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mercoledì 6 febbraio 2013

Arthur Ashe, i ricordi di un campione gentiluomo


Vent’anni fa moriva Arthur Ashe, grandissimo campione e grandissimo uomo. Simbolo della riscossa degli uomini di colore nella società civile e impegnato combattente per i diritti civili in America e nel mondo. Primo nero a vincere tre tornei dello Slam, ha lasciato tantissimi souvenirs, che andranno all’asta per garantire alla sua fondazione nuovi fondi.




Il 6 febbraio 1993 ci lasciava a soli cinquant’anni Arthur Ashe.
Penso che pochi tra i nostri lettori non sappiano, almeno per sentito dire, chi fosse, e quale posto occupi nella Storia del Tennis questo gran giocatore, ma soprattutto questo grande e coraggioso Gentiluomo.
Nel ventesimo anniversario della sua morte, e nel quarantacinquesimo della storica vittoria agli US Open, vanno all’asta alcuni suoi oggetti e ricordi, e saranno battuti a Los Angeles da Nate D. Sanders Auctions. Questi oggetti acquistano valore non solo per l’effettiva importanza sportiva e tennistica, ma portano con loro tutta la forza e l’energia delle battaglie del giocatore afroamericano. Le sue sfide sportive, quelle sociali, quelle umane, quelle che hanno coinvolto tre decadi della società moderna. Pensare che abbia portato sulle sue spalle, con stile, eleganza e onore indiscussi, le bandiere del riscatto dei ragazzi di colore sui campi da tennis, i diritti degli stessi giocatori professionisti di tennis, le istanze degli ammalati di cuore e di AIDS a metà degli anni Ottanta e Novanta, l’impegno civile e sociale, ci rende consci del potere che può avere una racchetta da giuoco nelle mani di un uomo.
E pensare che da piccolo era piuttosto goffo ed esilino, e non proveniva certo da famiglia ricca. Anzi, sua madre morì quando egli aveva sette anni, e il padre era piuttosto rigoroso nella disciplina e faceva il tuttofare. Esplose nel tennis quando a vent’anni venne convocato, primo afroamericano, nella squadra di Davis, era il 1963. Grazie al tennis riuscì a uscire dai limitati, e razzisti, confini di Richmond, Virginia e diventare il primo vincitore degli US Open, l’unico di colore ancora al giorno d’oggi. Come rimane l’unico uomo di colore a vincere Australian Open (1970) e Wimbledon (1975). Solo Yannich Noah, vincendo il Roland Garros (1983), Slam sfuggito al grande Arthur anche per colpa del nostro Bertolucci, è l’unico altro tennista dalla pelle nera a trionfare a così alto livello tennistico.
Il computer non lo registrò mai al numero 1 delle classifiche del singolare, lo fece invece Harry Hopman, che lo considerava tale nel 1968. Fu invece il numero uno tra i gentleman dei courts, solo Ilie Nastase, nel Masters 1975 di Stoccolma, riuscì a portarlo all’esaurimento nervoso, e a quanto pensa Clerici, sull’orlo dell’omicidio. Certo anche Connors lo doveva urtare parecchio se disse: “Giuro che ogni volta che nello spogliatoio incontro Connors devo forzarmi per non dargli un pugno in bocca”.
Le sue lotte più famose da tennista e uomo di colore risalgono ai primi anni ’70, quando fu uno dei giocatori a spingere per la creazione dell’ATP, nel 1972. Sempre in quell’anno denunciò la politica dell’apartheid del governo sudafricano, visto che lo esclusero dal South African Open negandogli il visto d’entrata: lui sostenne sui giornali che il Sudafrica avrebbe dovuto venir escluso dal circuito tennistico mondiale. Venne addirittura arrestato due volte (nel 1985 e nel 1992) a causa della sua attività di supporto dei movimenti civili americani.
Si ritirò dal tennis nel 1980, ma tante partite lo aspettavano. Di quelle civili abbiamo già accennato, ma fu così forte da affrontare con combattività (quella che a volte gli mancò sui courts) le malattie che la vita gli riservò. Nel 1979 dovette infatti iniziare a fare i conti con frequenti attacchi cardiaci che lo costrinsero a ripetuti interventi chirurgici. Sfortunatamente, durante uno di questi, avvenuto nel 1988, una trasfusione di sangue era infetta del virus dell’HIV. Lui e la moglie tennero nascosta la notizia fino al 1992, quando le sue condizioni divennero seriamente critiche. Anche perché, come disse: “L'Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, lo è stato la mia negritudine”. L’ultima missione che doveva compiere la portò a termine qualche settimana prima di morire: l’ultima stesura delle sue memorie “Days of Grace”, fatica che gli occupò parte degli ultimi anni terreni.
La memoria di Arthur Ashe rimane non solo nel famoso stadio degli US Open, ma anche nelle fondazioni che portano il suo nome e che negli anni continuano le sue battaglie: contro l’AIDS, contro le barriere razziali, per l’educazione allo sport e dei ragazzi. E proprio a loro andranno alcune percentuali dell’asta che si svolgerà e che avrà diversi cimeli assai interessanti dell’archivio Arthur Ashe.
Come i suoi diari dal 1972 al 1993; il passaporto del 1970, con il visto di entrata ottenuto finalmente dal Sudafrica; diversi trofei tra cui quelli degli Slam e della Davis (che capitanò alla vittoria), oltre a quelli giovanili; manoscritti dei numerosi discorsi che tenne sui diritti civili, sull’AIDS e sul razzismo; vestiti, uniformi di quand’era a West Point e divise della squadra di Davis. Insieme a curiosità piuttosto atipiche come un dente del giudizio, polsini, bastoni da passeggio, racchette, orsacchiotti, un’American express, braccialetti, stivali di cuoio italiano, cravatte, immancabili occhiali, cappellini, ciabatte, e la foto della sua prima ragazza (con dedica, da parte della ragazza). Se volete dare una scorsa a questi cimeli li trovate anche sul sito della fondazione a questo link: www.arthurashe.org
Vogliamo chiudere questo breve omaggio al grande Arthur citando un suo desiderio: “Non voglio venir ricordato per i miei successi sui campi da tennis”. Non ti preoccupare Arthur, la tua memoria va ben al di là di palline gialle e racchette.

Pubblicato il 6 febbraio 2013 su Ubitennis.com e Vavel.it

domenica 20 gennaio 2013

Djokovic la spunta su di un epico Wawrinka


Il numero 1 al mondo, Novak Djokovic, ha la meglio su Stanislas Wawrinka solo dopo una battaglia di oltre 5 ore con il punteggio di 1-6, 7-5, 6-4, 6-7 (5), 12-10. Accede così ai quarti dove l’aspetta il ceco Berdych. Partita da incorniciare, e finalmente un po’ di pepe su questi Australian Open.



