giovedì 19 luglio 2012

Tennista e gentiluomo

TENNIS - Recensione del libro "Giorgio de’ Stefani: il gentleman con la racchetta" della giornalista Francesca Paoletti. Grande tennista, è stato anche membro del CIO, presidente della FIT e dell'ITF.  


Giorgio De Stefani: il gentleman con la racchetta
Giorgio De' Stefani: il gentleman con la racchetta: ah, la retorica di un tempo!

De’ Stefani, il tennista senza rovescio. Giorgio de’ Stefani, il gentiluomo. Così i giornali ci ricordano questa figura. Senza rovescio in quanto aveva la particolarità di cambiare mano nell’impugnare la racchetta durante gli scambi e quindi di giocare di diritto sia a destra che a sinistra. Gentiluomo in quanto sia nella sua carriera da giocatore che in quella di dirigente sportivo si distinse per la signorilità e l’eleganza. Recensiamo il seguente libro che ce lo ricorda:

Francesca Paoletti - Giorgio de’ Stefani: il gentleman con la racchetta, presentazione di Mario Pescante.
Roma : Riccardo Viola editore, 2005 - Racconti di sport di Roma e del Lazio, 3 - 115 p. -Eur 5,00
ISBN : 8890170719

Osservato a prima vista, il libro mi ha fatto temere di non aver azzeccato un buon affare; per fortuna i libri hanno la capacità di smentirci. Più avanti spiegherò il perché, ora vorrei riassumere brevemente la vita del protagonista:

IL PROTAGONISTA
Giorgio de’ Stefani nacque a Verona nel 1904. Figlio di un ministro del governo salutò da bambino il Nord per trasferirsi a Roma, di cui sempre si considerò un figlio tra i più fortunati. I primi approcci con lo sport si devono alla mamma, donna di notevole intraprendenza e che lo seguì spesso nei viaggi che lo videro ambasciatore del tennis in tutti i continenti. Arrivato a Roma iniziò a giocare al Club Parioli, a cui fu sempre molto legato. Fu uno dei principali tennisti italiani e internazionali; raggiunse la finale del Roland Garros perdendola dal Moschettiere Cochet in quattro onorevoli set nel 1932 e raggiunse la top ten nei suoi anni migliori. Vanta 44 vittorie in Davis su 66 presenze e fu anche capitano nel 1948. Il suo tennis era imprevedibile, vista la particolarità del suo gioco (tendenzialmente mancino, cambiava mano per giocare sempre di diritto); fortissimo nei passanti e indecifrabile negli smash, con queste armi riuscì a battere autentiche leggende come Fred Perry. Hopman, e a dare del filo da torcere a Von Cramm, a Lacoste, a Cochet... Punti deboli erano la sua battuta (una seconda non molto solida, in particolare) e il gioco di rete, visto che il passaggio della racchetta tra le due mani era piuttosto laborioso.
Iniziò seguendo le orme di De Martino per poi essere secondo di De’ Morpurgo, che di certo non aveva un carattere facile visto che, quando De’ Stefani riuscì a batterlo per la prima volta si vide recapitare uno schiaffo al momento della stretta di mano per mancanza di rispetto... Insieme però formarono una squadra di Davis molto temibile, tanto da costringere lo squadrone dei Moschettieri al 3-2. Dopo la seconda guerra mondiale, venne nominato membro del CIO dal 1951 (vi fece parte fino alla morte, avvenuta nel 1992) e presidente della Federazione internazionale di tennis dalla seconda metà anni ‘50 al 1969 (non in anni successivi), ancor prima di essere presidente della FIT (consecutivamente dal 1958 al 1969). Da tutti viene ricordato come un gran signore, mosso solo dall’amore per lo sport e per il tennis in particolare. Si consideri che sotto la sua egida vennero attribuite le Olimpiadi a Roma nel 1960, edizione particolarmente riuscita, e ancor prima le olimpiadi invernali di Cortina.
Due sue storiche battaglie sono menzionate; la prima fu quella per la riammissione del tennis alle Olimpiadi, evento osteggiato dagli inglesi e da qualche grande torneo in quanto rischiava di far perdere a Wimbledon qualche popolarità. Dopo più di trent’anni di perseveranza riuscì a rivedere il “suo” sport nell’edizione di Seul ‘88. Se quest’anno potremo goderci il tennis a cinque cerchi, lo dobbiamo anche a lui. Si opponeva poi strenuamente all’era del professionismo, e considerò un tremendo oltraggio la posizione di Wimbledon che nel 1968 aprì i propri cancelli anche ai pro. Se questa posizione è ora criticabile per il suo conservatorismo, bisogna però considerare lo spirito dell’uomo, che si definiva uno degli ultimi seguaci di De Coubertin. Su questo non si possono aver dubbi, visto che rifiutò sempre le laute prebende della sua carica e si oppose alla politica dei politicanti di mestiere che nello sport entrarono negli ultimi decenni della sua vita a dettar legge, spesso la legge del denaro con tutto ciò che ne consegue (ricatti, corruzione, etc...).

