte per pagina.

La tentazione di raccontarvi di più su ognuno di questi aspetti tennistici e storici è grande; serberemo a fatica il riserbo per non rovinare il piacere a chi di voi leggerà delle gesta di von Cramm, Budge e dei loro coetanei. Certo non vi diremo ora chi alla fine vincerà questo match che si protrasse al quinto per il visibilio degli spettatori... Sappiate, però, che se andrete a cercare il risultato su Wikipedia o altrove, siete decisamente entrati nell’aura del libro e siete pronti per averlo tra le mani.

Gli estremi del libro:
Marshall Jon Fisher, Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi.
Roma, 66thand2nd, 2013 – Vite inattese, 2 - 384 p. - Eur 18,00

ISBN : 9788896538562



Recensione pubblicata su Ubitennis il 30 ottobre 2013
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/10/30/974088-budge_cramm_tilden_terribile_splendore.shtml

lunedì 21 ottobre 2013

Curarsi con i libri

Due biblioterapie scritte per un concorso, curarsi con i libri, consistente nell'associare a una malattia una terapia a base di un libro.

Titoli alternativi: "Mamme, è arrivato il librino" e "La vita è quello che ti succede mentre sei occupato a farti i tuoi piani". 



..il gabbiano Jonathan Livingstone..
..un altro giro di giostra..

Acne juvenilis                                  
Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone

In caso di acne juvenilis dei vostri pargoli il rimedio più diretto, care mamme, è Il gabbiano Jonathan Livingstone.
È necessario possederne due copie. Una di queste può essere letta, direttamente dall’adolescente o, nei casi più disperati, da un genitore al proprio virgulto. L’altra copia va invece fatta a strisce oblunghe da applicare sul soggetto sofferente. Le strisce vanno tagliate seguendo il senso della scrittura e/o delle foto e apposte con delicatezza sulle tempie del giovane adulto. In questo modo, per osmosi e per contatto, il vero gabbiano Jonathan che vive in ognuno di noi verrà sollecitato ad emergere e crescere palesandosi nell’animo dell’adolescente, anche se questi ha ormai più di trent’anni.
Prima che questo rimedio risulti efficace è innanzitutto da accertare che il paziente abbiamo perlomeno sviluppato un minimo senso di curiosità verso il mondo, un quantomeno leggero bisogno di trasgredire le regole e lo status quo, e voglia di sfidare se stesso e la realtà che lo circonda.
Dopo sole poche sedute vedrete un mutamento all’apparenza preoccupante. Mancanza di appetito, leggera sfrontatezza, chiusura in se stessi e in camera. Ma dopo pochi giorni ancora allora vedrete spuntare sull’uscio della cucina un soggetto nuovo, rilucente di luce propria, dall’appetito robusto e con pelle rigenerata e pulita. Le controindicazioni non sono poche, la più grave delle quali sarà un’apparente asocialità dell’individuo, che però risulterà come nascosto e profondo amore per la vita e per l’umanità.
Altri preoccupanti sintomi saranno: abbandono totale o parziale della playstation, preoccupante frequentazione di una o più biblioteche, vaghezza e indissimulata assenza dalla realtà pratica e quotidiana. Può anche portare a una leggere trascuratezza dell’igiene personale – da tenere sotto controllo questo aspetto –, e un allontanamento, per nulla negativo, dal nido.
Nel caso di crescita conclamata di ali bianche o di qualsisiasi altro colore nella zona dorsale, o in altre zone del corpo, si prega di contattare il teologo di fiducia. In alcuni soggetti si è notata una insorgente predilezione per i fiori e gli aromi naturali, senza per questo poi tendessero a diventare fioristi.


Tanatofobia (paura della morte)
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

Piccini o adolescenti, adulti o vecchi che siamo, abbiamo paura della morte o, meglio, abbiamo paura della NOSTRA morte. Spesso solo della sofferenza che la precede, ancora più spesso della perdita di ciò che possediamo.
Uno degli ultimi rimedi in campo bibliomedico è Un altro giro di giostra, di Tiziano Terzani. Si consiglia l'assunzione in dosi minime giornaliere, possibilmente serali. Quando cala la sera e si fa sentire più forte l'imbrunire, allora è necessario ricorrere a questo potente rimedio. Lasciatelo però agire senza accelerarne e frenarne l’influenza. Paragonabile alla clownterapia, questa è una "curiosaterapia". Non perché sia una terapia curiosa, ma perché il rimedio è la curiosità stessa e consiste proprio in questo: essere curiosi.
Andare alla ricerca, scoprire, svelare noi stessi e il mondo che ci circonda fino all'ultimo momento, o almeno fino quando ci è dato… e oltre. Terzani si trovava sull'orlo dell'ultimo salto e ha trovato il rimedio all’horror vacui mortalis ridendo e sorridendo, prendendo in giro e prendendosi in giro. Chi legge questo libro va con Terzani alla scoperta non di un rimedio per il suo cancro, ma alla ricerca di un rimedio impossibile, quello contro la morte; trovandone uno inaspettato: il rimedio contro la paura della morte.
Con spirito giocoso e curioso infilatevi sotto le coperte d’inverno, accendete una lucina, create il silenzio attorno a voi e concedetevi poche righe di questo libro, un sorso alla volta di questa medicina dolce per una malattia comune e amara.
Noterete dei piccoli ma costanti miglioramenti d’umore e un impercettibile ma significativo cambiamento di prospettiva. Nel caso non foste soddisfatti dei risultati ottenuti si consiglia di combinare la lettura con una passeggiata a passo lento, il più possibile in mezzo alla natura. Se ancora non si notassero i risultati sperati si passi direttamente alla lettura delle due ultime frasi del libro: 
“Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.”