Sembra che l’Australia prolunghi le partite sempre più al limite per il serbo Novak Djokovic. Dopo la finale eterna della scorsa edizione contro l’assente Nadal, un’altra entusiasmante ed epica lotta lo ha visto vincitore quest’oggi. Non era una finale, ma un incontro di ottavi che tutti consideravano banale per lui, il Robocop del tennis moderno. Tabellone agile, autostrade aperte e altre amenità abbiamo sentito in questi giorni, quasi dimenticando che uno Slam non è mai una passeggiata domenicale. E infatti gli ci son volute ben 5 ore e due minuti per aver ragione dello svizzero Stanislas Wawrinka con il punteggio di 1-6, 7-5, 6-4, 6-7 (5), 12-10. È un punteggio che parla da solo: è stato il miglior match del torneo sino a questo momento, forse la miglior partita del numero due svizzero e una girandola continua di emozioni e colpi da manuale del tennis del ventunesimo secolo. D’altra parte, Djokovic, nell’intervista di ieri sera andata in onda su Eurosport aveva giustamente decantato la consistenza di Stan, facendo notare che l’ombra di Federer lo ha penalizzato, ma che si trattava comunque di un osso duro, non per nulla da diverso tempo lo si trova tra i primi venti del mondo, e non per nulla si è presentato tra i canguri con il numero 15 delle teste di serie.
A queste dichiarazioni non sembrava però seguissero i fatti: pronti, via, e il campione uscente si trova sotto di un set a zero, perso 6-1 e scioccato dalla partenza sprint dello svizzero, che spinge ancora sull’acceleratore e nel secondo set va anche sul 4-1 e poi a due quindici dall’incamerare il secondo parziale. È forse questo l’unico vero rimpianto che Stanislas dovrà digerire prima dei prossimi tornei. Ed è questa la differenza tra un campione e un cannibale come Djoko. Messo in saccoccia con fatica l’1-1, inizia un altro match. Djokovic fa il Djokovic ma non riuscirà mai a scrollarsi di dosso il tignoso svizzero, che gli rimane con il fiato sul collo e con un tie-break ben gestito si porta sul 2-2. Il quinto set è da annali, come quasi tutti quelli che finiscono oltre il 7 a 5. Wawrinka si dimostra spesso coraggioso, annullerà alla fine ben tre match point giocando a tutto braccio, altre volte sembra avere un po’ di braccino, come nel nono gioco, quando, procuratosi quattro palle break lascia l’iniziativa all’avversario, e saranno le sue ultime chances di vittoria. Chiude infine Novak con un roboante 12-10 e una maglietta strappata all’incredibile Hulk, stesso gesto della finale dell’anno scorso, guarda caso…
Ora però, passata l’adrenalina, ci sarà da fare i conti con il recupero da questa faticaccia e affrontare Thomas Berdych, certo non uno che salta sempre sul treno che passa. Si sa che Nole si esalta nelle difficoltà e nelle imprese, ma dovrà stare attento al bombardiere ceco, che ha un’occasione d’oro tra le mani, anche se la superficie degli Australian Open non è velocissima e i suoi servizi faranno meno male di quanto potrebbero.


sabato 19 gennaio 2013

Gorgeous Gussie, la minigonna che fece scandalo

Se ne è andata da poco “Gussie” Moran, la prima donna ad aver indossato una minigonna sui campi da tennis. Fu a Wimbledon 1949 e contro di lei si scatenarono l’opinione pubblica e i benpensanti. Fu precorritrice, a sua insaputa, del tennis inteso come spettacolo e delle malignità che le giocatrici che osano attirano su di loro.





Cosa sarebbe il tennis odierno senza i bicipiti di Nadal e i fisici scolpiti dei maschietti, o senza le gambe lunghe della Sharapova o della Ivanovic in bella mostra? E senza i completini più o meno raffinati e colorati…
In tutti gli sport ci sono delle icone, vincenti o meno, ancora famose oppure ormai dimenticate. Il 16 gennaio scorso ci ha lasciato a 89 anni un’icona della storia del tennis, seppur poco conosciuta: l’americana Gertrude "Gussie" Agusta Moran. Non verrà mai ricordata per i brillanti risultati sul campo; al massimo raggiunse i quarti a Wimbledon nel 1950 e una semi nel 1948 agli US Championships, mentre in doppio misto ottenne una finale nello slam americano (1947) e una finale nel doppio misto del 1949 tra i sacri cancelli di Church Road, il luogo in cui portò niente di meno che il peccato e la volgarità.
Già, perché di lei tutti ricorderanno solo le mutandine aggraziate da pizzi assassini (citiamo Gianni Clerici).
Come andò? Andò che nel 1949 vinse i tre tabelloni dei campionati statunitensi indoor (il doppio misto con un certo Pancho Gonzales), e quindi si guadagnò l’accesso a Wimbledon come testa di serie n. 7. Per l’occasione chiese a Ted Tinling, ex tennista e già affermato stilista del nostro amato sport (lo sarà anche per grandissime come Navratilova, Evert, Wade, Goolagong e King), di disegnarle un bel completino. Lei di certo voleva far colpo, visto che meditava di scendere in campo con le maniche di colori diversi e un terzo colore per i pantaloncini. Per fortuna Tinling, che rivestiva il ruolo di anfitrione ufficiale di Wimbledon, non lo permise, anche per via della regola eburnea wimbledoniana, ma acconsentì a osare, e non poco. Per lei disegnò dei pantaloncini corti abbastanza da far intravedere le mutandine adornate da aggraziati pizzi: insomma, la prima minigonna sui campi da tennis. Ovviamente i fotografi facevano a botte per accaparrarsi i posti migliori (piano sottoterra) e, il mattino dopo, le foto di quella che era diventata in poche ore “Gorgeous Gussie”, la bella Gussie, fecero il giro del mondo. Perse quella partita, anche perché non riusciva a sopportare tutti quegli sguardi e le battute feroci. Come giustamente disse: “Non avrei causato più scandalo se mi fossi presentata sul campo completamente nuda!“. Di più, scandalizzò organizzatori, soci e invitati, tra cui la ultra ottantenne regina consorte Mary di Teck, alcune principesse della corte egiziana e tanti, troppi benpensanti. Partirono interpellanze parlamentari e Ted Tinling fu bannato dal sacro suolo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club per 23 anni con l’esplicita accusa rivoltagli da un socio: “Tu hai portato il peccato e la volgarità nel mondo del tennis”. Per fortuna all’epoca, vista anche l’aperta omosessualità di Ted, non c’erano più i roghi per gli adoratori del demonio…
Insomma, se Bunny Austin portò i pantaloncini corti, Suzanne Lenglen le maniche corte e gonne più comode, Fred Perry e René Lacoste le t-shirts, Gussie Moran fu l’involontaria bandiera delle minigonne. E lo fu nell’ancora puritano 1949. Ma non fu mai bandiera del femminismo o dell’emancipazione come potremmo intenderla al giorno d’oggi, lo furono molto di più Billie Jean King e Martina Navratilova qualche decennio più tardi. Lei, per esempio, non avrebbe mai osato una Battle of the Sexes. Si trovò molto probabilmente coinvolta in un gioco più grande di lei. La vediamo come una precorritrice della Kurnikova o delle sorelle Williams, o di Maria Sharapova. Una donna che ci teneva ad essere glamour, nulla di più. Sarebbe stata perfetta al giorno d’oggi. Invece, visto il clamore che suscitò, rimpianse spesso quel giorno sui courts più famosi del mondo e, difatti, l’anno successivo si presentò ai Doherty Gates molto più castigata nei costumi e negli atteggiamenti. Nel 2002 disse: “Ma in fondo che c’è di male nel trovarsi bene con il proprio corpo e i propri vestiti? Io non mi trovavo proprio a mio agio, forse ora sarebbe diverso”.
Ritornando a Ted Tinling, è necessario aggiungere la sua visione lucida del fatto, ancora più esatta se rivista con le lenti di noi spettatori dell’anno 2013: “Ho portato il peccato nel mondo del tennis perché il tennis non poteva più autofinanziarsi come semplice sport. Doveva mutarsi in spettacolo”. E infatti la parabola della bella Gussie si evolse proprio in quella direzione. Pochi mesi dopo si aggregò al circo del tennis professionistico (guarda caso proprio con Bobby Riggs), dove richiamava gli spettatori più per la sua immagine e i pettegolezzi che per il suo tennis (peraltro fu una dignitosissima mancina). Anche lì le cose non andarono bene, e si trovò a dibattersi sempre tra matrimoni falliti, cattivi investimenti finanziari, periodi buoni (qualche comparsata in qualche film, qualche pubblicità), e altri decisamente meno, come giornalista sportiva mai completamente affermata, e soprattutto i postumi di un terribile incidente aereo. Nel 1970 partecipò a un tour di sostegno alle forze militari impegnate in Vietnam, lei che aveva perso un fratello durante la seconda guerra mondiale ed era sempre pronta ad aiutare la sua patria. L’elicottero su cui viaggiava venne abbattuto e lei seriamente ferita: il recupero fu molto lungo. Gli ultimi anni della sua vita non furono, poi, all’insegna della ricchezza, ma i suoi amici la ricordano sempre molto orgogliosa senza essere per questo eccessivamente rigida.
E anche a noi ci appare così. Sarà forse ricordata dai più solo per quell’avventata minigonna, ma ci sembra più grande nell’aver trattato il Trionfo e la Disfatta alla stessa stregua, come recita la scritta che campeggia negli spogliatoi di Wimbledon.