IL LIBRO
Dicevo prima che a considerarlo a prima vista, questo libro mi dava l’idea di essere stato un pessimo investimento, per fortuna mi sbagliavo. Tra i punti di forza ci sono sicuramente le molte fotografie: De’ Stefani era anche un appassionato fotografo, e considerati i numerosi viaggi che fece e le molte personalità che incontrò la scelta di cosa pubblicare dev’essere stata piacevolmente imbarazzante. Notevole e interessante è l’apparato che ci ricorda i suoi record e diverse statistiche, come le presenze in Davis, i suoi match, ma anche l’elenco dei presidenti della FIT, addirittura l’albo d’oro del tennis Parioli a livello nazionale. Poi ci sono estratti dai giornali dell’epoca che danno un’idea non solo della popolarità di De’ Stefani, ma anche, visto che sono inquadrati molto bene nel loro momento storico, del clima dell’epoca. La qualità di stampa è buona; ho notato, a onor del vero, due piccoli refusi, ma sia la carta che la copertina mi sembrano adatte al tipo di pubblicazione.
Il libro è poi scritto molto bene da una giornalista sportiva, Francesca Paoletti: è piuttosto scorrevole e ricco di aneddoti. Ad esempio riporto questo: nella sua giovinezza era uso giocare una partita al giorno con l’amico e validissimo tennista Clemente Serventi. Ad un certo punto sentono un gran vociare accanto al club, si sporgono e vedono diverse persone in una divisa che prevedeva una camicia nera attraversare la capitale provenienti da Ponte Milvio. Al che il suo compagno gli fa: “Annamo Gio’, lassali perde. Quanto stavamo? Quaranta-quindici?”. Era la Marcia su Roma...Criticherei forse il tono un po’ troppo agiografico dell’insieme. Sicuramente De’ Stefani è stato molto importante per il tennis e lo sport italiano e si è trovato ad affrontare momenti storici non facili, però andrebbe spiegata meglio la sua posizione in un’epoca storica che vide l’ascesa del regime fascista. Come la stragrande maggioranza degli italiani, dovette convivere con il fascismo e l’ideologia che lo guidava. Non fu certo uno strenuo oppositore di Mussolini, ma neanche un fervente sostenitore fanatico: questo sembra emergere dalle notizie che ho cercato di raccogliere. Forse avrei messo questo in maggior luce, visto che nel libro ci sono le foto delle parate a cui partecipò e del suo primo incontro disputato sul Campo della Pallacorda (fu il primo a giocarci, inaugurandolo). Sicuramente la stampa del regime cercò di utilizzare i suoi successi per mettere in luce la fierezza italica. C’è anche da dire che in quel periodo de’ Stefani fu quasi sempre in viaggio, immagino spesso ospite dei vari re e marajà che se lo contendevano (come gli emiri di oggi si contendono Federer e Nadal), ma altrettanto spesso fu alla guida di delegazioni italiane che ci rappresentavano nei quattro continenti.
Chiudo questa breve recensione parlando degli ultimi due capitoli che mi sembrano interessanti. Un ricordo di Nicola Pietrangeli, compagno del Parioli, che lo ricorda come una persona riservata, ma molto affezionata anche in qualità di dirigente e che ricorda i motivi di contrasto che i giocatori dell’epoca avevano con lui: la questione del professionismo (che Pietrangeli dice di aver sempre appoggiato) e la questione del challenge round in Davis e la possibilità di scelta dei campi da parte dei finalisti, senza le quali, dice Nicola, avremmo ottenuto qualche successo in più e su questo punto de’ Stefani non fu abbastanza fermo nel proporne l’abolizione. L’ultimo capitolo riporta estratti dai giornali del 1992 che lo ricordano nel momento della morte e si chiude con l’articolo di Clerici che ne ricorda il tennista, il dirigente e la persona. Per gli amanti del tennis elegante, dai nobili gesti e dai pantaloni bianchi è sicuramente un libro da conservare in biblioteca.


