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lunedì 12 febbraio 2018

Cose narrate che ho imparato ieri (11 febbraio 2018) a Cintoia


..il rovescio della medaglia della guida..







Finalmente abbiamo ripreso a fare delle escursioni con Le Vie Narranti (gruppo escursionistico della guida Paolo Burrini) e, come sempre accade con lui, abbiamo imparato diverse cosine e assistito a eventi fantasmagorici.











1.     Innanzitutto abbiamo scoperto dov’è Cintoia! E poi io ho scoperto che esisteva l’Acqua Cintoia (nel secolo scorso) e che veniva venduta in un comodo cartone in tetrapak (immagine non disponibile)

..di là..
..abbiamo visto tanti castelli molto antichi: ancora in bianco e nero..

2.       Poi i cani operai – i famosi cani con la tuta blu. E quelli volanti..


..cane operaio..





















3.      Poi abbiamo visto i ponti per le gabelle: dove passavano le pecore ora ci passano i pecoroni motorizzati

..colorati, ma rumorosi e puzzolenti.. e dire che si voleva fuggire dallo smog cittdino..

4.       Poi abbiamo visto cascate di velluto


5.       Il famoso basolato romano fatto a strati, da cui Strada


6.       Alberi addomesticati dall’uomo per essere d’aiuto nelle vigne


7.       Poi abbiamo ascoltato il racconto mitico di Ciparisso
..stavolta la racconto grossa..

8.    E guadato fiumi, trasportando animali e salmerie in braccio!

..vengo anch'io, anzi: mi ci portano anch'io..


E infine, ma soprattutto, un vero e proprio insegnamento di vita:
Portarsi sempre delle scarpe di ricambio quando si fa trekking, specialmente in inverno.
Le macchine tendono altrimenti a sporcarsi…




Cartolina finale




mercoledì 28 settembre 2016

Vacanze Toscane, 15-20 agosto 2016

Quale miglior giorno per viaggiare se non Ferragosto?
Armati della miglior pazienza partiamo con l’amico treno alla volta di Piombino. In quei treni regionali dove lo spazio per i bagagli è un’illusione e il poggiatesta è comodo solo per un fachiro. Dove i turisti la fanno da padroni, allegri e felici, forse perché per loro è un viaggio che si fa una volta nella vita e a casa loro hanno anche dei treni comodi. Letteralmente seduto su una valigia e sommerso da un borsone inizia la settimana peggiore per i mezzi di locomozione, almeno per quanto ci riguarda. Già, perché a piedi, o in macchina, o in treno, sarà una settimana più da vacanze pasquali che vacanze estive…
Perlomeno dopo il cambio pisano e il saluto al mucco locale (MUUUUUU, e già ci mancano le nipotine) la discesa lungo la costa tirrenica è decisamente panoramica, con squarci di mare tra le gallerie e promesse di sole e tintarelle (a proposito, riusciranno i nostri eroi a cambiare colore e virare verso il caffellatte invece del color mozzarella smunta?).
Per quanto riguarda il sottoscrivente andare a Piombino è sempre una vacanza nel vero senso della parola. Servito e riverito, barba e capelli (si fa per dire), dai suoceri, le giornate si elevano all’ozio per eccellenza. Forse che anche Annibale a Capua abitasse presso i suoceri? “Costretto” a non aiutare in casa mi è possibile solo mangiare, dormire (sera, mattina e pomeriggio), leggere, andare al mare e passeggiare. Sarà per questo che mia moglie non mi ci porta spesso? Magari pensa che mi abituo male? Ai postini l’ardua sentenza…
Ad ogni modo la visita piombinese è almeno al 12% interessata; infatti già il mattino dopo rubiamo una macchina per tornare verso nord: destinazione Pontremoli!

..assaggio di Pontremoli. Foto di Anna, detto Carlo..

Fino a quest’anno, c’è da dire, Pontremoli era solo un nome mitico. Una città invisibile. Una via di mezzo tra l’Eldorado e Atlantide. La coniuge si ricordava il nome da quando ci passava in autostrada, prima della Cisa, per andare a Milan-l’è-un-gran-Milan. È venuto il momento di farle visitare tale gioiellino in tutta la sua (di lei) beltade. Il pretesto è dato da un antico amico (di modi e di data) che in visita italiana dalla sua magione albionica si ritrova, non si sa come né il perché, in Lunigiana, nell’alta vallata del fiume Magra (miticamente una delle sette vacche fuggite dall’Egitto).

..bellezze pontremoliane..