Pubblicato su Ubitennis e Vavel il 19 gennaio 2013

mercoledì 16 gennaio 2013

Australian Open, Day 3: Maledizione Stosur

Nel terzo giorno dello Slam d’Australia iniziano le sorprese del tabellone femminile. Cade subito Samantha Stosur, eroina di casa, assieme ad altre teste di serie. Intanto la squadra italiana continua a perdere rappresentanti anche in doppio, mentre Errani e Vinci, numero 1 della speciale classifica, avanzano in due set.







È sempre vero il detto: Nemo propheta in patria. È ancor più vero per Samantha Stosur, numero 9 delle classifiche. Esce anche quest’anno prestissimo dal torneo di casa perdendo malamente al secondo turno dalla numero 40 del mondo, la cinese Je Zheng per 6-4, 1-6, 7-5. Incredibile come una ex campionessa di Slam (US Open 2011) non riesca a spingersi al quarto turno australe se non in due edizioni, nel 2006 e nel 2010. E le caratteristiche tecniche ci sarebbero tutte per andare per lo meno in semifinale, nonostante il cemento australiano non sia velocissimo. Ma le pressioni che subisce in patria sono evidentemente troppe, anche per le sue spalle, che pure sono possenti.
Nessun problema invece per le numero 2, 4 e 5 del tabellone: Maria Sharapova continua a inanellare doppi bagel vincendo anche nel secondo turno per 6-0 6-0, Agniezka Radwanska ha rapidamente ragione della romena Begu con un doppio 6-3 e la tedesca Angelique Kerber regola la Hradecka per 6-3 6-1. Anche la cinese Na Li, numero 6 del seeding, avanza abbastanza agevolmente in due set, mentre Romina Oprandi, ex italiana che ora gioca battendo bandiera svizzera, perde da Julia Goerges, n. 18 del mondo e interessante esponente della nuova generazione tedesca. Qualche grattacapo in più per Jelena Jankovic, per la Cibulkova e per la francese Bartoli. Anche Ana Ivanovic fatica, andando al terzo con la cinese Chan e pasticciando come le è solito con servizio e mentalità. Venus Williams invece approfitta della poca consistenza della francese Cornet, al prossimo turno avrà invece la Sharapova, e forse questa Venus non basterà.
Ci sono invece state altre sorprese nel tabellone femminile: cade Tamira Paszek, austriaca numero 30 delle classifiche e la Zakopalova (23), che si arrende alla belga Flipkens guadagnando un solo game.
Continua intanto l’emorragia di forze italiane nella terra dei canguri: la Schiavone perde anche in doppio, dal team australiano Barty / Dallacqua. Per fortuna vincono Errani e Vinci, teste di serie numero 1 della specialità, che superano le svedesi Arvidsson e Larsson senza tentennamenti.

Pubblicato su Vavel.com il 16 gennaio 2013

domenica 13 gennaio 2013

Australian Open: sguardo al tabellone femminile


Al via il primo, importantissimo, torneo stagionale: gli Australian Open. Diamo uno sguardo a quello che ci riserveranno le prossime due incandescenti settimane. Serena Williams, Azarenka o Sharapova per il titolo del torneo e per il numero uno? E la squadra italiana avrà qualche chance di arrivare almeno agli ottavi?


..dò a Vika il 49% di possibilità..

Dopo diverse settimane di assenza ritorna il tennis di vertice, partendo come ogni anno con il botto: gli Australian Open, primo torneo Slam della stagione e primo torneo in cui tutti i big e le campionesse saranno iscritte. Nella terra dei canguri il clima è bollente, non solo per le temperature record che saranno una delle incognite delle prossime giornate, ma anche perché i pronostici, soprattutto tra le donne, sono ardui da divinare.
Se in campo maschile Djokovic e Murray sembrano giocarsi il trono, in quello femminile ci sono molte variabili da considerare. In primis la tipica propensione del tennis in gonellina ad essere imprevedibile: vedremo sicuramente molte teste di serie abbandonare mestamente il tabellone nei primi turni, come accadde alla Stosur, che gioca in casa, l’anno scorso battuta dalla Cirstea al primo turno.
Vediamo comunque le papabili in ordine di preferenze dei bookmakers: Serena Williams è quella che ha dimostrato di poter fare, sempre, il bello e il cattivo tempo, e nei mesi scorsi è sembrata decisamente determinata ad essere sempre il più cannibale possibile. Poi c’è Vika Azarenka, la bielorussa attuale numero 1 al mondo (ma per quanto ancora?) è la giocatrice che più di ogni altra è migliorata e ha possibilità di migliorare. Infine c’è Maria Sharapova, che in pochi vedono favorita, ma è comunque numero 3 al mondo e ha già in bacheca l’edizione del 2008 e la finale dell’anno scorso persa dall’Azarenka. Chi tra queste tre andrà più avanti sarà anche in predicato di installarsi sul trono della classifica singolare alla fine del mese, ma mentre le due ex sovietiche difendono i punti di una finale, nel 2012 Serena Williams arrivò solo al quarto turno, prima di esplodere da Wimbledon in poi.
Outsiders potrebbero essere la Stosur (ma ha già dimostrato la sua fragilità) e la Radwanska (non sorretta da un fisico abbastanza potente per il massacrante torneo australe).
Analizzando il tabellone, proprio Azarenka e Williams dovrebbero scontrarsi in semifinale, e la bielorussa ha nel suo quarto anche le italiane Errani e Vinci. Solo una Kvitova rinata potrebbe dare del filo da torcere all’afroamericana fino ai quarti. Stosur, Ivanovic e la Radwanska presidiano il terzo quarto del tabellone, mentre Kerber, Bartoli e Venus Williams dovranno contendere alla Sharapova l’accesso alla semifinale.

LE ITALIANE
La pattuglia italiana è partita con otto effettivi. Assenza pesante, ovviamente, quella di Flavia Pennetta ancora alle prese con i postumi dell’infortunio che le hanno condizionato pesantemente il 2012. La ventenne Nastassja Burnett si è fermata nelle quali (perdendo da Rodionova), così come la trentenne Maria Elena Camerin e Corinna Dentoni (battuta nel derby italico da Karin Knapp).
Nel tabellone principale troviamo dunque Sara Errani, Roberta Vinci, Francesca Schiavone, Karin Knapp e la giovane speranza Camila Giorgi. La nostra numero 1 se la vedrà al primo turno contro la spagnola Carla Suarez Navarro, dove arriverà sul cemento australiano? Altra spagnola per Robertina Vinci che al terzo turno potrebbe però addirittura incontrare l’Azarenka; la tarantina può comunque dar sfoggio del suo serve and volley per fare bella figura. Proibitivo primo match per la leonessa Schiavone, opposta alla Kvitova nella strada per cercare di ritornare a ruggire come ci ha abituato. Attendiamo invece Karin Knapp almeno al secondo turno contro la Jankovic, alla sua portata il primo turno contro la portoghese Koehler. Infine la ventunenne promessa Camila Giorgi, n. 74 del ranking: attesa e curiosità italiane per vedere di che pasta è fatta in terra australiana. Un grosso in bocca al lupo a tutte loro!

Pubblicato su Vavel.com il 13 gennaio 2013


sabato 5 gennaio 2013

ATP Doha: Davydenko ritorna a grandi livelli, ma trionfa Gasquet

Il 31enne Nikolay Davydenko lotta in finale a Doha, Qatar ma deve arrendersi a un ottimo Richard Gasquet per 3-6 7-6 6-3 che conquista meritatamente un torneo: per lui è la vittoria più prestigiosa.




Il transalpino Richard Gasquet conquista il ricco torneo di Doha su Nikolay Davydenko con il punteggio di 3-6 7-6 6-3 in oltre due ore e mezza. Bella partita tra i due contendenti, con scambi di altissimo livello, ma è troppo fresco il francese per non chiudere al terzo set su un Davydenko generoso e molto propositivo.
Era da un bel po’ di tempo che non si rivedeva Nikolay Davydenko così avanti in un torneo ATP. E l’ex numero 3 del mondo ne approfitta giocando una settimana quasi perfetta e dimostrando di poter ancora competere in tornei sulla distanza dei due set su tre. Manca al circuito il suo gioco particolarissimo, soprattutto i lungolinea millimetrici, le poche rotazioni che imprime alla palla e il suo saper disegnare il campo come con il goniometro. Dall’altra parte della rete c’è però Richard Gasquet, l’ex enfant prodige del tennis non solo francese che sembra rivitalizzato dalla cura Piatti, se non nei risultati almeno nel gioco. Molto più propositivo e brillante, forse anche più convinto mentalmente. Notevole, infine, la settimana del francese, sempre mirabile il rovescio monomane che meriterebbe un posto tra le meraviglie del tennis di tutti i tempi.