Pubblicato su Ubitennis il 19 luglio 2012

mercoledì 18 luglio 2012

Il match del secolo (ventesimo)

TENNIS - Battezzata dai "soliti" giornalisti come il match del secolo, la partita tra Suzanne Lenglen e Helen Wills del 1926 affascina ancora, anche se solo rivissuta nei libri e nei racconti d'epoca. Vinse 6-3 8-6 la Lenglen e non fu solo un match di tennis, ma tra due continenti che più di oggi erano mondi paralleli! E secondo voi, qual è il match del XXI secolo?  


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Come si poteva non cogliere la ghiotta occasione di prendere spunto dai lenti campi della riviera di Montecarlo 2011 per narrare un episodio avvenuto nei contigui courts di Cannes quasi un secolo fa e di cui accennai in alcune delle puntate precedenti...
Era il 16 febbraio 1926 e al Carlton Club di Cannes andava in scena l'atto finale del torneo omonimo. Da settimane o mesi non si aspettava altro: un match tra Suzanne Lenglen e Helen Wills. Come spiegare in poche righe la tensione e l'attesa di quell'incontro?
Suzanne era la Divina: femme fatale della racchetta, all'apice della carriera, istrionica, autoritaria, padrona assoluta del tennis degli anni '20 e protagonista delle riviste. Qualunque cosa facesse era oggetto di discussioni, critiche e ammirazione. Come tutti i personaggi in vista che vincono sempre, non si aspettava altro che la sua caduta (Federer et Nadal docent).
Helen Wills era un'americana appena ventenne, di lei si veda la scheda dedicatale la settimana scorsa: , già pluricampionessa agli US Open e vincitrice della medaglia d'oro alle Olimpiadi del 1924, le ultime a cui il tennis fu ammesso prima dell'era moderna e svoltesi a Parigi (Suzanne assente per malattia). Al momento non era ancora la trita-avversarie che di lì a poco sarebbe diventata, ma ne aveva l'evidente talento. E Suzanne detestava dividere la scena e la fama di miglior giocatrice del mondo.
Da qualche settimana Helen era sbarcata in Francia, accompagnata dalla mamma, con l'ufficiale motivo del viaggio di studio: il Grand Tour dei musei europei, un must per le ricche famiglie borghesi americane; in realtà per confrontarsi sui campi da tennis europei, in special modo su quelli francesi. Il suo arrivo fu così commentato dalla Divina: “Questa è pazza! Pensa di venire qui e battermi sui campi di casa?”, lei che considerava provincialotta quella teenager - o quasi - Californiana. Ci mise poco, la giovane Helen a farsi vieppiù raffinata settimana dopo settimana; non solo tennis, ma anche ricevimenti, balli e concerti. I giornalisti seguivano come segugi gli spostamenti dell'una e dell'altra, che giocavano a tira e molla aspettando il momento buono per incrociare le racchette senza favorire troppo l'avversaria (Suzanne si stava riprendendo da una delel sue frequenti malattie).
Per farla breve, c'erano tutti gli ingredienti per fare di questo scontro il Match del secolo. I giornali e i tifosi non si fecero pregare per caricare di motivi extra-tennistici quella partita...Non era solo un confronto fra due stili diversi di gioco, ma anche tra la Divina Suzanne, e la yankee parvenu... Tra la smaliziata e maliziosa 26enne vamp francese e la “innocente” americana... I francesi però iniziarono a guardare con simpatia anche l'americana; il che innervosì ancor di più la Lenglen, che reduce, come detto, da un periodo di malattia era indecisa se battersi contro la Nemica...Alla fine si accordarono nel competere entrambe nel torneo del Carlton Club; era scontato arrivassero in finale entrambe.
Così in effetti fu. Lenglen era la strafavorita (letteralmente: la Wills era data a dieci...); l'attesa fu comunque spasmodica, con scene a volte deliranti di fans in coda ai botteghini e tickets venduti al mercato nero a prezzi strabilianti, mentre tutt'intorno al piccolo club e al piccolo campo centrale venivano innalzate tribune di fortuna. Finiti i biglietti, la gente iniziò a scalare gli eucalipti di recinzione, a salire sui tetti, sulle scale, a comprare posti dalle balconate degli appartamenti che attorniavano i campi, con le immaginabili rimostranze di chi possedeva regolare biglietto...
Alle 11 il match iniziava con le protagoniste scortate dalla folla e dai fotografi, mentre in tribuna sedeva il sangue blu che svernava in Costa Azzurra... Vinto il primo game, ma persi i due successivi, Suzanne al cambio campo si sentì dire dalla madre: "come giochi male piccola!"; la risposta fu la famosa frase "ne m'emmerde pas, maman" traducibile in un edulcorato e ben più gentile "lasciatemi in pace, mamma!"...