Ma bisogna arrivarci fin là! I piani di visitare città e/o luoghi intermedi tra Piombino e Pontremoli vengono via via disillusi più per il volere del mezzo di trasporto (che, come vedremo, non era ben disposto fin dalla partenza) che per la mancanza di volontà dei turisti viaggiatori. I quali, a loro colpa, v’è da dire che hanno la tendenza a caricare di piani troppo densi e fitti le uniche 24 ore date sia ai buoni che ai cattivi che a quelli di via di mezzo, come noi… Anche perché l’idea era di fermarsi solo in città o luoghi che iniziassero con la P: quindi Piombino, Pontremoli, Pisa, ma poi? Plymouth non era di strada, e Pechino abbisognava di una deviazione in risciò. Ergo nulla, unica fermata Pit-Stop all’autogrill. Mangiato l’ottimo panino (preparato dalla suocera, ergo mangiato sul marciapiede antistante l’autogrill stesso, che noi si sfrutta solo per i servizi antigenici, ed eventualmente per un occasionale Gratta e sta’ sicuro che perdi) siamo pronti per ripartire. Noi, la macchina verde-speranza un po’ meno.
Inizia quel rumorino sordo che non ti fa stare tranquillo, ma che speri prima o poi se ne andrà, anche perché sei all’altezza di Aulla (aulla,la,ulla,la,ulla,la-la) e ad Aulla non ci sono meccanici, e poi Aulla era là e noi ancora ululì. E comunque, finché non esce fumo dal motore si può stare tranquilli. Ci ripromettiamo comunque di farla vedere da un meccanico, una volta a Pontremoli (famosa per le statue stele, ma soprattutto per i meccanici). Giunti però all’una, i meccanici saranno senz’altro a pranzo, e anche noi pranziamo, in un giardino pubblico a caso, con gli avanzi dei panini di casa Masoli e la schiaccia di via Torino.
Visto che la mappa ci dice che il centro è vicino ci avventuriamo a piedi. Dopo dieci minuti che giriamo in tondo e ripassiamo davanti alla macchina, decidiamo stavolta che, forse, sì, vale la pena andarci direttamente con lei. Parcheggiamo su di un ponte medievale e lo attraversiamo (due fiorini) e girovaghiamo per la città, attraversata a sua volta da pellegrini lungo la via Francigena. Aspettiamo diligenti l’apertura dell’Ufficio Turistico (alle 15.00 in punto, meglio un minuto dopo che un minuto prima) sorseggiando un caffè al caffè letterario (già, perché Pontremoli ospita pure il premio Bancarella, che iniziò la sua storia nel 1953 premiando un oscuro scrittore che scrisse un ancora più ignoto romanzo breve). Mentre aspettiamo seduti al caffè contempliamo un babbo logorroico che però ci dà l’informazione di aver visto passare Zucchero Sugar Fornaciari in vespa (senza casco). Pensiamo: eh, vabbè.
Poi apre l’Ufficio Turistico e quindi, aspettato che la figliola deputata alle pubbliche relazioni finisca la telefonata con la mamma, ci facciamo dare le informazioni turistiche - andate a visitare il museo, il meccanico è dietro quel ponte – e si scala la collina del castello che ospita il Museo delle statue stele lunigianesi. Belle, misteriose, bel museo. Con l’Alberto Angela della Lunigiana che in circa 40 video si prodiga a spiegarci il mistero lunigianese, cambiando solo la giacca di video in video.

..le antiche e misteriose e archeologiche statue stele (io, tra l'altro, avevo capito Stelle) della Lunigiana; sembra che anticamente venissero dette "Minions"..

Inoltre troviamo anche dieci euro sotto una sedia: museo gratis e pensiamo sia il nostro giorno economicamente fortunello (sbagliando ancora una volta, peraltro).
Dopo il Museo decidiamo due cose: 1. Portare la macchina dal meccanico per sentirci dire che va tutto bene; 2. Aspettare l’amico Carlo che en passant menzionò di essere in arrivo alla stazione di Pontremoli da Brescia e fargli una carrambata di quelle memorabili.
Dato che il primo tentativo delle 14.30 ca. era andato a schifìo, visto che da Parma c’erano bus sostitutivi e tali bus erano orfani di Carlo, vi ritorneremo ben altre due volte. Aspettando e contemplando la corsa ciclistica amatoriale che per almeno tre ore fa il giro della città, sempre lo stesso, con ciclocorridori sempre più spompati. Una pena infinita. E anche un po’ di mal di mare.

..Pontremoli. Veduta. Una volta. Poi anche basta..

Se l’attesa di Carlo è snervante, almeno il meccanico ci riserva un po’ di brividi dicendo che la Coppa dell’Olio 2016 l’abbiamo vinta noi, ma che è già ora di cambiarla. E due ore e 20 punture di zanzare non basteranno, ci sarà bisogno di ritornarci l’indomani. Pertanto ritorniamo nella sala d’aspetto della stazione e il buon vecchio Carlo Brown arriva in tutto il suo splendore. Vestito come il cavaliere nero viene accolto dalla famiglia trionfante e da noi due in versione majorettes con lustrini e pallettes.

..il cavaliere bianco e il cavaliere nero..
Foto di Anna, detta Sabrina.