IL MATCH
Le statistiche del primo set fotografano bene l’andamento del parziale. Nikolay può contare su uno stato fisico di forma davvero smagliante, l’unica possibilità per lui per far fruttare il suo gioco fatto di palle piatte, lunghi scambi e anticipi mirabili. Un solo break consente al russo di portare a casa il set aggiudicandosi il 55% dei punti giocati. Si gioca infatti su pochi punti e non si può dire che il francese, autore di un’ottima settimana anche lui, demeriti. 6-3 il primo parziale e un Gasquet che può recriminare per due palle break non sfruttate.
Il secondo set è molto più combattuto e avvincente. Break del russo sul 2-2 e occasioni gettate al vento da parte del 31enne Nikolay per portarsi addirittura sul 5-2. Gasquet tiene, il suo rovescio da Oscar questa settimana funziona a meraviglia tanto da fargli recuperare lo svantaggio e regalargli la parità del 4-4. A questo punto Davydenko sembra un po’ più stanco e sembra ripensare alle occasioni perse per chiudere un torneo che per lui sembra quasi un canto del cigno a così alti livelli. Forse inizia a pesare l’insieme della settimana, in particolare lo scoglio sulla carta più difficile, David Ferrer battuto ieri in semifinale. A beneficio dello spettacolo, il secondo set ha bisogno di un tie break. Gasquet inizia bene, solido al servizio e determinato con il diritto; infatti il russo concede qualcosa, un minibreak in apertura, seppur recuperato subito con uno splendido rovescio lungolinea con i piedi in campo. Pecca di continuità Davydenko, e inizia a sbagliare troppe palle non impossibili regalando il tie break per 7-4 e quindi il set al francese: tutto da rifare. 
Il terzo e decisivo parziale vede il francese favorito, un po’ perché l’inerzia del match è dalla sua parte, e un po’ perché il russo inevitabilmente soffre la fatica di una finale al terzo set a cui non è più abituato: senza lucidità fisica, Davydenko ha meno possibilità di far brillare il suo tennis assai dispendioso. A conferma della fatica e degli sforzi a cui abbiamo accennato, il russo è costretto a chiedere l’intervento del massaggiatore sul 40 pari del primo gioco. Si piega a metà campo per un dolore alla gamba sinistra, un indurimento o uno stiramento al muscolo e rientra negli spogliatoi per circa 10 minuti. Rientra però per chiudere il game, seppur con difficoltà. Paradossalmente sembra Gasquet quello ad aver preso un contraccolpo psicologico maggiore dallo stop, tanto da litigare anche con Occhio di falco. Il calo di Davydenko è però netto, cede il servizio al quinto game e quindi il francese si porta sul 3-2 con ottime possibilità di fare corsa di testa. Il russo ha ormai finito la benzina, ed è agevole per il transalpino alzare le braccia al cielo trionfando per 3-6 7-6 6-3, con uno scambio di break negli ultimi due games.

Pubblicato su Vavel il 05 gennaio 2013

venerdì 4 gennaio 2013

Mi ritorni in mente: Lo spareggio infinito del 1925

..un'immagine della terza partita di finale..


Domenica 6 gennaio 2013 Genoa e Bologna si affronteranno per uno spareggio di bassa classifica. Eppure un tempo, quasi novant’anni fa, furono protagoniste ai vertici delle classifiche di una storia paradossale che, come spesso succede in Italia, vede il calcio specchio della società e dei tempi.
Nel 1925 lo scudetto si assegnava alla vincente di un confronto tra due Leghe, quella Nord e quella Sud. Ogni Lega era divisa in gironi; al Nord, per decidere chi doveva affrontare la regina del Sud (e quasi matematicamente vincere il campionato), dovevano affrontarsi Genoa e Bologna per una rivincita dell’anno precedente in cui i grifoni prevalsero. Le finali prevedevano andata e ritorno, più eventuali spareggi. Il campionato 1924-1925 passerà alla storia proprio per gli spareggi, conditi da un insieme di ingredienti che nella storia italica di questo sport ritorneranno più e più volte. 
L’andata e il ritorno del mese di maggio finirono con lo stesso punteggio: 2-1 per le rispettive squadre ospiti. Già allora, per chi coltivasse qualche dubbio in proposito, il calcio era seguitissimo, e le squadre cittadine erano altrettanti vessilli da seguire in casa e in trasferta, è comprensibile allora come nel primo spareggio, giocato il 7 giugno a Milano, l’impianto sportivo fosse così pieno che gli spettatori si accalcarono a bordo campo, a ridosso delle linee laterali. I genoani andarono in vantaggio per 2-0, molteplici furono le invasioni di campo, e nei minuti finali l’arbitro accerchiato anche da camicie nere bolognesi, fu costretto a convalidare due gol felsinei che le cronache riferiscono come molto irregolari. Alle proteste genoane l’arbitro rispose all’italiana: “Non preoccupatevi, poi quando scriverò il rapporto si ristabilirà il vero vincitore”. I grifoni, rassicurati, non rientrarono nemmeno in campo per i supplementari. E così, la federazione, il cui vicepresidente era il gerarca fascista Arpinati, sfegatato bolognese, si vide arrivare due reclami, quello del Genoa sulla legittimità del risultato del campo, quello del Bologna che non poté disputare i supplementari. La decisione salomonica non poteva essere altro che un nuovo spareggio: stavolta a Torino, il 5 luglio, stadio militarizzato e partita che termina 1-1. Alla stazione di Porta Nuova succede però un evento tragico, preceduto da uno comico. I due treni carichi di tifosi erano predisposti su due binari paralleli, divisi da un treno merci che li ostacolasse e li nascondesse alla vista. A un certo punto, come in un film comico degli anni ’30, il treno merci si muove, e le due tifoserie si ritrovano a fronteggiarsi. È questione di un attimo, vengono alle mani, ci sono anche dei feriti da colpi di pistola.  
Scoppia il finimondo in tutte le sedi, come tuttora accade: in sede politica, in sede federale e anche nell’opinione pubblica. Vengono cambiati i vertici dirigenziali, e indetto ovviamente un nuovo spareggio dopo lunghe battaglie legali e polemiche. L’assurdità, che reputiamo ancora una volta ricorrente alle nostre latitudini, è che la quinta e finalmente decisiva partita si disputò a porte chiuse, alle 7 del mattino del 9 agosto, a Milano, in una sede tenuta segreta sino all’ultimo. Per la cronaca, vinse il Bologna 2-0, lasciapassare per la formalità della finalissima contro l’Alba giocata nello stesso mese d’agosto.
Se fosse una favola a lieto fine potremmo concludere in questo modo: e fu così che il Bologna conquistò il suo primo scudetto in una stupenda giornata di sport e lealtà. Come abbiamo invece visto, molti aspetti si rivelano abbastanza inquietanti anche a distanza di anni: come il pensare che già all’epoca il calcio fosse preda ambita di ambizioni politiche, guerriglie tra tifosi, intervento massiccio delle forze dell’ordine, partite interrotte o giocate a porte chiuse per i disordini degli spettatori (ricorre facile il pensiero alla partita interrotta ieri a Busto Arsizio). 
L’ultimo pensiero va a chi assisterà alla partita di domenica: quanti si ricorderanno di quell’eterno confronto di 88 anni fa? Se qualcuno se ne ricorderà, ne farà tesoro o pretesto per accendere ulteriore rivalità?


martedì 6 novembre 2012

Football Clan: La rete della camorra

Seconda parte in cui ripercorriamo sulle orme del libro Football clan di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo come il pallone sia finito nella rete della camorra. Come sono stati coinvolti Maradona, Balotelli, Cannavaro, Chinaglia e Lavezzi in un gioco più grande di loro? Come fa la camorra a insinuarsi e a prendere controllo di intere società di calcio?