La madre della Wills invece aveva raccomandato alla figliola: "Just do your very best, dear, but make sure you win", Fai del tuo meglio, cara, ma assicurati di vincere! Ah, povero De Coubertin...Suzanne iniziò allora a variare il suo gioco mettendo in difficoltà la poco mobile Wills e chiuse il primo set 6-3.
Al cambio campo, Suzanne sorseggiò, come le capitava di fare, del cognac. Doveva prepararsi a un secondo set più combattuto, con l'avversaria più aggressiva e combattiva che la costrinse al 4-4. Proprio in questo game, sul 30-30 una palla di Suzanne fu giudicata buona dal giudice di linea. Helen si era fermata giudicandola fuori. Lei, solitamente composta, battibeccò col giudice, irremovibile. Devo anche dire che questa ricostruzione del punto conteso si basa sul libro di Clerici sulla Divina, ma ci sono altre versioni in cui il punto conteso è spostato alla fine del set e avrebbe dunque dato a Helen la vittoria del set... Un giornalista americano dell'epoca, ad esempio, raccontò di come Helen per la prima volta nella sua vita dimostrò un'emozione in campo quando chiese tremando di rabbia al giudice di linea (inglese) "What did you call that ball???", per poi mimare la pazzia dello sfortunato giudice. Secondo lo stesso cronista fu dunque per la stupidità di un inglese che un'americana perse da una francese...
Perse comunque quel game, ma si ricompose per vincere quello successivo e tenere gli assalti di Suzanne fino al 5-6 in suo sfavore. Doppio match point per la Lenglen. Sul primo, un profondo dritto di Helen cadde vicino alla linea. Out per qualcuno del pubblico e per Suzanne, che sollevata andava verso la rete a stringere la mano dell’avversaria; ma era buona per il giudice di linea! Ci vollero alcuni minuti per far uscire spettatori e fotografi dal campo: la partita continuava ancora… Suzanne perse la battuta… 6-6! Ma da lì in poi Suzanne giocò come in trance: puro istinto per sopperire alla mancanza di forze e per averla vinta sulla più fresca americana che si arrese 8-6…
La Lenglen aveva salvato la sua fama di imbattibilità (croce e delizia sue e del babbo)… Ben altro che una partita di tennis serviva per piegare la Divina (e in effetti, la sua carriera s’interruppe per motivi estranei al tennis strettamente inteso)!
Curiosamente Helen Wills, persa quella partita, guadagnò ben altro in quei mesi: sulla Riviera incontrò infatti il suo futuro marito, Frederick Moody, che sposerà di lì a qualche tempo; ma colse anche la consapevolezza di dover variare di più il suo gioco per diventare la migliore tennista del mondo!
Secondo un giornalista che v'assistette (io per ragioni anagrafiche non ho potuto esserci, ma per poco...), il match fu “un semplice match di tennis, ma un match che fece fermare due continenti e fu il più importante evento sportivo dell'era moderna, per di più esclusivamente nelle mani del gentil sesso”!
E secondo voi qual è il match, finora, del XXI secolo?
Io mi limito a fare un parallelismo tra il match appena ricordato e Federer-Nadal, finale a Wimbledon 2007 (Federer b. Nadal 7-6(7), 4-6, 7-6(3), 2-6, 6-2) elencandone i punti di contatto...
1. Sebbene fosse la seconda volta che si incontravano nel giardino di casa Federer, fu forse la prima volta in cui Roger si sentì davvero minacciato, e se non fosse così buono (buonista?) avrebbe (ma sicuramente ha) pensato come sopra la Lenglen : "Quest’è pazzo! Pensa di venire qua a battermi sul mio giardino di casa?".
2. È l'ultima vittoria contro Nadal sui “suoi” campi. La Lenglen incontrò la Wills una volta sola: in molti pensano che una seconda volta le sarebbe stata fatale...
3. Match tirato, in cui, come la Lenglen, il favorito Federer avrebbe benissimo potuto perdere.
4. Confronto di stili: Lenglen giocava da fondo, ma sapeva fare tutto, danzava su volée e smash. La Wills, ancorata dietro la linea di fondocampo faceva della regolarità e dell'intensità agonistica i suoi punti di forza, esaltati da un diritto violentissimo. Di Federer e Nadal sapete voi più di me...
5. Si giocava tra futuri plurivincitori di Slam :
somma di titoli Slam Lenglen + Wills = 8 + 19 = 27
somma di titoli Slam Federer + Nadal = 16 + 9 = 25