A questo punto siamo decisamente sfiniti e andiamo all’agognato agriturismo dal nome evocativo: Ca’ del Lupo. E difatti per arrivarci dobbiamo valicare passi infestati da briganti con la macchinina che può raggiungere al massimo i 30 km orari. Però il luogo è stupendo, come lo vorremmo; ma non lo vendono.
Allora ci facciamo la doccia e ci presentiamo per la cena. Poverini: abbiamo vinto a mani basse. Tutto ciò che ci hanno portato, dai testaroli al pesto al litro di vino, è stato spazzato avidamente, e senza dare manco una briciola al gatto curioso e interessato che ci coccolava con non certo nascosti secondi fini..
Barcollando raggiungiamo il letto e ci cadiamo dentro sprofondando in un sonno piombigno.
Il risveglio nel silenzio assoluto è sempre un’esperienza ultraterrena, non sai mai dove sei e se hai già per caso raggiunto l’aldilà (anche se ci sono diverse cose che vorrei portare a termine nell’aldiquà).
Poi realizzi che hai fame e scendi per una lauta colazione fatta in casa (interessante la marmellata di pomodori verdi, per fortuna non fritti).

..al mercato di Pontremoli..

Oggi dobbiamo passare la giornata con Carlo. Siamo venuti fin qua per questo. Prima però portiamo la macchina dal meccanico che ormai ci saluta con gioia e con un certo cameratismo e gliela lasciamo per tutto il giorno e per diversi copechi. Poi si va a raccattare Carlo il Bresciano nei pressi della statua di Pinocchio e iniziamo a cercare di passare il tempo mentre lui ci parla della sua vita idilliaca nella perfida Albione. Tra parchi sempre verdi e picnic domenicali in riva al fiume. Tra pub d’alto borgo e fish&chips succulenti.
Affabile affabulatore qual è, il tempo passa veloce a caccia di souvenir, in ricerca di una trattoria (curiosa la sua voglia morbosa di scaloppine), oppure un simpatico gelato in compagnia, o alla ricerca di un ponte medievale. Sempre aspettando la chiamata del meccanico. Quando arriva e la macchina è incerottata finalmente nel modo giusto, per festeggiare prendiamo due birre dal birrificio annesso all’officina (ah, l’avessimo scoperto solo 24 ore prima! Invece di stare in piedi a farsi divorare dalle temibili zanzare Esso – metti una tigre nel motore – avremmo potuto affogare nella birra le delusioni meccanicistiche), e andiamo su alla Ca’ del Lupo sorseggiandole avidamente adagiati nella frescura del giardino. Tanto che, cullate dalle parole mai banali, ma sempre proposte senza soluzione di continuità, le palpebre dello scrivente si chiudono beatamente, rincorrendo farfalle variopinte a forma di Opel Corsa tra le verdi vallate della lunigiana.

..gli uomini impegnati..

Ma l’amara realtà è che dobbiamo restituire il buon Carlo alla sua famiglia, non possiamo mica tenercelo come Damo di compagnia. E allora si va in un bel borgo vetusto dove ci intrufoliamo ad un’apertura di ristorante rubando avidamente pizze e dolcini e poi a una rievocazione medievale molto bella dove la fa da padrone lo gnocco fritto (con stracchino e salumi vari) e dove vediamo gli antichi mestieri (ne mancava solo uno, quello più antico), ma anche falchi, barbagianni, e addirittura galline, per la gioia di grandi e piccini.

..antico rito prepuziatorio lunigianese per rivederci presto. La mano evoca l'antico detto: CIAO DA PONTREMOLI che abbiamo spesso ritrovato nelle più belle cartoline locali..
Autofoto della macchina fotografica che si chiama Anna.

Dopo una giornata così e un addio strappalacrime non resta che dormire, riposare, sognare, per poi risvegliarsi e farsi guidare dalla macchinina e dalla moglie sempre provvida di consigli ottimi, abbondanti e provvidenziali, verso la Liguria, per un tuffo dallo scoglio di Tellaro (e un pranzo luculliano a base di pizze e schiacciate), prima del ritorno in Val di Cornia. La macchina fa la brava e c’è posto anche per un bagno al Quagliodromo!
E poi lauti banchetti in casa patriarcale e gelati dalla nuova gelateria aperta che propone prodotti locali: pinoli di San Rossore (timidi, ma buoni), melone della Val di Cornia, pesche della Val di Cornia, latte della Val di Cornia, palette di plastica della Val di Cornia, etc…

..la scoperta dell'Estate: Cala Moresca..

Gli altri giorni trascorrono così a Piombino: tutti in discesa e pacchia riposante, tra mare, panorama sull’Elba e companatico, prima del temutissimo shock da rientro che, al solito, ci dura fino al prossimo viaggio, lungo o corto che sia..

..uomo in mare: camminando verso l'Elba..

venerdì 31 ottobre 2014

Paolo Pellegrin

..prendi louis garrel,


o una scena di guerra, 


che ci vuole a diventare fotografi professionisti?


Paolo Pellegrin (Roma, 1964) è uno dei maggiori fotoreporter di guerra viventi, fa parte della scuderia Magnum. Non ama definirsi reporter d'assalto, ma adotta una chiave umanistica e antropologica. Wikipedia dixit.

lunedì 21 ottobre 2013

Curarsi con i libri

Due biblioterapie scritte per un concorso, curarsi con i libri, consistente nell'associare a una malattia una terapia a base di un libro.