Continua il nostro viaggio alla scoperta del libro Football clan del magistrato Raffaele Cantone e del giornalista Gianluca Di Feo. Nella prima parte che trovate qui, abbiamo introdotto la pubblicazione, ora iniziamo ad entrare nel cuore del libro e nella sezione dedicata alla rete della camorra. Per motivi di spazio ci limiteremo a raccontare a grandi linee solo il rapporto camorra e calcio, ma il libro descrive più dettagliatamente i nodi che coinvolgono anche altri ambiti. Dalla canzone alla politica, dalle imprese di costruzione allo spaccio di droga.
Quando è iniziato tutto? Quando il calcio è diventato qualcosa di più di uno sport per malfattori di diversa fatta? Gli autori individuano un preciso momento storico nel mondiale argentino del 1978. Forse per la prima volta la televisione, ormai a colori, diventa il veicolo privilegiato del calcio. Ma non solo, anche veicolo di propaganda a livello planetario. È l’Argentina della giunta militare che forzò l’evento sportivo per ridurlo a uno spot di potere politico e dittatoriale. Nel frattempo, in Campania, Raffaele Cutolo (il don Raffaè di De André) guida la camorra nella modernità della criminalità organizzata. Come Totò Riina a Corleone, i Cutolo mettono fine alla camorra di carattere e ne fanno un’organizzazione mondiale implicata come una piovra in mille meandri di attività con un solo scopo: il potere. Non contano quasi più i soldi, conta il controllo: del territorio e della gente. E qual è uno dei passatempi più vicini alla gente se non il calcio? Tempi addietro farsi vedere alle processioni del paese, essere omaggiati dalla statua paesana era la patente di celebrità massima; ora che i tempi son cambiati e che il pallone è la religione più diffusa, i boss se ne fanno vanto e lo usano come strumento per entrare in tutti gli strati sociali.
Ecco allora come si spiega la visita del presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, in compagnia di Juary, campione brasiliano finito in Irpinia in quella stagione tanto magica quanto dubbia, a Raffaele Cutolo, allora rinchiuso in un’aula di tribunale a Napoli e in attesa di processo. È il primo, plateale, sfacciato riconoscimento a un boss in cui viene sfoggiato un calciatore famoso. C’è chi si indigna: Luigi Necco, telecronista RAI, denuncia questa collusione alla Domenica Sportiva. La domenica successiva tre sicari lo gambizzano, una punizione tipica del clan dei cutoliani: è un avvertimento per lui, e per tutti. Era il 1980.
Lo stesso anno del primo scandalo del Totonero, le scommesse illecite e le partite truccate. Grande fu lo shock mediatico in tutta Italia, coinvolte tra le altre Milan e Lazio, e giocatori già idoli come Paolo Rossi Bruno Giordano. Un terremoto che avrebbe potuto dare al sistema calcio italiano gli anticorpi che in futuro (si legga: oggi) sarebbero stati determinanti. E invece, complice il Mundial 1982 e l’amnistia che coinvolse un po’ tutti, complice la giustizia ordinaria impreparata e quella sportiva inadeguata, quegli anticorpi non si svilupperanno mai, e ora ne paghiamo le conseguenze.
Da quella stagione, ancora in parte oscura, arriviamo a Maradona. Restiamo però in Campania, a Napoli, dove ai Cutolo si sostituiscono dopo sanguinose lotte, faide e controfaide, i Giuliano. Maradona è stato ed è molte cose. Per Napoli era (è) un dio. Ci fu la lotta tra i clan per chi potesse avere la possibilità di fregiarsi della sua amicizia: uno spot che tra i bassifondi di Spaccanapoli equivaleva a una bandiera perennemente sventolante. Naturale dunque che la polizia ritrovi un intero album (per alcuni sono fotomontaggi) che ritraggono El pibe de oro assieme ai Giuliano nella vasca da bagno a forma di conchiglia.
Ma è il 1986, il Napoli è alla caccia dello scudetto: impossibile divulgarle per motivi di ordine pubblico. Sarà un’altra occasione persa per la produzione di anticorpi al virus delle infiltrazioni camorristiche.
E proprio le foto sembrano anche ai nostri giorni un vero e proprio status symbol per i camorristi, ma non solo. Si pensi al giovane tatuatore napoletano che sulla sua pagina facebook mise una foto dell'ignaro Pocho Lavezzi: uno spot gratuito che più efficace non si può. Peccato che i colleghi non la prendano benissimo: quel tatuatore finirà ammazzato per mano della camorra. Anche così ci si contende l’immagine dei calciatori, non solo attraverso le campagne pubblicitarie delle multinazionali. Altri esempi? Le foto di Hamsik, ma anche la presenza di Balotelli a Scampia. Che ci fa uno come SuperMario nel bel mezzo del territorio camorristico che ogni giorno è teatro di aspre lotte tra cosche rivali e i tentativi delle forze dell’ordine di portare un po’ di legalità? Gli interrogatori del talento italiano più cristallino sono ancora secretati, l’entourage del giocatore fa sapere che Mario, letto il libro Gomorra, volle andare a vedere di persona il quartiere simbolo della camorra di oggi. Altre versioni sostengono che l’onore della visita del campione fu divisa tra gli Scissionisti Antonio Lo Russo, un membro di una delle famiglie più potenti e super tifoso di calcio, tanto da seguire le partite del Napoli da bordo campo, come vediamo nella foto qua a latoSpesso i calciatori sono vittime più o meno inconsapevoli, lo stesso Balotelli ammette di essere stato “ingenuo”. Ma come fanno questi malavitosi ad arrivare a uno come SuperMario?
Già, la questione è proprio questa: come ci si infiltra tra le maglie di una società che ha mille occhi e che è attenta alle persone con cui ti incontri? C’è bisogno di intermediari. Persone che stanno di qua e di là della frontiera. Imprenditori iperattivi, senza grossi scrupoli, faccendieri introdotti nelle camere segrete dove si decidono il destino di grossi capitali frutto di azioni malavitose. Ad esempio come lo sono i milioni, miliardi di euro che devono essere riciclati. E qual è una delle attività principali con cui si possono riciclare ingenti somme di denaro sporco? Storicamente lo sono ristoranti e pizzerie. È notizia recente che in Germania, a detta dello stato tedesco, sono aumentate le aperture di pizzerie e ristoranti, grazie a soldi riciclati, in maniera esponenziale. Ovviamente anche da noi questo è un sistema molto usato e anche qui ci entra il pallone: come? Si prende, ad esempio, un giocatore famoso, lo si fa entrare come socio con quote di favore e lo si usa come prestigioso testimonial. È quello che è successo a Fabio Cannavaro, che si è visto convocato dagli inquirenti per avere spiegazioni sul suo rapporto con Marco Iorio, imprenditore e ristoratore di successo grazie anche al nome di Cannavaro. È un’inchiesta ancora in corso, e non tutti i legami sono stati chiariti. Certo è che tutti si professano innocenti, al massimo si autoaccusano di “ingenuità”.
Però non c’è solo il calcio della serie A. Ci sono i campi di periferia: lontani dalle città, i paesi si uniscono non più nella piazza o attorno al campanile, ma nel campo sportivo. Dalle Alpi alla Sicilia, c’è un intero movimento animato dalla passione sportiva, dalle antiche rivalità campanilistiche, che ogni domenica si riversa nel calcio dei dilettanti o dei semi-pro. Che ghiotta occasione per la camorra! Portare in alto la squadra del paese, acquisire celebrità, prestigio agli occhi del territorio, addirittura usare la squadra per competere nella supremazia all’interno della cosca. È quello che è successo a Mondragone nei primissimi anni ‘90. Il presidente Pagliuca arriva ai vertici della squadra e la usa come spot domenicale, quasi a voler insidiare il potere del boss Augusto La Torre che nel frattempo si trova in prigione. Pagliuca verrà ammazzato mentre al bar del paese sedeva con moglie e figli. Il Mondragone decadrà con lui. Come successe all’Albanova, allora in C2, arrivata a un passo dalla C1. Poi in due anni, decade il boss, decadono le squadre. Ecco l’effetto delle mafie sul calcio paesano, quello che si vorrebbe, almeno lui, più puro del calcio professionistico di ultima generazione.
E poi c’è un altro movimento: quello che dal basso, dai boss della periferia, cerca di raggiungere le vette. È uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni. Giorgio Chinaglia, recentemente scomparso, usato (non si saprà mai quanto involontariamente) per arrivare a mettere le mani sulla presidenza della Lazio. Pressioni da ogni lato sull’attuale presidente Lotito. Non solo a livello dirigenziale, con una vera e propria macchina da guerra messa in piedi da Giuseppe Diana con avvocati, commercialisti, faccendieri vari a sostenere nell’ombra lui, Long John, un vessillo per i tifosi laziali, ma anche gli stessi supporter che fecero la loro parte nell’esercitare influenze varie su Lotito. Come tutti sappiamo l’inchiesta anticamorra dei pm di Napoli ha spezzato il sogno di Re Giorgio, morto quest’anno da latitante negli StatesDiana, il camorrista che tentava la scalata, ha preferito sparire, di certo portandosi con sé diversi milioni di euro.
Ma che cosa cerca la camorra in una delle squadre più in vista di serie A? Quello che cercava nelle tribune di periferia: contatti. Accomunati da una fede calcistica, nelle tribune non si fa solo il tifo, si stringono alleanze, si definiscono simpatie e antipatie, insomma, si tirano le fila che muovono pupi e marionette, in un ballo macabro che alla fine costa molto ai veri tifosi. I veri tifosi che vanno allo stadio ormai con il dubbio di vedere una partita onesta, ma anche con la paura di essere circondati dagli ultras. Gli hooligans nostrani non hanno nulla da invidiare a quelli di altre nazioni, anzi, secondo la polizia, la camorra, la criminalità organizzata in generale, è ben presente in diversi settori delle curve. È un rapporto ambivalente: le curve forniscono gente disposta se non a tutto, a molto; alcuni gruppi delle curve ricevono protezione, soldi e contatti privilegiati con giocatori e dirigenti. Ma di questo continueremo a parlare la prossima settimana addentrandoci nel campionato delle mafie...