Pubblicato su Ubitennis il 26 aprile 2011

martedì 17 luglio 2012

Putiferio e novità nel misto

TENNIS - A Londra 2012 rivedremo il doppio misto, una specialità bistrattata durante l’anno, ma di alto contenuto simbolico per le Olimpiadi. Vanno sciolti alcuni nodi di carattere sportivo e politico e diverse ambiguità organizzative. 


Mike Bryan e Lisa Raymond (Getty Images Europe Julian Finney)
Mike Bryan e Lisa Raymond 

A Londra 2012 finalmente rivedremo il tennis riammesso alle Olimpiadi nella sua totalità.
Come noto, dopo l’esibizione del 1984, il nostro sport venne reinserito nel programma olimpico ufficiale nel 1988 venendo da un’assenza che perdurava dal 1924, un’ultima edizione parigina storica per il tennis con tutte e cinque le medaglie assegnate. Finalmente, dopo 88 anni, rivedremo i cinque podi assegnati alle racchette, che nel frattempo non saranno più di legno.

Grande curiosità e attesa, dunque, per una specialità, il doppio misto, decisamente trascurata durante l'anno per motivi facilmente intuibili dai nostri lettori; in primis, il fatto che i calendari ATP e WTA spesso non trovano punti d’incontro, poi c’è la mancanza di nomi conosciuti disposti a giocarlo e quindi ad attrarre un buon pubblico, la mancanza di campi nei tornei (se Fish si lamenta per la presenza delle donne a Roma, figurarsi cosa direbbe della compresenza dei doppi misti), e via elencando...
Ad ogni modo, riteniamo questa specialità molto importante e significativa nell’ambito di un evento come quello olimpico che si rifà a princìpi molto alti di sportività e uguaglianza. Pochi altri sport possono vantare la compresenza di uomini e donne in un torneo dedicato (lo può vantare, ad esempio, il badminton).