venerdì 3 maggio 2013

..quella filigrana del viso dell'autore..


The doctor is in - Oggi parleremo degli autori e della filigrana che nascondono tra le righe d'inchiostro, reale o virtuale che sia






Una mia prof. d'inglese sosteneva una teoria letteraria che non ho (quasi) mai condiviso. E cioè, che non è importante sapere molto dell'autore per capirne l'opera. Non è di certo l'unica a sostenerla. Vero è anche che non è necessario conoscere uno scrittore per apprezzarne i libri, o gli articoli. 
Però ci sono delle analisi e delle ricerche bidirezionali che mi entusiasmano. Non solo indagare gli scritti partendo dall'autore, ma spiare l'autore partendo dai suoi scritti. Il problema è farlo rimanendo liberi dalle proprie inclinazioni e dai propri preconcetti.


Comunque: esiste davvero la possibilità di ricercare il viso dell'autore tra le pieghe dei suoi libri? Ho conosciuto tre autori di libri, a tre livelli diversi; e, ripensandoci ora, non so se sono stato influenzato e ormai vedo il loro volto nei loro libri o se l'averli conosciuti mi abbia aiutato a decifrare meglio il geroglifico che ogni scritto è.

Già, perché (quasi) tutti i libri potrebbero essere scavati e restituire belle gioie. Bisogna però saper scavare, avere in mano la piccozza giusta: conoscere personalmente un autore è un buon grimaldello. Consapevolmente o inconsapevolmente, chi scrive, al di là della tecnica, lascia delle tracce che, come Pollicino, è divertente seguire. Se conosci un autore lo rivedi nello scritto: ovviamente ci rivedi ciò che già conosci di lui, cioè l’idea che te ne sei fatto. Perché di una persona si può vederne solo l’87%: il rimanente 13% rimarrà sempre nascosto o travisato. Il cuore umano è un mare, e nel fondo, dove nuotano pesci mostruosi, c’è sempre buio. Meno male che in superficie si può nuotare..

Biondo o moro, bella o brutta, antipatico, egoista, bell’amico, brutta persona, gran cuore, corto di braccia, riservato e paranoico, donna in carriera o amante della natura.

L’importante è che tutti sembrino nascondere quel quid, il genius scribendi: quello è ciò che non vedrai mai, né nel loro viso, né nelle loro pagine.



mercoledì 20 marzo 2013

Tennis di carta… straccia


La lettura, tuttora in corso, di un libro appena uscito in Italia su Roger Federer ci dà l’impulso a spartire con voi lettori il disagio e la sofferenza che provocano alcuni prodotti editoriali che sembrano specchietti per allodole. Ci meritiamo davvero questo trattamento?  È forse il tennis terreno di far west letterario? Sarà forse un business per gli editori, ma non sempre è un affare per i lettori.




Prologo 1
Succede che una sera la mia compagna ritorna da un viaggio di lavoro con un regalo per me: un libro, fresco di stampa, su Roger Federer che si intitola Roger Federer il grande. Ringrazio cortesemente, ma sono combattuto. Mi ritrovo a pensare che i libri sul tennis, o meglio, sui tennisti, sono come quella canzone di Morandi: uno su mille ce la fa. Guardo il volume colorato, da bibliofilo e un po’ bibliomane lo annuso, guardo l’editore (Edizioni Mare Verticale), scruto le foto (7, a colori: tutte già viste), lo riapro per vedere le proporzioni tra il nero dell’inchiostro e il bianco della pagina, noto una soluzione editoriale che mi piace (il numero delle pagine centrato ai margini destro e sinistro), lo giro e lo rigiro e lo soppeso. Lo parcheggio sospettoso sul comodino.

Prologo 2
Per essere trasparenti: sono uno di quelli che si è avvicinato, o riavvicinato al tennis, grazie a Roger Federer. Ero stravaccato e annoiato su un divano inglese facendo zapping una domenica pomeriggio quando capitai sulla BBC e su una finale di Wimbledon. Rimasi praticamente folgorato sulla via di Damasco. Poi, da cosa nasce cosa; inizio ad interessarmi al tennis come sport, a giochicchiarlo un po’, a leggerne, a cercare di scoprirne la storia, eccetera. Come a me sarà capitato così per molti altri. Grazie Roger.