Gli estremi del libro:
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012.
Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008
 
Pubblicato su Vavel e Italiagermania4-3.com il 06 novembre 2012

sabato 3 novembre 2012

ATP Paris Bercy: Jerzy Janowicz dalle quali alla finale


Prima semifinale del torneo Masters di Parigi Bercy vinta da Janowicz per 6-4 7-5 sul francese Simon. Il polacco affronterà ora il vincente della seconda semifinale tra lo spagnolo David Ferrer e il francese Michael Llodra. Pioggia di dropshots, di aces e alla fine di lacrime per il protagonista della favola del torneo parigino.




Come spesso accade, il torneo di Parigi Bercy, troppo vicino alle Finali dei Masters che iniziano lunedì a Londra, lascia spazio a tante sorprese. Non saranno contenti gli organizzatori che hanno perso i primi quattro del mondo, ma per gli appassionati è l’occasione di vedere giovani emergenti come il polacco ventunenne Jerzy Janowicz. Partito dalle qualificazioni e dalla posizione 69 delle classifiche mondiali, ha battuto grandi nomi del tennis contemporaneo come Murray, Tipsarevic, ma anche Kohlschreiber, Tursunov e Cilic. Insomma, arrivati a questo punto ci si aspetta ormai il coronamento di una favola. Opposto al francese Simon non aveva molto da perdere, anzi tutto da guadagnare. E così è stato!
Il primo set parte senza troppi sussulti, si segue il ritmo dei servizi con Janowicz puntare sulla potenza di servizio e dritto (e qualche drop, come ci ha abituato) e Simon, che non eccelle in nessun colpo, ma sopperisce con la sagacia tattica alla carenza di armi di sfondamento, a manovrare il gioco nei punti meno forti del polacco (segnatamente il rovescio). Al quinto game Janowicz conquista il break aggredendo il francese, sparando traccianti di diritto anche da dietro la linea di fondo e tenendo bene lo scambio. Velocemente si arriva al game di servizio con cui può chiudere il parziale e lo tiene mantenendo freddezza e concentrazione da giocatore navigato. 6-4, 6 aces, 88% di prime in campo che gli rendono più l’86% punti e ben 20 vincenti sono il bottino di un ottimo primo set per il polacco che ha anche approfittato di un Simon poco propositivo.
Il secondo parziale parte sulla falsariga del primo, ma il polacco sembra un po’ troppo frettoloso nel cercare di chiudere gli scambi, mentre Simon cerca nuove soluzioni e si fa ingannare di meno dai drop biancorossi. È comunque il servizio di Janowicz a farla da padrone: questo colpo non cala e quindi ci si trascina al 5 a 5. È il fatidico undicesimo game a condannare Simon. Male Gilles che continua a non osare, bene Jerzy che sale di livello proprio in questo turno di risposta e se l’aggiudica con autorità. È una formalità poi chiudere game, set and match al servizio con lo score di 7 a 5 con un drop shot e lacrime di gioia.
Dopo questa bella vittoria per 6-4 7-5, Janowicz aspetta per la finale di domani alle ore 15 il vincente dell’altra semifinale in programma alle ore 17 che vede di fronte l’altro francese ancora in gara Michael Llodra e lo spagnolo David Ferrer: un confronto di stili per fini intenditori di tennis.

Articolo pubblicato su Vavel il 3 novembre 2012

martedì 30 ottobre 2012

Football Clan: Introduzione alle mafie nel calcio - Prima Parte

In cinque puntate a cadenza settimanale vogliamo raccontarvi un libro appena uscito, Football Clan, e ragionare con voi dello sport più bello del mondo e di quali rischi corra in Italia. E parleremo anche di Maradona e di un calcio trasformato a partire dal Mondiale argentino dei Colonnelli, di Balotelli e delle foto compromettenti di molti giocatori di oggi.

 
 
 
 
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012. Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008

lunedì 29 ottobre 2012

Margaret duPont, campionessa di un altro tennis

Riconsideriamo la storia di una tennista che molto ha influenzato il tennis femminile. Margaret Osborne duPont ci ha lasciato il 24 ottobre a 94 anni, regalandoci un’esistenza dedicata al tennis e ai valori più nobili dello sport.

 

..in bello stile..
 