Però, a pochi giorni dall’inizio della massima manifestazione sportiva mondiale, un po’ di confusione regna nell’organizzazione del doppio misto. Andiamo a farne il punto della situazione.
Il doppio misto vedrà un tabellone che partirà direttamente dagli ottavi, sedici infatti saranno le coppie ammesse. Non è stata ancora stilata un’entry list, anche se si dovrà fare riferimento alle posizioni in classifica relative all’11 giugno 2012 (come per le altre specialità). Il criterio prevede che ogni giocatore (o giocatrice) possa fare riferimento alla classifica di doppio o a quella di singolare, dodici saranno le coppie così assegnate, quattro saranno invece le wild cards scelte dall'ITF. Ad esempio, la nostra Errani potrà decidere di usare la sua posizione n. 3 in classifica di doppio, piuttosto che quella del singolare per costruire una coppia di doppio misto. L’entry list e il tabellone saranno decisi praticamente all’ultimo, dopo l’inizio degli altri tabelloni: potrà quasi rivelarsi un ripiego, comunque di lusso, per alcuni giocatori.

Detto di questa anomalia organizzativa, che si aggiunge a quelle in comune con le altre specialità tennistiche, veniamo ad altri problemi di natura politico-sportiva.
Fino a qualche mese fa ci si era illusi di vedere una coppia mista del calibro di Federer-Hingis, ipotesi ormai ampiamente tramontata, come si evince da questa notizia di gennaio: Federer: "Martina ha detto no al doppio misto".

Altro rifiuto eccellente sarà, molto probabilmente, quello di Serena Williams, che non se la sente di giocare così tante partite in pochi giorni, con buona pace di Andy Roddick che ha creduto molto in una possibilità di coppia con la pluridetentrice di Wimbledon. Gli Usa perciò dovrebbero schierare Lisa Raymond e Mike Bryan, neovincitrici dei Championships, e Bob Bryan con Liezel Huber.
Il caso più clamoroso riguarda invece la federazione tennistica indiana che si è trovata tra le mani una spinosa questione tra i quattro giocatori migliori del Paese e ha utilizzato il doppio misto come una sorta di contentino per Leander Paes: su questa questione si veda l’esaustivo articolo di Alessandro Mastroluca qui.
Nel frattempo Paes è arrivato in finale a Wimbledon mentre Mahesh Bhupathi e Sania Mirza si sono fermati a malapena al secondo turno, avendo tra l’altro passato il primo con un bye...

Proviamo, seguendo alcune indiscrezioni, a indicare alcune possibili coppie di doppio misto:
Del Potro e Gisela Dulko per l’Argentina;
Ivanovic e Zimonjic per la Serbia, Djokovic potrebbe, qualora decidesse di giocare anche il misto, fare coppia con la Jankovic oppure lasciare il posto a Tipsarevic;
Stepanek e Kvitova e Berdych, ancora indeciso se partecipare o meno, con Hradecka o Safarova per la Repubblica Ceca;
Bracciali e Vinci hanno giocato l’ultimo Wimbledon e così Errani dovrà, se vorrà partecipare, far coppia con Fognini o Seppi;
Azarenka e Mirny per la Bielorussia (e potrebbero essere la testa di serie n. 1);
Paes-Mirza o Bhupathi-Mirza: questo è il dilemma per la federazione indiana;
Kerber e Petzschner si sono proposti per la Germania;
per l’Australia potrebbero far coppia Samantha Stosur e Bernard Tomic;
Per queste informazioni ci siamo basati soprattutto su questo articolo tratto da The Tennis Space e che trovate linkato qui.