Parte prima: il libro più scorretto che ci sia
I prologhi erano purtroppo necessari per mettere in chiaro le seguenti due cose: i libri per me sono un oggetto quasi venerabili e Roger Federer per me rappresenta molto di più di quello che non rappresenti un qualsiasi altro tennista (al di là di considerazioni oggettive inerenti il tennis stesso, sia ben chiaro questo). Insomma, mi sono ritrovato tra le mani quello che poteva essere un connubio praticamente perfetto: una tentazione diabolica che solletichi le mie pulsioni più recondite e mi facesse fare nottata bianca nella lussuria (intellettuale) più sfrenata. Sono, però, ben conscio che i libri di tennis sono di due categorie riassumibili in un modo di dire fiorentino: o bene bene o male male. Ne parlò ben meglio di me David Foster Wallace quando esprimeva la sua delusione per un libro ben preciso (si veda How Tracy Austin Broke My Heart); il rischio di un libro di tennis è quello di non dire nulla o, peggio, di procurarti un senso di frustrazione infinito. Poi ci sono libri da divorare e mettere in una teca in bella mostra nel salotto di casa. Vie di mezzo non è possibile, sembra.
Per farla breve, una sera vinco la mia prima sensazione sgradevole e cercando di non farmi suggestionare mi accingo ad aprire il libro, anche perché lo sguardo di RF dalla copertina sembrava un monito (in realtà è la foto ad essere orribile: una smorfia mentre colpisce una vollée di rovescio e in bella mostra i marchi di racchetta e abbigliamento). So quello che non mi sarebbe piaciuto leggere: un panegirico di 414 pagine su quanto lo svizzero sia buono, bravo e bello. Ci arriveremo dopo, ora devo dirvi, non posso farne a meno, perché non riesco a spegnere la luce in queste ultime due sere; non perché rimango accalappiato dal libro e non riesco a staccarmene, ma perché non riesco a credere alla quantità infinita di errori tipografici ed editoriali di tutti i tipi. Non avrei mai creduto un libro potesse averne tanti. Soprassediamo sui refusi, uno ogni tanto può scappare – ci mancherebbe! - : ma le note non corrispondono, a volte si ripetono o sono fuori posto; ci sono parole che mancano (ve lo giuro! Ed è quasi sempre la parola ATP…) per cui ti ritrovi davanti a un apostrofo ramingo che implora pietà; le intestazioni dei capitoli non hanno senso, qualcuno ha un titolo, qualcun altro ha un numero progressivo, e così via. Insomma, un vero supplizio. E dire che il prezzo di copertina è di 18 euro. Non poco. C’è pure la crisi…

Parte seconda: il libro e il suo contenuto
Mi sforzo, cerco di essere zen, chiudere un occhio, alle volte tutt’e quattro, inghiotto amaro, e vado avanti alla ricerca, se non della forma, almeno del contenuto. Teoricamente, il contenuto, se possibile, è più opinabile della forma; d’altronde i libri sono fatti per i lettori e non viceversa: e ci sono molteplici categorie di lettori. Per cui mi limiterò a infierire sulle cose che per me non vanno. L’autore è Chris Bowers, giornalista, commentatore per la BBC e Eurosport, e anche ex giocatore di tennis: sono fiducioso. Partiamo dal titolo, che non sarebbe neppure male, Roger Federer il grande; mi richiama un po’ Pietro il grande e cose simili, potrebbe essere scherzoso, andiamo ancora avanti, con juicio, ma subito ci si imbatte nel titolo in originale inglese, Roger Federer the greatest: primo campanello d’allarme (la traduzione letterale sarebbe Roger Federer il PIU’ grande). Il campanello diventa campana quando scopro che è il terzo libro scritto dall’autore sul tennista svizzero (gli altri sono niente meno che Fantastic Federer e Roger Federer – Spirit of Champion) e che l’autore stesso dice che secondo lui non è necessario leggerli, visto che in questo ripercorre gli stessi temi. Poi le campane iniziano a suonare a distesa (tipo morte o elezione di papa) quando, più o meno alla terza riga, si dà per assodato che Federer è il miglior tennista di tutti i tempi. E qui parte l’orticaria, vedo Ubaldo, Tommasi e Clerici piegarsi in due dal ridere; sorrido un po’ meno io, che mi trovo tra le mani un papocchio del genere. In quanto libro regalato mi sento obbligato moralmente ad andare avanti. Mi tappo il naso e mi ci rituffo.
Vi risparmio comunque altri dettagli e arrivo al punto: due serate di nevrosi acute, combattuto tra il lanciare il libro fuori dalla finestra nonostante la pioggia battente e l’andare avanti (anche perché comunque il soggetto mi interessa, anzi, mi interesserebbe). Alla fine della fiera, sono a pagina 175 e le uniche cose che ho imparato sono le seguenti: Federer ancora non ha dato il suo beneplacito per una biografia autorizzata sebbene, come potrete immaginare, le innumerevoli profferte (si dice però che stia scrivendo le sue impressioni e le sue annotazioni per quando verrà il momento; quel libro magari lo comprerò senza se e senza ma, anche perché dopo questo articolo dubito che la mia ragazza me lo regalerà); Federer è stato un ragazzo come tanti altri che, grazie alla sua bravura e a tante circostanze favorevoli o meno e con l'aiuto di tante persone, è riuscito a far fruttare il proprio talento (tesi sconvolgente, vero?). L’autore solleva contro di lui (si fa per dire) solo la questione della Coppa Davis, cioè del suo rapporto con la nazione e la nazionale svizzera. Dice, in poche parole, che con il team rossocrociato non sono state tutte rose e fiori, nonostante lui ci tenga moltissimo, ça va sans dire; il perché vero non si sa, ce ne sono tanti; insomma: come per ogni panegirico che si rispetti la polvere va sotto il tappeto.
La questione ora è questa: continuo a forzarmi e leggo la seconda metà o alzo bandiera bianca, e invoco la Convenzione di Ginevra abbandonando questo libro che va a fare compagnia agli altri che non sono riuscito a terminare (pochi, ne cito due per esempio: L’uomo senza qualità di Musil e l’Ulisse di Joyce)? Sono graditi vostri consigli.