Titoli alternativi: "Mamme, è arrivato il librino" e "La vita è quello che ti succede mentre sei occupato a farti i tuoi piani". 



..il gabbiano Jonathan Livingstone..
..un altro giro di giostra..

Acne juvenilis                                  
Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone

In caso di acne juvenilis dei vostri pargoli il rimedio più diretto, care mamme, è Il gabbiano Jonathan Livingstone.
È necessario possederne due copie. Una di queste può essere letta, direttamente dall’adolescente o, nei casi più disperati, da un genitore al proprio virgulto. L’altra copia va invece fatta a strisce oblunghe da applicare sul soggetto sofferente. Le strisce vanno tagliate seguendo il senso della scrittura e/o delle foto e apposte con delicatezza sulle tempie del giovane adulto. In questo modo, per osmosi e per contatto, il vero gabbiano Jonathan che vive in ognuno di noi verrà sollecitato ad emergere e crescere palesandosi nell’animo dell’adolescente, anche se questi ha ormai più di trent’anni.
Prima che questo rimedio risulti efficace è innanzitutto da accertare che il paziente abbiamo perlomeno sviluppato un minimo senso di curiosità verso il mondo, un quantomeno leggero bisogno di trasgredire le regole e lo status quo, e voglia di sfidare se stesso e la realtà che lo circonda.
Dopo sole poche sedute vedrete un mutamento all’apparenza preoccupante. Mancanza di appetito, leggera sfrontatezza, chiusura in se stessi e in camera. Ma dopo pochi giorni ancora allora vedrete spuntare sull’uscio della cucina un soggetto nuovo, rilucente di luce propria, dall’appetito robusto e con pelle rigenerata e pulita. Le controindicazioni non sono poche, la più grave delle quali sarà un’apparente asocialità dell’individuo, che però risulterà come nascosto e profondo amore per la vita e per l’umanità.
Altri preoccupanti sintomi saranno: abbandono totale o parziale della playstation, preoccupante frequentazione di una o più biblioteche, vaghezza e indissimulata assenza dalla realtà pratica e quotidiana. Può anche portare a una leggere trascuratezza dell’igiene personale – da tenere sotto controllo questo aspetto –, e un allontanamento, per nulla negativo, dal nido.
Nel caso di crescita conclamata di ali bianche o di qualsisiasi altro colore nella zona dorsale, o in altre zone del corpo, si prega di contattare il teologo di fiducia. In alcuni soggetti si è notata una insorgente predilezione per i fiori e gli aromi naturali, senza per questo poi tendessero a diventare fioristi.


Tanatofobia (paura della morte)
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

Piccini o adolescenti, adulti o vecchi che siamo, abbiamo paura della morte o, meglio, abbiamo paura della NOSTRA morte. Spesso solo della sofferenza che la precede, ancora più spesso della perdita di ciò che possediamo.
Uno degli ultimi rimedi in campo bibliomedico è Un altro giro di giostra, di Tiziano Terzani. Si consiglia l'assunzione in dosi minime giornaliere, possibilmente serali. Quando cala la sera e si fa sentire più forte l'imbrunire, allora è necessario ricorrere a questo potente rimedio. Lasciatelo però agire senza accelerarne e frenarne l’influenza. Paragonabile alla clownterapia, questa è una "curiosaterapia". Non perché sia una terapia curiosa, ma perché il rimedio è la curiosità stessa e consiste proprio in questo: essere curiosi.
Andare alla ricerca, scoprire, svelare noi stessi e il mondo che ci circonda fino all'ultimo momento, o almeno fino quando ci è dato… e oltre. Terzani si trovava sull'orlo dell'ultimo salto e ha trovato il rimedio all’horror vacui mortalis ridendo e sorridendo, prendendo in giro e prendendosi in giro. Chi legge questo libro va con Terzani alla scoperta non di un rimedio per il suo cancro, ma alla ricerca di un rimedio impossibile, quello contro la morte; trovandone uno inaspettato: il rimedio contro la paura della morte.
Con spirito giocoso e curioso infilatevi sotto le coperte d’inverno, accendete una lucina, create il silenzio attorno a voi e concedetevi poche righe di questo libro, un sorso alla volta di questa medicina dolce per una malattia comune e amara.
Noterete dei piccoli ma costanti miglioramenti d’umore e un impercettibile ma significativo cambiamento di prospettiva. Nel caso non foste soddisfatti dei risultati ottenuti si consiglia di combinare la lettura con una passeggiata a passo lento, il più possibile in mezzo alla natura. Se ancora non si notassero i risultati sperati si passi direttamente alla lettura delle due ultime frasi del libro: 
“Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.”

mercoledì 31 luglio 2013

..Ospitalieri inVolontari..