Qua sotto riportiamo inoltre il brevissimo e tormentato albo d’oro del doppio misto alle Olimpiadi:
1968 Guadalajara (torneo dimostrativo)
Doppio misto
O: Fitzgibbon-Heldman (USA)
A: Fassbender-Niessen (RFT)
B: Osbourne-Bartkowicz (USA)
1968 Mexico City (torneo dimostrativo)
Doppio misto
O: Koroktov-Yansone (URS)
A: Buding-Bartkowicz (USA)
B: Pierre e Rosa-Maria Darmon (FRA) / Kakulia (URS) e Petersen (BRA)
1924 Parigi
O: Dick Williams e Hazel Wightman (USA)
A: Marion Jessup e Vinnie Richards (USA)
B: Hendrik Timmer e Kea Bouman (NED)
1920 Anversa
O: Suzanne Lenglen e Max Décugis (FRA)
A: Kathleen McKane e Maxwell Woosnam (UK)
B: Milada Skrbková e Ladislav Žemla (TCH)
1912 Stoccolma
Doppio misto outdoor
O: Koring-Schomburgk (GER)
A: Fick-Setterwall (SVE)
B: Broquedis-Canet (FRA)
Doppio misto indoor
O: Hannam-Dixon (GBR)
A: Aitchison-Barrett (GBR)
B: Fick-Setterwall (SVE)
1906 Atene (torneo dimostrativo)
O: Maime e Marie Decugis (FRA)
A: Georgios Simiriotis e Sophia Marinou (GRE)
B: Xenophon Kasdaglis e Aspasia Matsa (GRE)
1900 Parigi
O: Cooper-R.Doherty (GBR)
A: Prevost-Mahoney (FRA-GBR)
B: Rosenbaumova-Warden (Boemia-GBR)


Articolo pubblicato su Ubitennis il 16 luglio 2012

venerdì 13 luglio 2012

Un penny per i tuoi pensieri


TENNIS - Tutti avremmo voluto entrare nella mente della sfinge Lendl seduto immobile nell’angolo di Murray. Mentre la mamma dello scozzese sembrava una fan dei Beatles negli anni ‘60, Ivan non alzava le sopracciglia neanche dopo la semifinale contro Tsonga. Ci ha provato Chris Oddo. 


Ivan Lendl
Ivan Lendl








Costanti, in ogni match di Andy Murray, erano le inquadrature sul coach dello scozzese, Ivan Lendl.
Impassibile, imperscrutabile nella vittoria come nella sconfitta. 
Raccontano che dopo la semifinale con Tsonga l’unica frase rivolta dal ceco-americano allo scotsman sia stata: “A che ora domani per l’allenamento?”.
Ci vorrebbe il Pensatoio di Harry Potter per poter dipanare le trame recondite della mente del campionissimo di Ostrava, ma mai dei Championships.
Ci ha però provato Chris Oddo a svelarci i 10 pensieri ricorrenti di Ivan il Terribile durante la campagna di Wimbledon 2012 e noi ve li offriamo in traduzione libera rimandando alla pagina di TennisNow per la versione originale:

1. Vorrei Judy si calmasse almeno un pochino! È chiedere troppo? Quasi quasi vorrei sedermi accanto a Mirka, almeno potrei sentirmi ragionare...
2. ‘Sta maledetta erba! Sono condannato a un infarto ogni volta che ci sto davanti...
3. Gli hot-dog agli US Open sono di gran lunga più buoni.
4. Forse che sembro grasso?
5. Andy, Andy: il miglior set della tua vita e hai messo dentro solo il 49% di prime???
6. Avevo i miei dubbi su Andy, ma quando l’ho visto centrare Tsonga nei cabasisi ho subito capito che sarebbe andato in finale.
7. Ma poi: chi sono io per criticare? Non ho vinto neppure un set qua in finale...
8. Andy, quando ti sembro annoiato è l’ora di iniziare a fingere che hai mal di schiena!
9. Sarà l’ora di iniziare a pensare a un nuovo set di mazze da golf per quando ritorno in Connecticut?
10. Oddio, ecco che inizia a piangere ora... è troppo melodrammatico! Non solo mi perde in finale, ma pure si fa vedere femminuccia davanti a tutta la Nazione. Non ho firmato per questo, non gliel’ho insegnato io: le emozioni sono per i DEBOLI!

Tutte considerazioni altamente probabili, e pensare che Murray dice un gran bene di lui, di come si divertano assieme, di come sia meticoloso, di come si trovi alla grande con l’apparentemente gelido Terminator dei campi degli anni ‘80. Ora sembra un po’ più a John Travolta che ad Arnold Schwarzenegger, però sicuramente avrà anche pensato:
1. Mannaggia! Avessi potuto giocare io su quest’erba con queste spade stellari; gliel’avrei fatta vedere io a quell’algido svizzero...
2. Se questo benedetto tetto l’avessero messo nell’ ‘88 quella semi con Boris non l’avrei persa manco se avessi dovuto fare serve&volley dall’inizio alla fine... 
3. Meno male Andy non ha vinto, avrebbero riso di me perfino i tennisti della domenica... Portare Murray a vincere il primo Slam a Wimbledon sarebbe stata una beffa atroce, avrei dovuto ritirarmi a vagare nei campi di golf in eterno...