Considerazione conclusiva su alcuni libri aventi come oggetto tennisti
È una trappola! Quello che penso di questo libro e di molti altri suoi fratelli gemelli (abbiano in copertina Roger, Rafa, Nole, Schiavone o Pennetta non è importante) è proprio questo: sono trappole, vetrine luccicose che promettono il nulla e mantengono il peggio. Non caschiamoci (e dio sa quanto volte già ci son cascato come un allocco). Certo, non riguarda solo i libri di tennis, riguarda tutto il mondo dell’editoria (e altre sfere, dall’abbigliamento alle tecnologie), ma fermiamoci qui. Com’è possibile, mi chiedo e vi chiedo, che non ci sia rispetto per chi poi deve leggere queste cose? Non è snobismo il mio: un libro può e deve essere semplice, ma senza per questo essere semplicistico o banale! Se non avete nulla da dire, nulla da aggiungere alla biografia che si trova su Wikipedia, forse è meglio non scriverci sopra 400 pagine, ma un articolo con quelle due nozioni in più che avete carpito dagli amici di infanzia del campione di turno sotto tortura.
Tutta questa lunghissima tirata per avere un consiglio: ormai che ce l’ho, lo finisco il libro o qualcuno di voi me lo vuole ricomprare?

Pubblicato su Ubitennis il 23 marzo 2013
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/03/23/861979-tennis_carta_straccia.shtml

venerdì 23 novembre 2012

..horror vacui litterarum..

The doctor is in - Oggi parleremo dell'angoscia esistenziale nascosta dietro la dimenticanza di una trama.

 
 
 

Panico. Buio. Il vuoto dell'abisso assoluto. Tabula rasa.
Ecco cosa rimane di un ventennio di letture. Ma sarà mai possibile?
Alla domanda, "Hai letto il Visconte dimezzato?" la risposta è: "Sì" (ed è la verità). Cosa succede nel Visconte dimezzato? Boh..
"Hai letto La coscienza di Zeno, Il fu Mattia Pascal, Il nome della rosa e Il Gattopardo?"
"Sì", e so per certo che è la verità.
"Come si sviluppano e come finiscono?"
Boh. Il nulla e un vago senso d'angoscia..
Ma com'è possibile? Eppure ricordo mi piacquero. No, aspetta, qualcosa alla fin fine rimane. Del Visconte dimezzato ricordo Pippo diviso a metà nella trasposizione fumettistica in Topolino, del Nome della rosa ricordo l'incendio finale e la scena erotica prezzolata (derivante dal film e dai miei ormoni adolescenziali, of course). Del Fu Mattia Pascal un'assurda scena in cui c'è un bibliotecario derisibile, La coscienza di Zeno ricordo che lui fuma e che le sorelle iniziano tutte con la A. Per tacere di altre amenità come La luna e i falò, etc etc etc..
Tutto qui quello che rimane? E a parte il piacevole solletico nell'atto stesso della lettura, chi me lo fa fare (o, meglio, chimmeloffaffare)?
Molto meglio dedicarsi ad altro (ma a cosa?) se poi quello che rimane è solo una sensazione (bello/brutto, caldo/freddo) che so almeno dove cercare (stomaco).
 
Rimane per ultimo il fastidio del non ricordo e l'angoscia della dimenticanza: niente promemoria, alerts o reminder per la letteratura.
Alla fine si dirà, "Pazienza, funziono così". Restano dunque solo una sbiadita sensazione per lo più data dal momento in cui si apre il libro e il senso di superiorità nell'averlo letto, necessariamente accompagnata dalla predisposizione all'arrampicatura sugli specchi.
 