Secondo giorno di Ospitalieri volontari in quel di Valpromaro – Lucca. Paesino di 150 anime tra Camaiore (a 10 km) e Lucca (a 15 km) lungo la via Francigena.
Sulle guide non è indicato come punto di partenza né di arrivo. Troppo vicino (per un pellegrino) a Lucca e al Volto Santo, troppo vicino a Camaiore e Pietrasanta. Bene, non vogliamo iniziare la nostra prima esperienza con troppi pellegrini da accudire. Vogliamo una cosa intima. Da lume di candela, possibilmente chitarre e falò, grandi segreti svelati in confidenza - come accade tra sconosciuti - dopo un paio di bicchieri di vino.
Arriviamo perciò speranzosi, Sabrina ed io, carichi di voglia di essere Ospitalieri: mo’ ve lo facciamo vedere noi, come si fa gli Ospitalieri! Di più, arriviamo da pellegrini. Da Lucca a Valpromaro, solo 16 km, ma quello che ci serve per calarci nei personaggi. Indossiamo l’uniforme da pellegrino, poi la toglieremo per mettere quella di Ospitaliere. Già, ma che uniforme ha l’Ospitaliere?
Arriviamo e ci accolgono gli ospitalieri del turno prima, con quattro pellegrini. Tutto bene, tutto perfetto. Non vediamo l’ora di andare a dormire per risvegliarci, pulire tutto(!) e aspettare i NOSTRI pellegrini… Già, perché quelli mica erano i nostri: erano quelli del turno precedente!
Sveglia presto, pellegrini andati, si pulisce l’Hospital da cima a fondo. Si pulisce il pulito, ma non importa: de’, Noi Siamo gli Ospitalieri. E quindi ci mettiamo l’uniforme dell’ospitaliere: guanti in lattice, rigorosamente gialli, cencio alla cintola e mocho al posto del bordone – siamo un incrocio tra Madre Teresa e Cenerentola –. Tutto dovrà brillare e i pellegrini dovranno ringraziarci – possibilmente con lacrime agli occhi e lunghi abbracci – e noi dovremo faticare a restare umili.
Ore 10:00: Pulizie fatte, è l’ora della spesa. Comprare un po’ da ogni negozio autoctono (per non scontentare niuno), grandi sorrisi a tutti gli abitanti e fare di corsa: un pellegrino potrebbe fermarsi da un momento all’atro. La porta è rimasta aperta, ma non si sa mai, i pellegrini sono timidi: se non vedono nessuno magari manco s’affacciano. E non sia mai! Non vorremmo mai far loro perdere la meraviglia dell’incontro con due Ospitalieri come noi!
Ore 10:30: Siamo di nuovo nella Casa del Pellegino. Che si fa mentre si aspetta il Pellegrino? Pulito s’è pulito. Sabri fa l’insalata di orzo. Un chilo basterà? Certo, se arrivano torme di pellegrini affamati no, ma intanto qualcosa è pronto. Provviste ci sono. Il Diavolo in casa (la cassetta delle offerte libere) è stato generoso. Saremmo comunque pronti a tutto. Male che vada: patate e cipolle per tutti, ma condite con tanto affetto… Siamo pronti per elargire affetto di Ospitalieri: sotto al primo che tocca.
Ore 11:30: Iniziamo a fare i conti: dunque, se partono da Camaiore dovrebbero essere già passati (ci basterebbe qualcuno si fermasse per il caffè per iniziare); se partono da Lucca per Santiago pure. Vabbè: saranno in ritardo…
Ore 12:30: Io ho fame. Chiedo a Sabrina se possiamo mangiare: “NO! Se passa un pellegrino si mangia insieme!”.
Ore 13:30: Anche Sabri cede. Mangiamo. Preparo la tavola, due posti + un coperto. Non si sa mai arrivi qualcuno. Sai che figata se arriva e trova apparecchiato per lui e gli si dice con nonchalance: “Ti stavamo aspettando”. Mangiamo l’insalata di orzo pregustando la scena e intanto iniziamo a pensare alla cena e/o a cosa riservare ai nostri ospiti.
Ore 15:00: Piatti lavati, caffè bevuto – nonostante avessimo aspettato fino all’ultimo per accalappiare un pellegrino caffeinomane -, ci sediamo nella grande sala d’entrata, in faccia alla porta rigorosamente aperta. C’è un bel divano, faccio per sdraiarmici sopra: “NO! Sai che figura se ti vedono dormire sul divano! Non esiste!”. Mi tiro su docile, mi cascano le palpebre e mi ciondola la testa, mi siedo sulla panca di legno a leggere: comoda come il letto di un fachiro, ma almeno non mi addormento.
Ore 17:00: Sguardi preoccupati e tesi tra me e Sabrina. Ma dove sono i pellegrini? Gli ospitalieri che c’erano prima ne hanno sempre avuti! Io cerco di concentrarmi sul libro che sto leggendo senza successo, Sabrina scivola da una stanza all’altra. Sposta di mezzo centimetro a destra, o a sinistra – in base alla luce – il vaso di fiori.
Ore 17:30: Fumiamo un’altra sigaretta.
Ore 18:00: Inizia a piovere. Doppiamente contenti: i pellegrini dovranno fermarsi, se passano nelle vicinanze. E in più non devo bagnare le rose sul retro: raccomandazione principe dei custodi del luogo.
Ore 19:30: Calma piatta. Iniziamo a sospettare che oggi niente pellegrini… Ci consoliamo pensando che domani sarà ancora più bello averne, no?
Ore 20:30: Cena a base di insalata di orzo.
Ore 22:00: Nanna: domani sveglia presto: se i pellegrini partono da Camaiore, alle 7.30/8.00 son qui.
Ore 23:30: Ancora svegli: orecchio teso nel caso qualche pellegrino bussasse e dovessimo correre giù ad aprire la porta.