 
Mentre a Istanbul le migliori tenniste del 2012 si affrontavano per il Masters di fine anno, si è spenta il 24 ottobre, a 94 anni, una delle leggende del tennis americano e mondiale: Margaret Evelyn Osborne, maritata duPont.
La sua scomparsa ha avuto una discreta eco sugli organi di stampa specializzata, in primis in America, ma anche da noi diverse firme e diversi giornali hanno commentato questa notizia; segno non solo della sua influenza come tennista, ma anche di quanto si sia distinta in classe ed eleganza, oltre che in amore per questo sport, nell’arco di una lunga vita. Non a caso Billie Jean King la indicò come uno dei suoi modelli, she-roes, dice lei: “È stata una delle mie eroine e ha avuto una grande influenza su di me sia dentro che fuori dal campo. Spero che i ragazzi e le ragazze che vogliano iniziare una carriera tennistica leggano di lei, perché la sua vita non è stata dedicata soltanto a vincere partite, ma anche ad aiutare e consigliare gli altri”.
Al di là dei numeri impressionanti che l’hanno fatta entrare nell’International Tennis Hall of Fame già nel 1967, alla fine rimangono di queste personalità la dedizione allo sport e la fitta rete di relazioni amicali e affettuose instaurate nel corso di una intera vita e che danno ai risultati sportivi una veste ancor più mitica.
Ricordiamo brevemente i suoi record: in singolare iniziò a vincere tornei dello Slam nel 1946, nel 1947 fu classificata n. 1 al mondo e nel 1949 visse il suo exploit vincendo Roland Garros, US Championships e finendo finalista a Wimbledon. Ricordiamo che non partecipò mai allo Slam australiano, ecco perciò come i suoi 6 titoli siano significativi di una classe cristallina, in un’epoca difficile, nel dopoguerra in cui alcuni passavano tra i professionisti, ma per altri, come la duPont, il tennis rimaneva un divertente passatempo, una forma d’arte slegata da altri fattori. Infatti diceva: “Per me è sempre stato solo tennis, tennis, tennis. Non so perché, ma lo amavo e l’ho sempre amato”.
Ancora più notevole la sua carriera di doppista: principalmente con la prediletta compagna Louise Brough Clapp (ancora vivente alla bell’età di 89 anni). Iniziò a vincere Slam nel 1941, per chiudere il ciclo vincente, ma non le competizioni, nel 1957 a 21 titoli, 13 US Championships di cui 10 consecutivi (1941-1950). Se sommiamo anche i titoli in doppio misto (accompagnandosi anche a Neale Fraser) raggiungiamo la strabiliante cifra di 37 tornei dello Slam che le consentono di porre la firma come quarta di questa speciale classifica dietro solo a campionesse come Margaret Smith Court, Martina Navratilova e Billie Jean King.
Nel 1947 sposò William duPont Jr. da cui ebbe un figlio nel 1952. Va da sé che continuò a vincere anche dopo la maternità, ed è una delle poche donne ad avere questa particolarità. A questo matrimonio si lega il motivo per cui non andò mai in Australia: semplicemente il marito non glielo lasciò fare, la minacciò di divorzio. Un peccato per il suo ruolino di campionessa, anche considerando che poi si separarono comunque… Alla fine scelse di vivere con un vero sportivo, Margaret Varner Bloss.
Anche da questo denotiamo parte del suo carattere. Tutti la ricordano come d’animo gentile, addirittura accondiscendente, leale in campo e fuori, non ossessionata dalla vittoria. E così forse si spiegano anche le tre finali perse contro l’amica compagna di doppio, la quale forse aveva un po’ più di fame sportiva della nostra Margaret. Le parole di Tony Trabert dicono molto a questo proposito: “Ho visto molte volte giocare Margaret ed era una fuoriclasse, soprattutto in doppio, come si può notare dai suoi record. L’ho sempre trovata una persona genuina, simpatica e di grande sportività. È stata un’incredibile ambasciatrice per il nostro sport”. Gianni Clerici è dello stesso avviso e ci aiuta a inquadrare la sua parabola tennistica in quel particolarissimo periodo di trasformazione del mondo della racchetta. Anche per le donne il gioco si evolveva; e di conseguenza si evolvevano le giocatrici.
Quella generazione americana, discendente diretta da Alice Marble, è stata il tramite che avrebbe portato a Billie Jean King, alla Navratilova, per poi passare dalla Graf e giungere alle beniamine d’oggi. Quella generazione americana fu abbondante di talento, non solo le due summenzionate, ma anche Pauline Betz, Doris Hart, Shirley Fry e Althea Gibson. Erano moderne e antiche allo stesso tempo, eleganti eppure vere combattenti in campo.
Si è spenta dunque una delle memorie storiche di questo gioco che però non era legata solo a un mondo antico e sorpassato, ma bensì seguiva con molto interesse anche il tennis d’oggi, con una predilezione per l’Andy Murray di quest’anno. “Però”, diceva, “ora colpisci la palla più forte che puoi e di quando in quando ti avvicini alla rete. Non c’è molta attività cerebrale in questo. E, ovviamente, l’evolversi della tecnologia delle racchette ne ha fatto uno sport completamente diverso”.
Per una abituata ai gesti bianchi, alle volée il più variate possibili, al serve and volley, al rovescio monomane, dev’esser stato come vivere una rivoluzione copernicana.
 
 
Articolo pubblicato su Ubitennis e su Vavel il 27 ottobre 2012
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mercoledì 10 ottobre 2012

L'Atlante del Tennis femminile


Riprendiamo e liberamente traduciamo l’articolo di Peter Bodo su Tennis.com uscito qualche giorno fa, dove l’autore delinea lo stato di salute del tennis, nazione per nazione, sulla base dei giocatori che emergono maggiormente sugli altri. Oggi tocca alle ragazze.


..ah, Agnieszka..


Bodo, infatti, si chiede: ma avere uno o più giocatori o giocatrici tra i top-100, fa davvero da traino a tutto il movimento nazionale? In alcuni casi sì e in altri no, vediamo nel mondo WTA come stanno le cose seguendo nei Paesi che hanno le migliori giocatrici in alto nelle classifiche, magari accompagnate da colleghe altrettanto qualificate. E analizzeremo anche come stanno le cose dopo che magari nel passato abbastanza recente, un giocatore assurse agli onori della cronaca: cos’ha lasciato dietro di sé?

Argentina. L’argentina è un puzzle. Certo come in tutto il Sud America e, in paragone, anche in Spagna. Che ci sia qualche fattore genetico che sta lavorando come inibitore? Quello che sappiamo è che dopo l’uno-due dato al movimento tennistico con Gabriela Sabatini e Guillermo Vilas, se i maschi seguirono l’esempio di Vilas creando un movimento molto forte (è il concetto della marea, per Bodo: quando sale la marea, tutte le barche si alzano), in campo femminile quasi nessuna giocatrice si è lontanamente avvicinata alle orme della Sabatini. La giocatrice argentina meglio classificata ora, è Paula Ormaechea, n. 126 al mondo, e nessun’altra troviamo tra le top-200.

Australia. Qua le cose vanno meglio, ma non così tanto, considerando i continui successi della n. 9 e vincitrice di uno Slam, Sam Stosur. Quella più vicina a lei è infatti Casey Dellacqua, n. 77 e unica top-100.
Le australiane possono consolarsi (poco), considerando come anche in campo maschile, nonostante l’eroica presenza di Hewitt e nonostante la pessima abitudine di Tomic di comportarsi come uno sciagurato, la marea che fece dell’Australia una delle potenze mondiale sia tra gli uomini che tra le donne, ora è decisamente in riflusso.


Bielorussia. La Bielorussia è una delle tante Nazioni che ti fanno chiedere: “Ma è parte della Russia o no?”. La risposta è: “Lo era, ma non lo è più”. E qua le cose iniziano a complicarsi.
Non è passato molto tempo da quando Natasha Zvereva, finalista al Roland Garros e geniale interprete del doppio, giocava per la falce e il martello. E ancora la biografia della WTA la riporta come nata a Minsk, URSS, nonostante quest’ultima sia la capitale della Bielorussia. Recentemente, però, i giocatori russi stanno “scappando” nelle repubbliche contigue, come il Kazakhistan, distorcendo per la sua parte un’indagine come questa. Ad ogni modo, la Bielorussia fa valere la sua forza con Zvereva prima e ora con Victoria Azarenka, accompagnata nella top-100 da Olga Govortsova (n. 54).


Belgio. Il Belgio, invece, sta perdendo ogni forza e grinta combattiva dopo che Justine Henin e Kim Clijsters hanno sconquassato il tennis femminile, che prima di loro aveva solo Sabine Appelmans come rappresentante di un certo livello. Certo, dopo Henin e Clijsters ora ci sono solo Yanina Wickmayer (miglior risultato, n. 12 al mondo, ora è n. 26) e Kirsten Flipkens, ora n. 68. La grandezza e la popolazione di una Nazione contano molto, a volte è uno stimolo, altre volte un fattore inibitore, e infatti non ci sono giocatrici junior sulle orme delle due campionesse, e neppure giocatrici pro nella top-200, a parte le due ragazze summenzionate.

Bulgaria. La Bulgaria diede i natali le tre sorelle Maleeva, pionere del tennis in patria. Magdalena, ex n. 4, Manuela e Katerina. Rimangono una delle più belle storie della storia di questo sport, date le disperate condizioni economiche nelle quali loro riuscirono a sviluppare le loro carriere di giocatrici di punta. L’effetto volano che loro potevano dare al tennis, è stato mangiato dalle difficoltà economiche di questa nazione: al momento si ha solo Tsvetana Pironkova al n. 44.

Canada. Il Canada potrebbe essere a margine di un vero e proprio tennis-boom, dati i successi di Milos Raonic e la forza della squadra juniors. Al n. 43 WTA troviamo inoltre Alexsandra Wozniak, con la talentuosa Rebecca Marino (ora in riposo e in recupero dallo stress stagionale) e la promettente Eugenie Bouchard (n. 2 nei ranking ITF) pronte a farle, o rifarle, compagnia.

Cina. Ora tutti conoscono la storia della Cina, che è riuscita a rovesciare il dilemma Sudamericano (e un po’ anche europeo) su chi puntare, se su un campione maschile o femminile. Loro hanno puntato sulle donne iniziando con la personalità di rottura, la Li Na (ora n. 8) e accompagnata dalle top- 50 Jie Zheng (n. 27) and Peng Shuai (n. 46).