Ad ogni modo, almeno nella mia testa, così si giustifica l'esistenza delle biblioteche.


 

venerdì 7 settembre 2012

..del perché i libri son gatteschi e non cagneschi..


The doctor is in - Oggi parleremo del come e del perché i libri son gatteschi e non cagneschi.



È quasi universalmente riconosciuto: i libri sono felini domestici, non sono affatto i migliori amici dell'uomo.
Lo dice anche Groucho Marx: al di fuori del cane, i libri sono i migliori amici dell'uomo, perché al di dentro del cane è troppo buio per leggere.

Elenchiamo di seguito i motivi per cui i libri sono gatti e non cani:
- Raramente ci sono libri che dormono tranquilli ai piedi del padrone di casa, di solito gironzolano, si svegliano e ti svegliano nel cuore della notte, oppure ti camminano in testa senza remore.
- Se bagnati, i libri non puzzano di cane bagnato.
- Non è necessario fare il bagno ai libri. È comunque buona norma togliere loro qualche pelo.
- Le orecchie dei libri sono triangolari.
- I libri, una volta usciti di casa, difficilmente tornano. Se tornano è perché non sanno dove andare altrimenti e perché sanno ci sarà sempre un panno antistatico per loro.
- Quando rientri in casa non ti trovi un libro scodinzolante che ti assale. Capita però che un libro ti faccia inciampare trovandotelo tra le gambe nei posti più impensati.
- Quando esci e ti porti dietro un libro non ti devi fermare a ogni albero.
- Difficilmente un libro annusa la quarta di copertina a un altro libro, alle volte però si soffiano e si arricciano la copertina contro.
- Se piove, avere un libro e un gatto è sinonimo di tranquillità; un cane e un gatto impazzisci.
- Se offendi un libro, non lo avvicinerai mai più.
- Un libro, come un gatto, può essere ignorato: potreste vivere nella stessa casa per anni senza mai incontrarvi né darvi noia.

Ci sono però i libri scritti da cani, i gatti sono diversamente impegnati.


martedì 4 settembre 2012

..ogni libro al suo posto..


The doctor is in – Oggi parleremo di come si sistemano i libri. ATTENZIONE: non di come li sistemiamo noi, ma di come si sistemano loro. 

..the doctor is: imbronciato..


Stolti!
Voi pensate di essere gli artefici delle vostre biblioteche.
Voi credete di decidere quale libro va dove.
Voi reputate interessante accostare i libri magari per autore, oppure perché parlanti di epistemologia molecolare.

Stolti!
Voi che accostate nella sala degli ospiti i libri secondo il colore del dorso, che fa molto chic. 
Voi che ammassate i libri per grandezza altrimenti all'ultimo piano chi ci arriva...
Voi che nelle biblioteche li collocate come al supermercato.

No, no! 
La verità è un'altra. La realtà è che sono i libri stessi a scegliere con chi invecchiare. Ancora è incerto se sia il karma degli autori dei libri a sceglierlo o lo Spirito del Libro o la Fatina Buona della Lettura. Io propendo per la seconda scuola di pensiero. 
Fatto sta che non è un caso se la monografia su John Lennon mi sta accanto a tutti i Camilleri. Se Lolita mi s'accompagna alla Mastrocola. 
L'altro giorno Brizzi ha preteso lo spostassi vicino a Lucarelli. Rimane un mistero il perché Murakami si compiaccia della vicinanza di Saint Exupery (che in pochi disdegnerebbero). D'altronde, non è norma di galateo origliare le conversazioni altrui. Maleducati, non invitano spesso. Ogni tanto Calvino invita alle sue lezioni, ma non a quelle private che tiene con Tabucchi. Pennac accanto a Benni: monotoni. Saramago vicino a Queneau non si possono seguire. Baricco e Allende: prevedo mal di testa; per l'Allende. Tolstoj e Ken Follett non la smettono un attimo. 
Non mi è neppure chiaro perché Chatwin si sdoppi o triplichi e vaghi per la libreria e per la casa e oltre...

E non pensate che gli ebooks sian da meno. I byte si accucciano vicini ai propri simili, come tanti Samoiedo... 


..in quanto byte, anche come pastori maremmani..

mercoledì 22 agosto 2012

..serial pleasure : piacere seriale..

The doctor is in – Oggi parleremo del piacere che procura a, se non tutti, certi lettori la lettura in serie o delle serie.


..anche 5 centesimi fanno..


È morbo antico e abbastanza comune e in comune: il morbo latente delle letture seriali, in entrambe le sue forme.

1. La forma semplice prevede la completa dedizione di un lettore all'autore: può raggiungere gradi di fanatismo tifoideo.

2. La forma un po’ più complessa prevede la completa dedizione a una saga, a una serie, a un personaggio: può portare a forme maniacali alla Misery o alla John Lennon, nella duplice versione di carnefice e di vittima.