Terzo giorno da Ospitalieri: è sicuramente il giorno del primo pellegrino!
Ore 6:30: Suona la sveglia, giù dal letto, caffettiere pronte, marmellate aperte. Il primo pellegrino troverà tutto a sua disposizione, come i rifornimenti ai lati dei percorsi della maratona.
Ore 11:00: Nessun pellegrino all’orizzonte. Nel frattempo ho spazzato tutte le cicche in strada da qua alla fine del paese (nei due sensi), e Sabrina sforna torte alle mele come fosse una pasticciera svizzera al lunedì mattina.
Ore 13:00: Dopo due ore ci diamo il cambio di postazioni. Postazioni che sono: io seduto fuori dalla porta in atteggiamento a mezzo tra la piccola vedetta lombarda e il Tenente Drogo, Sabri seduta vicina al telefono che ripassa le istruzioni che ci hanno lasciato e a me sembra tanto un’adolescente di venticinque anni fa, accanto al telefono che non suona mai – un po’ Il tempo delle mele, se vogliamo -.
Ore 14:00: Bandiera bianca: pranziamo con dell’ottima insalata di orzo. La cui ciotola è oramai a metà, nonostante Sabri giuri e spergiuri di non aver affatto ecceduto nelle previsioni.
Ore 15:00: Abbozzo una pennichella subito ripreso dalla solerte compagna ospitaliera che mi mette in mano un pennello, olio di semi vari e mi chiede se per caso non voglio oliare qualche cardine che cigola.
Ore 16:00: Dopo aver oliato financo la porta della cuccia del cane della vicina e la voliera comunale alzo gli occhi e noto una rondine sotto il tetto. Non è primavera: che sia la reincarnazione di qualche pellegrino? In tal caso è il primo e unico viandante che approfitta del nostro rifugio.
Ore 17:00: Meritata merenda: eccellente scodella di insalata di orzo seduti sugli scalini della casa, sguardo perso nell’orizzonte vuoto: horror vacui peregrinorum.
Ore 17:30: Passa il pulmino dei gelati: unica attrattiva settimanale del paese. L’adolescente della porta accanto sfreccia e ritorna con un cono gigante e mi sogghigna, mentre io gusto impassibile l’ultima cucchiaiata di orzo, conscio della superiorità morale dell’Ospitaliere, che non può abbandonare la postazione divinamente assegnata et non pote cedere alle tentazioni della gola.
Ore 19:00: Iniziamo a dubitare del nostro karma. Sabri in particolare dubita del mio, io pure: dopo avermi cosparso il capo di cenere di incenso tibetano raccolto in una delle conchiglie del suo tredicesimo Cammino di Santiago, mi percuote entrambe le tibie (peroni inclusi) con un bordone in loco lasciato da un pellegrino svizzero nel ’45. Mentre cerca di farmi ingoiare un cappello di un romeo francese suona il venerando telefono delle prenotazioni. Salvato in extremis da una telefonata… della su’ mamma… Per mezz’ora sono dunque libero e faccio l’ennesimo giro del paese: minimo sei case su 150 abitanti hanno fuori appeso il cartello Vendesi, Affittasi, Locasi, Regalasi… I coyotes ululano alla luna nascente e io ritorno per cena. Insalata di orzo.

Quarto giorno di Ospitalieri volontari.
Ore 6:00: Suona la sveglia. Ripuliamo tutto. Sabri inizia, con tanto di megafono, le litanie dell’Invito del Pellegrino sul punto più alto della canonica attualmente Casa del Pellegrino: l’effetto muezzin è suggestivo e commovente. Il vicino è d’accordo fino a un certo punto.
Ore 7:00: Con il ventilatore a palla cerco di mandare fuori dalla finestra il profumo del caffè che sto mettendo su. Al terzo termos riempito iniziamo di nuovo a dare segni di cedimento e di qualche tic decisamente imbarazzante.
Ore 9:30: Con il timbro dell’ostello abbiamo istoriato le strisce bianche dell’asfalto da Montemagno a Valpromaro. L’effetto Giro d’Italia della via Francigena è a tratti scenografico.
Ore 11:00: Sabri è in cucina, pulisce con uno stuzzicadenti i buchi delle prese elettriche, io sul tetto tento di issare uno spinnaker con i colori della Francigena, del Papa, della bandiera arcobaleno della Pace, quelli del Tibet e come stemma ci sono la conchiglia, la croce, la palma, lo zio Sam, l’Unicorno e sullo sfondo il Vaticano, la Mecca, il Muro del Pianto e una statua di Lenin che abbraccia Mao.
Da lontano un puntino si avvicina claudicante. Inizio a percepire l’inconfondibile afrore pellegrino della stagione estiva, quando il pellegrino va in muta.
Triplo carpiato e sono in salotto, con Sabri stendiamo il tappeto rosso (e bianco) tessuto iersera a filigrana grossa, disponiamo le frecce deviatorie e innalziamo le barricate tipo ’68: One Way Only, unica via: il Nostro Ospitale.
Il subdolo pellegrino tenta di divincolarsi dalle nostre grinfie ma non c’è nulla da fare. Il malcapitato viene immesso a forza nella Casa del Pellegrino (del Pellegrino e quindi: DEVE entrarci) e legate le estremità inferiori alla seggiola, viene cortesemente invitato a pranzo.
Sabrina: “Enos vai pure a prendere l’insalata di orzo”.