Croazia. Come i colleghi maschi, la Croazia si è costruita una solida tradizione e un ancora più interessante futuro da costruire. C’è l’ex campionessa di Parigi (e assidua frequentatrice di party) Iva Majoli e poi Jelena Dokic e Mirjana Lucic, e ancora Karolina Sprem. Non male, vero? Però l’unica top-100 è la quieta e promettente Petra Martic.

Danimarca. C’è la farà Caroline Wozniacki, ora al n. 11, a dare l’abbrivio a un tennis boom in Danimarca? Considerando che è una delle Nazioni dei Paesi Bassi, la marea dovrebbe aiutare molto, peccato che non si trovi un’altra danese tra le prime 500 al mondo.

Francia. Nonostante siano gli uomini ad accaparrarsi i favori di pubblico, stampa e i montepremi dei tornei, il movimento tennistico delle francesi ha bisogno soltanto di una personalità all’altezza di Amelie Mauresmo. Qua il tennis ha ancora una fortissima e sicura tradizione (soprattutto se paragonata a quella tedesca o spagnola), avendo ben 6 rappresentanti tra le prime 100, guidate dalla n. 10 Marion Bartoli.

Germania. Subito dopo Boris Becker, Michael Stich, Anke Huber e Steffi Graf, gli uomini ancora fanno fatica a riempirne il vuoto. Le ragazze invece stanno per aprire un ciclo potenzialmente devastante per qualità e numeri. Cinque tedesche tra le top-100 con Angelique Kerber al n. 6, Andrea Petkovic alla ricerca di una nuova fase della sua carriera (ora è al n. 62) e le altre tre che probabilmente tra poco vedremo tutte tra le top-20. È la squadra da tenere d’occhio in Fed Cup.

Gran Bretagna. Alcune indicazioni le abbiamo date nell’altro articolo tradotto da Federico Romagnoli. Laura Robson è una grande promessa che potrà dare una spinta decisiva a tutto il movimento, ovviamente spalleggiata da Andy Murray sul versante maschile.

Giappone. Kimiko Date-Krumm , 42 anni suonati, è ormai uscita dalle top-100, lasciando sola Ayumi Morita (n. 79). Qualunque cosa accada, non si potrà imputare alla Date-Krumm di non aver dato l’esempio!

Italia. Non c’era nessuna storica per cui l’Italia diventasse una potenza tennistica in campo femminile. Prima di Francesca Schiavone regina di Parigi, nessuna giocatrice ha mai dominato le scene. Ma con lei e la Pennetta a costruire una squadra nazionale vincente, il fattore ispirazionale è stato davvero rimarchevole. E ora anche Sara Errani sta vivendo una carriera da singolarista a dir poco eccezionale, spalleggiata dalla Vinci in doppio (ma non solo).
Con 4 giocatrici tra le top-40, e Camila Giorgi in speranzosa ascesa, ci avviciniamo alla situazione tedesca, ma sapremo sostenere a dovere questo momento di grazia?


Kazakistan. Il Kazakistan deve ancora produrre alcun campione da Slam (magari anche acquistato con sonanti dollari), però ha 4 donne tra le prime 100, con Yarsolava Shvedova a capitanarle, lei che ha ottenuto un “golden set” (24 punti consecutivi). Forse che si stia creando una nuova dinastia a queste latitudini?

Messico e Olanda. E' strano che il Messico, visto dove sta, il clima e la popolazione che ha, stenti ad avere qualche giocatore di spessore. Neanche l’Olanda se la passa bene, data anche lei la tradizione, la posizione geografica, Tom Okker e Betty Stove. Ora hanno solo due top-100: la n. 60 Kiki Bertens e la n. 70 Arantxa Rus, che recentemente si è però messa almeno un pochino in mostra.

Polonia. In Polonia sperano solo che i successi delle sorelle Radwanska, Agnieszka (n. 3) e Urszula (n. 36), motivino altre ragazze a seguirle: il bacino d’utenza sarebbe notevole.

Romania. Dai tempi di Ilie Nastase e di Ion Tiriac, la Romania ha una forte tradizione e una predisposizione che continua per questo sport. Anche tra le donne, con Virginia Ruzici stabile top-10 negli anni ’80 (e finalista a Parigi) e con 5 top-100 al giorno d’oggi (Sorana Cirstea la migliore con la sua posizione di n. 31). Non si può non parlare di potenza tennistica.

Russia. Dalle parabole di Anastasia Myskina, vincitrice dei French Open nel 2004, pochi mesi prima del primo Wimbledon di Sharapova, la Russia continua a stupire ed è diventata la prima avversaria degli Stati Uniti. Ora ha 10 giocatrici tra le top-100, guidate ovviamente dalla n. 2 Maria Sharapova (residente negli Stati Uniti).

Serbia. Se fosse regola scientifica la regola della marea (ovvero l’effetto traino di grandi nomi per una nazione), la Serbia è quella con il futuro più luminoso di fronte, specialmente grazie ai maschi. Siamo ancora nel pieno dei lavori, ma con Ana Ivanovic al n. 12, Jelena Jankovic al ridosso delle top-20 e la compagnia di Bojana Jovanovski, le speranze serbe sono tra le più promettenti.

Repubblica Ceca. Questa nazione ha una grande storia alle spalle, con Martina Navratilova com nume tutelare. Merito della passine di tutta la nazione e di tutta la popolazione che però sta ancora metabolizzando la separazione dalla Repubblica Slovacca. E poi c’è la tuttora n. 4 ed ex campionessa di Wimbledon Petra Kvitova, con altre 7 rappresentanti nella top-100 e altre due a ridosso. Lucie Safarova, l n. 17, è la seconda meglio classificata.

Repubblica Slovacca. Un’altra nazione che ha raggiunto risultati al di là delle attese con la n. 13 Dominika Cibulkova, la n. 33 Daniela Hantuchova e la n. 71 Magdalena Rybarikova. Un’altra ragazza sta inoltre per entrare tra le “big”, la n. 103 Jana Cepelova.

Sud Africa. I profondi cambiamenti vissuti sembrano avere negativamente impattato sulla realtà tennistica di quella che era una nazione tennisticamente leader. Ora abbiamo solo la n. 53 Chanelle Scheepers, unica rappresentante tra le top-100.

Slovenia. Stesso discorso per la Slovenia: unica rappresentante è Polong Hercog, al n. 90, però potrebbe ispirare alcune sue epigoni per pareggiare i maschi che contano tre rappresentanti tra i top-100.

Spagna. Potrebbe andar peggio per le iberiche. Hanno 5 top-100, guidate dalla n. 40 Anabel Medina Garrigues e dalla n. 48 Carla Suarez Navarro. Però tutt’altro discorso rispetto ai maschi che hanno Rafael Nadal, David Ferrer, Nicolas Almagro, Fernando Verdasco e Feliciano Lopez. C’è dunque lavoro da fare, ma queste ragazze hanno almeno stabilito una testa di ponte.
Svezia e Svizzera. La Svezia femminile non ha mai avuto esperienza di un boom come quello dei tempi di Borg, e difficilmente ce l’avrà ora, con la n. 42 Sofia Arvidsson a guidare il duo di ragazze tra le top-100. La Svizzera non se la passa certo meglio, con la un po’ nostra Romina Oprandi unica rappresentante tra le prime 100. Che la Svizzera lasci il palcoscenico solo alle ragazze e ai ragazzi immigrati da loro? Si pensi alla stessa Martina Hingis, ma anche a Mirka Vavrinec e a Jakob Hlasek...

USA. Le ragazze degli Stati Uniti portano il peso della cantilena che vuole il tennis americano ormai defunto. A parte Serena Williams, “solo” n. 4, ma tra le candidate ad essere una delle migliori di sempre, gli USA hanno ben altre 9 rappresentanti tra le prime 100. Come Varvara Lepchenko, 26enne di origini uzbeke. E in più altre 12 ragazze, alcune ancora in formazione, tra la posizione n. 100 e la posizione n. 200.

Cosa ci riserve il futuro? Difficile dirlo, forse altre top players dalla Repubblica Ceca, ma più in là di così è difficile spingerci con le previsioni.

Pubblicato su Ubitennis l'8 ottobre 2012