La prima forma – lettore attaccato all’autore – è quella più riconosciuta e riconoscibile. Ditemi da quale labbra d’autore pendete e vi dirò chi siete. Però ora, in questo momento: quello che non piaceva prima piace ora; quello che piace ora non piacerà poi. Chi non ha avuto il momento Hemingway in adolescenza? C’è poi chi ha passato la crisi acuta di Moccia. Chi è rimasto frastornato dall’attacco Dan Brown e ne è uscito disorientato. Chi rincorre l’autore per uno sguardo, un autografo e rimane disilluso dall’incontro. Chi come Misery vede nell’autore il personaggio e lo rinchiude a tutti i costi nel suo mondo.
Rimedi: non aprite più quel libro! Scrivetene uno vostro, così non avrete problemi a identificarvi con l’autore e magari cercate di uscire dallo scantinato una volta al giorno. Andare alle Poste Italiane a fare un versamento, possibilmente in bus, è sempre un’ottima soluzione per ritornare alla dura realtà.

La seconda forma – lettore attaccato al personaggio o alla serie – è più subdola. Spesso è indotta. Lo scrittore stesso ne viene contagiato e non riesce a uscirne, prigioniero e guardia lui, prigioniero e guardia il personaggio.
Harry Potter, Salvo Montalbano: tutto nasce con Sherlock Holmes (o con Ulisse o con Orlando).
È un bisogno umano, come il mal di testa: difficile farlo passare se non con una terapia d’urto.
Rimedi: non c’è rimedio, come il raffreddore passa da solo; poi vi rimane una sensazione di vuoto, addirittura piacevole, come la vertigine.

Lettore conosci te stesso.

Proprio come ogni malattia che si rispetti, dopo ogni attacco di questo morbo che è latente, ritorna, scompare, ma non vi abbandona mai, sarete immunizzati da un autore o da un personaggio e saprete che il vostro gusto è cambiato. Non tutte le malattie vengono per nuocere, ma chi si vuole poi davvero ammalare?

martedì 12 giugno 2012

Vladimir Dimitrieviç

La vita è un pallone rotondo 

 



Traduzione di Marco Bevilacqua,
titolo originale "La vie est un ballon rond" (1998)
Milano, Adelphi, 2000 , 4ª ediz. , pp. 146 euro 10,00


Dimitriević è stato centrocampista di valore nella Iugoslavia degli anni ‘50. Poi fuggì in Svizzera e fondò una casa editrice e una libreria. Questo spiega il suo stile: aspro e malinconico come i Balcani, raffinato e a volte contorto come un letterato francese. In molti e brevi racconti ci dà dei fermi immagine calcistici, come se estraesse dalla sua valigia di emigrante delle foto. Alcune foto sono in bianco e nero, altre sono più recenti e a colori.
L’impressione che ci dà è quella di chi ama il calcio, ma il calcio vero che sia passione, fantasia e sofferenze di uomini reali, e non di uomini-immagine.
Lui ama di più Maradona perchè è un uomo che sbaglia, ma anche che trascina una intera città; non ama Pelè o Beckenbauer perchè saranno sempre dei colletti bianchi troppo corretti politicamente.
Il suo immaginario è formato da calciatori che vivono di fantasia e nella fantasia e nei ricordi delle gesta tramandate oralmente o attraverso la radio. Qui esce la sua vena epica, nella migliore tradizione dei racconti balcanici condensati in una pagina e mezzo che alle volte pecca di astrazione.

Due piccoli estratti:
“El gran Milovan”, p. 112
Milovan Jaksic era famoso per aver gridato all’indirizzo dei brasiliani, quando quelli avevano ridotto lo svantaggio portandosi sull’1 a 2: “Samo preko mene mrtvog!”. Che, tradotto in una lingua latina che i brasiliani avrebbero potuto comprendere, suonerebbe più o meno come: “Dovrete passare sul mio cadavere!”.
I colletti bianchi, p. 117
Quando don Diego (Maradona) fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Beckenbauer no, aspettano che il giro lo paghi lui.

Recensione pubblicata su IG43 - 2011
http://www.italiagermania4-3.com/storie-e-personaggi/la-biblioteca/85-vladimir-dimitrievi-la-vita-e-un-pallone-rotondo

Gianfranco Zigoni

Dio Zigo, pensaci tu 

 


Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2003 pp. 165, euro 11,00



Nato a Oderzo nel 1944, Zigoni è stato un calciatore dal talento immenso. Ha giocato nella Juve, nel Genoa, nella Roma, nel Verona segnando e facendo segnare goal a raffica… quando gli andava! Fa parte di quella categoria di calciatori super-dotati calcisticamente e dalla testa calda, istintiva, sanguigna. Amanti della vita, si ritrovano davanti alla richiesta di sacrificare sé stessi al Dio-pallone: e la risposta è e sarà sempre: NO! Zigo non ha bisogna di allenarsi essendo di un altro pianeta.
Lui è il precursore dei vari Vendrame, Best, Maradona, Cassano… E come loro ama le donne, gli amici, tirare tardi, essere “contro” sempre e ama il “Che” come Diego… La sua droga non è però la cocaina, ma il Raboso della sua terra a cui è legato negli amici di infanzia! Ha amato ogni squadra in cui ha giocato, soprattutto il Verona: l’Hellas della “fatal Verona”! Lui poteva permettersi di sparare ai lampioni, alzarsi tardi, farsi servire dai compagni di squadra, andare a donne fino a tardi, dire quello che voleva a Sivori e andare in panchina con cappello e pelliccia…