Enos sospettoso si avvicina felpato al frigorifero e… “NOOOOOOOO, è finita l’insalata di orzo”.



mercoledì 24 luglio 2013

In Tibet con Flaviano Bianchini

Recensiamo uno dei libri che più ci hanno entusiasmato recentemente. Un viaggio portati nello zaino di un viaggiatore dagli occhi liberi e dal passo appassionato, allo scoperta clandestina del Tibet, ma, soprattutto, di un modo di viaggiare.




Oltre che essere un bel libro, In Tibet. Un viaggio clandestino di Flaviano Bianchini, è una miniera di spunti di riflessione sulla viandanza e sul movimento lento.
Non solo - anzi, non soprattutto – per chi non ha gustato le gioie e i dolori dell’andar piano, ma quasi con precedenza a chi è già “iniziato” alla logica dell’andare  a passo d’Uomo.
Flaviano Bianchini ci porta clandestinamente con sé in Tibet. Da anni si occupa di educazione ambientale e alla difesa dei diritti umani e di quelli della natura. Ha lavorato molto in America Latina e poi con organizzazioni come Amnesty International, Peacelink, e ora con Source International. Dall’America Latina è stato anche espulso, e quindi è pure un esperto di clandestinità. Se vi uniamo anche la passione per la montagna e l’abilità di viaggiatore “lento” (e di scrittore), è facile far intuire il fascino che questo libro emana.
Innanzitutto è scorrevole e semplice senza essere semplicistico, ma, ancor di più, ti aggancia e non ti molla fino all’ultima riga, come un film avvincente, come un Cammino intrapreso.
Ma dove ci porta davvero l’Autore? Non solo in Tibet, ma bensì in pellegrinaggio in Tibet. Un pellegrinaggio sui generis, poiché va a visitare i luoghi di Palden Gyatso, monaco tibetano per 33 anni incarcerato nelle prigioni cinesi e per motivi politici indesiderato in casa sua, con lo scopo di incontrarli e in seguito ritornare per raccontargli com’è ora il Tibet e il suo monastero.
Succede dunque che Bianchini debba entrare in Tibet da clandestino, perché è impossibile entrarci da viaggiatore curioso, solo da turista al seguito dei viaggi organizzati da compagnie cinesi autorizzate dal governo; e allora ecco che un italiano si fa clandestino (cosa rara al giorno d’oggi, sebbene sarebbe esperienza consigliabile per molti di noi, per provarne il significato sulla nostra pelle).
Anche perché il nostro viaggiatore non va direttamente alla meta, bensì dal monte Kailash a Lhasa, due luoghi sommamente sacri e venerati, e ci va a piedi, per 1.500 Km, da ovest verso est, attraversando il Tibet in compagnia di pellegrini, mercanti e nomadi. A piedi proprio come si muovono i tibetani. A piedi per entrare nello Spirito del Tibet, nella sua Storia passata e presenta. A piedi perché, citandolo: «Il viaggio a piedi è l’unico tipo di viaggio che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi».
Il racconto si dipana così tra incontri, fatti storici e leggendari, meraviglie naturali e aneddoti che ci guidano a conoscere un po’ più a fondo una terra e un popolo sacrificati dalle potenze mondiali sull’altare dei buoni rapporti con i governi cinesi.
Per fortuna l’Autore è anche critico, quando sente di dover esserlo, con i tibetani stessi. Non c’è traccia di falsa o costruita compassione che alle volte ci porta a causare addirittura maggiori guai alle popolazioni che, dall’alto della nostra supposta superiorità, noi Occidentali vorremmo “aiutare”, ma… a modo nostro!
E così questo libro è anche un ottimo strumento di indagine antropologica e storica, ma, oltre a ciò, a noi interessa un po’ di più come alla fine – e durante – la lettura sentiamo come un impulso a metterci in cammino, e la meta, davvero, quasi non importa.
A proposito di cammino, è stato illuminante leggere l’episodio di come il nostro viaggiatore si sia trovato in imbarazzo due volte per il suo bagaglio. Alla partenza, perché tutti reputavano il suo bagaglio troppo piccolo; in Tibet, perché i tibetani lo deridevano del suo zaino troppo pesante e pieno di cose inutili. E non è solo questione di punti di vista, magari da un mondo più povero economicamente e quindi abituato all’essenziale – anzi, all’indispensabile -, ma altresì di una differente concezione stessa del viaggiare: quando il viaggio a piedi è connaturato all’esistenza, basta un mantello che faccia anche da sacco per trasportare tè e burro di yak, il resto non solo è inutile, ma addirittura dannoso.
Per Bianchini l’odore del tè al burro di yak è l’odore del Tibet, e ce lo fa percepire anche attraverso le bellissime fotografie che impreziosiscono questo volume che ha ottenuto una meritatissima menzione speciale al Premio Chatwin “Viaggi di carta” 2010 come miglior libro di viaggio dell’anno.
Vi si perdona senz’altro, dunque, qualche piccolo refuso editoriale, vista anche la bibliografia davvero ben commentata e indispensabile, che va da Marco Polo a Tiziano Terzani. E proprio la voce di Terzani sembra risuonare nei toni a volte umoristici, a volte disorientati o disincantati, e nella fine attenzione al dettaglio sociale esemplificato da gustosi aneddoti che nascono dall’esperienza diretta. Da leggere, per fare un solo esempio, il racconto della visita ai piedi dell’Everest, tra occidentali che fanno letteralmente la fila per salire in vetta in comodità, e i portatori nepalesi che dormono all’addiaccio; ecco, lui si sente più solidale con quest’ultimi.
E noi con lui.
Anche perché, se per Flaviano Bianchini il viaggiare a piedi è ormai Il Viaggiare, a noi ci ha regalato la voglia di scoprire di più sul Tibet, ma, soprattutto, di indossare subito gli occhiali speciali del movimento lento.