Un piccolo estratto:
“La mia nazionale di sempre”, p. 152
Metto fuori classifica Io, Pelè e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.
Dico gli undici: Di Stefano, Best, Skoglund, Crujff, Puskas, Eusebio, Schiaffino, Roberto Vieri, Sivori, Meroni, Garrincha : il portiere può andare a cagare e restarci per tutta la vita, non serve!

Recensione pubblicata su IG43 - 2011
http://www.italiagermania4-3.com/storie-e-personaggi/la-biblioteca/137-gianfranco-zigoni-dio-zigo-pensaci-tu-

Tim Parks

Questa pazza fede: l'Italia raccontata attraverso il calcio

titolo originale: A season with Verona

 



Torino, Einaudi, 2002, pp. 430


Il più bel libro letto di recente sul calcio, sui tifosi e sulla fauna che circonda il calcio italiano.
Tim Parks, inglese trapiantato a Verona, ha seguito da vero tifoso tutte le partite dell’Hellas nella stagione 2000/2001 e ce lo ha raccontato in questo libro divertente e molto acuto.

Non si limita a raccontare le trasferte, i tifosi, le ore di pullmann su e giù per lo stivale, le vicende societarie e sportive, ma allaccia tutto questo alla situazione sociale e politica di quegli anni (dieci anni fa che sembrano per certi versi un’altra generazione e per altri sembrano cronaca contemporanea).
Sicuramente è un’altra generazione di calciatori: era un Verona potenzialmente da Uefa (con i giovanissimi Oddo, Mutu, Gilaridno, Laursen, Camoranesi), ma che invece lottava per non retrocedere.
Per oltre 400 pagine, che forse potevano essere più condensate all’inizio, lo stile di Parks è piacevole e coinvolgente, molto “inglese”, un po’ alla Nick Hornby, e coglie dei punti della società italiana che solo uno straniero disincantato può vedere. Dal razzismo di casa nostra alle accomodazioni di comodo tra società calcistiche, politica e società civile.

Recensione pubblicata su IG43 - 2011
http://www.italiagermania4-3.com/storie-e-personaggi/la-biblioteca/202-tim-parks-questa-pazza-fede-litalia-raccontata-attraverso-il-calcio-

Ezio Vendrame

Se mi mandi in tribuna, godo. 

 


Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2002 pp. 150


Avete presente quelle belle autobiografie mielose di calciatori che ricordano i bei vecchi tempi, quando il calcio era “un'altra cosa” e fiorivano i bei sentimenti disinteressati e la patina della nostalgia ricopre pagine e pagine autocelebrative? Beh, scordatevele.
Con questo libro entrate in uno spogliatoio diverso! Era il 2002 e Ezio Vendrame veniva quasi costretto a pubblicare Se mi mandi in tribuna. Godo.
Prima, molto prima del Cassano donnaiolo c'era già chi viveva il proprio talento calcistico ai limiti (oltrepassati?) dell'autolesionismo. Autolesionismo calcistico, forse, ma non di Vita.
Nessuna traccia di politically correct per chi non ha mai provato nemmeno per un attimo a fare il furbo o a pensare alla propria carriera.
Leggiamo allora nomi e cognomi e storie iperboliche di chi ha sempre cercato di essere sé stesso e di essere amato per quello che è, non per per quello che fa.
Per Ezio il calcio è stato un mezzo, non un fine.
Un mezzo per uscire da un'infanzia di reclusione, per cercare amici e amori, donne soprattutto (questo libro trabocca di sesso e principesse; bevute e fumate; poesia e laidi personaggi).
Si sente però, sottile e tagliente, come una nota bassa di malinconia.
L'Amore cercato in tutti gli angoli dell'esistenza da Ezio Vendrame e spesso disilluso da uomini o situazioni che sono ingranaggi che stritolano gli uomini che vi si intrufolano.
È vietato alla gente perbene questo libro, ed è godibilissimo fino all'ultima pagina.
Non c'è nessuna barriera tra noi e Ezio che racconta e si racconta.

Sono episodi della sua vita da calciatore professionista, ma soprattutto da Uomo professionista.
Il suo mestiere è quello di Vivere.