Gli estremi del libro:
Flaviano Bianchini,
In Tibet. Un viaggio clandestino,
Pisa, BFS (A margine; 3), 2009, 201 p., ISBN 9788889413395, 18 euro.

giovedì 13 giugno 2013

..videodenuncia: palazzo vecchio in fumo..

La mala-gestione dei beni comuni si vede dalle piccole cose. Pubblichiamo un video in cui si può notare come a Palazzo Vecchio, nel bel corridoio che dà sul balcone che s'affaccia in Piazza della Signoria, ci sia la cattiva abitudine di fumare. Il soffitto in legno e le pareti affrescate non crediamo ne giovino particolarmente.


Per altri lavori mi trovavo in Palazzo Vecchio.
Tra il Salone de' Dugento e gli uffici comunali, c'è un bel, seppur angusto, corridoio che s'affaccia, dopo una diecina di scalini, su Piazza della Signoria. È il balcone che dalla piazza è ben riconoscibile perché ci sono le bandiere della città di Firenze, dell'Unione Europea e il tricolore italiano.


È un corridoietto dalle pareti dipinte in blu e rosso con motivi geometrici e floreali, mentre il soffitto è ligneo, dipinto anch’esso con motivi che si riferiscono alla volta celeste.
Non è parte del percorso museale, vi accedono solo i dipendenti comunali, tra cui gli assessori e i consiglieri, vista la vicinanza con il Salone de’ Dugento. 
È per questo che chi ci lavora lo utilizza come saletta da fumo? Sebbene la porta-finestra che dà sulla piazza sia sempre spalancata (anche d’inverno), è un buon motivo utilizzarla come refugium fumatorum? Ovviamente per non scendere giù a fumare.
Non è questione di moralismo, ritengo solo sia indicativo della mentalità che ancora, ahinoi, permea la nostra società.
Al di là del puzzo, della scarsa igiene e della scarsa salute che il fumo porta, al di là del fatto che mi risulta sia vietato fumare all’interno di un locale pubblico - e il palazzo comunale è per definizione un locale pubblico, quantomeno è un locale comune -, è sconcertante lo scarso rispetto per un luogo così simbolico, e proprio da parte di chi dovrebbe prendersene cura.
Sarò naïf, ma ho deciso che mi devo indignare di più.
Qua sotto trovate la foto e il video (purtroppo di scarsa qualità). 




martedì 11 giugno 2013

..preghierina del disoccupato..

Lavoro nostro, che sei nei cieli,
sia palesato finalmente il tuo nome,
venga il tuo stipendio,
sia firmata la lettera d'assunzione, 
come in originale così in copia.
Dacci oggi il nostro bonifico mensile,
rimetti a noi almeno il sussidio di disoccupazione,
come noi paghiamo l'IVA,
e non ci indurre in depressione,
ma liberaci dallo spleen esistenziale.



lunedì 3 giugno 2013

Elliot Erwitt


..se io mi ritrovassi a New York,



e volessi fare un salto in Europa, dove mi ritroverei?



..a Roma, kaputt mundi..



Elliott Erwitt, al secolo Elio Romano Erwitz (Parigi, 26 luglio 1928), è un fotografo francese specializzato in fotografia pubblicitaria e documentaria, noto per i suoi scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche ed assurde di tutti i giorni. Wikipedia dixit.