Recensione pubblicata su IG43 - 2011
http://www.italiagermania4-3.com/storie-e-personaggi/la-biblioteca/209-ezio-vendrame-se-mi-mandi-in-tribuna-godo-

Il sogno di Futbolandia: appunti di vita e di calcio

Jorge Valdano

Il sogno di Futbolandia: appunti di vita e di calcio 

 


Tit. orig. : El miedo escénico y otras hierbas, 2002
Milano, Mondadori, Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2004, pp. 290, euro 8,40


"È chiaro chi sia stato il vincitore di una lotta che ho cercato di evitare": così Jorge Valdano
commenta l'annuncio del suo siluramento da parte del Real Madrid, dopo le polemiche con Josè Mourinho. È notizia di un paio di settimane fa, 26 maggio 2011.

"Si è creata una guerra alla quale ho cercato di sfuggire - ha detto l'argentino nella sua prima conferenza stampa da ex-direttore generale merengue - perchè credevo non fosse una buona cosa per il Real Madrid. Rispetto molto questo club, gli voglio bene, mi ha insegnato tutto. Io mai ho fatto del Real un campo di battaglia. Sono stato leale al club e a Florentino Perez fino all'ultimo giorno. Non conosco le intenzioni di Mourinho. Io ho fatto degli sforzi per cercare di sistemare le cose. Ho chiesto una riunione a tre, ma non è stato possibile. Sono molto triste di dover lasciare una istituzione con la quale, in vari periodi, ho lavorato per 27 anni. È dura andare via".

Così sono andato a ripescare l’unico libro di Valdano che possiedo: Il sogno di Futbolandia : Appunti di vita e di calcio. Già quando lo lessi la prima volta rimasi folgorato: allora anche i calciatori possono essere grandi scrittori.

Certo, alle volte si rimane con un sapore un po’ troppo dolciastro di: “Ah, com’era romantico il calcio una volta”. Ma Valdano dà anche spiegazioni del perché e del per come secondo lui si è arrivati a una certa idea di calcio. Di lui ci possiamo fidare: come s’è detto di altri, a parte il pallone e l’arbitro, Valdano ha fatto tutto nel calcio, calciatore, allenatore, manager, commentatore, etc…

È un libro che si legge d’un fiato, pieno di aneddoti curiosi e bellissimi e di sue considerazioni su giocatori presenti, passati e futuri…

Valdano è inoltre in possesso di una mente profetica. Ad esempio già lì, in quel libro del 2002 (pubblicato in Italia nel 2004), si leggono due cose fondamentali che spiegano il fenomeno Barcellona e il fenomeno Barcellona-Guardiola, le riporto più sotto: ma chiudo pensando che si può scrivere bene e in modo interessante di calcio essendo calciatori, basta avere un cervello curioso, funzionante e sognante, come quello di Jorge Valdano.
Due estratti:

Questo lo mettiamo in relazione al buon Mou?
“L’influenza storica degli allenatori sul gioco è sempre più repressiva. Hanno visto crescere il loro protagonismo fino a fare indignare i vecchi eroi di questo ambiente. Lucho Sosa [N.d.E.: difensore argentino di molti anni fa] spiegava : ‘Prima l’allenatore nella squadra contava meno di un qualsiasi giocatore, e adesso conta più di tutti e undici messi insieme. Che cosa vi aspettate da un tipo che prima di effettuare una sostituzione fa i disegnini al giocatore per spiegargli come deve giocare?’”.

p. 200


E questo è quello che scrive su Pep Guardiola giocatore, e così giuoca, aggiungo io, il suo Barcellona:
“Il calcio ruotava intorno a Pep. In questo football di giocatori sottomessi e prevedibili, per fortuna esiste ancora qualche sovversivo che difende punti di vista originali. Da molto tempo diamo per buona l’idea seconda la quale ‘le squadre si costruiscono da dietro’. Guardiola analizzava il gioco dalla sua posizione (il cerchio di centrocampo) ed era arrivato a un’altra conclusione: ‘Il calcio comincia dalle ali’. Ciò significa che analizzava il gioco con il pallone tra i piedi, guardando sempre verso la porta avversaria, e comprendendo che, per attaccare, bisogna sfruttare il campo in tutta la sua larghezza. Il calcio è inganno, è indurre a credere una cosa e invece farne un’altra. Lui trasportava questa logica menzognera al gioco collettivo: cominciava con un tentativo da un lato (per distrarre l’attenzione) e finiva per sorprendere sempre dal lato opposto. Se il pallone potesse pensare, nel giungere tra i piedi di Guardiola saprebbe con certezza almeno tre cose: che ripartirà immediatamente (Pep lo tocca molto, ma lo tiene pochissimo), che il suo viaggio dal piede di Guardiola a quello di un compagno sarà rapido (colpisce radente, forte e secco) e che lo finirà verso una zona libera, perché la sua specialità sono gli spazi vuoti.”

p.179


Recensione pubblicata su IG43 - 2011
http://www.italiagermania4-3.com/storie-e-personaggi/la-biblioteca/300-jorge-valdano-il-sogno-di-futbolandia-appunti-di-vita-e-di-calcio