Pubblicato su Ubitennis il 13 luglio 2012

Little Miss Poker Face: Helen Wills

TENNIS - Ritratto di Helen Wills Moody, la campionessa dai 1000 record: 31 tornei dello Slam e 158 partite senza perdere un set. La sua fama non si limitò al campo da tennis: fu un'ottima pittrice, nonchè modella di pittori e scultori! Perché dunque non è ricordata come lo è la Lenglen? E perché era chiamata Little Miss Poker Face? Dietro a Margaret Court e Steffi Graf, tra le vincitrici Slam c'è lei... 


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Era da un po' che volevo provare a scrivere un breve ritratto di Helen Wills (Moody) in questa rubrica.
Un personaggio che ha il suo fascino, seppur un po' nascosto.Forse perché non si trova subito molto su di lei. Forse perché non è stato scritto moltissimo su di lei come è stato fatto su altre giocatrici. Eppure è stata una delle più grandi giocatrici di tennis di tutti i tempi, dominatrice della scena negli anni venti e trenta.
Per certi versi un unicuum tra le tenniste, forse l'ultima della generazione Romantica, per cui il tennis non era una professione (lo disse apertamente), ma un hobby per le classi sociali più ricche da aggiungere alla pittura, alla musica, alla letteratura...

I SUOI RECORD
Nel corso della sua carriera vinse 31 tornei dello Slam assommando singolo, doppio e doppio misto; di questi trentuno, sette sono i singoli allo U.S. Open (1923-25, 1927-29, e 1931), otto i Wimbledon (1927-30, 1932-33, 1935, e 1938), e quattro gli Open di Francia (1928-30 e 1932). In più vinse due medaglie d'oro olimpiche ai giochi di Parigi 1924 (singolo e doppio) in quella che fu l'ultima edizione in cui il tennis fu sport olimpico prima del 1988. È la terza giocatrice di sempre come numero di Slam in singolare vinti dietro a Margaret Court e Steffi Graf, ma non partecipò mai agli Australian Open! Dal 1927 al 1932 ha vinto ogni Slam a cui partecipò; meglio ancora, ha vinto ogni partita che giocò; e ancor più strabiliante, ne ha vinto ogni singolo set!
Quindi un totale di 158 partite e 27 tornei vinti senza perdere un set, con questa striscia strabiliante che si esaurì nel 1933 a Forest Hills, nelle finali degli US Open perdendo contro Helen Jacobs. In tutto, nello Slam ha un record di 126 partite vinte e 3 perse. Non male, vero? E non pensate: ma era un altro tennis, etc etc... Ogni epoca ha il suo tennis e tutto va rapportato alle difficoltà dei tempi, e comunque 31 titoli dello Slam rimangono 31 titoli dello Slam!
Insomma, da una carriera così ci si aspetterebbe di trovare fiumi di inchiostro di aneddoti, curiosità, etc...E invece, il suo carattere schivo, introverso, timido, che nei campi da tennis si tramutava in gelido calcolo e fame di vittoria e perfezionismo, ci ha passato alla storia una figura ancora in parte in ombra e forse un po' sottovalutata.
LITTLE MISS POKER FACE
Era il suo soprannome coniato dai giornalisti, un nomignolo che a Boris Becker farebbe comodo nella sua nuova carriera, ma non certo lusinghiero per una tennista degli anni '20 e '30! Little Miss Poker Face, signorina faccia da poker... Perchè non lasciava trapelare nessuna emozione, nè in campo nè fuori... Non era un'attrice consumata come la Lenglen per intenderci...Non era interessata ai contorni dei campi da tennis, non si concedeva a giornalisti e tifosi, non ostentava buone maniere, non faceva la simpatica - neanche per finta - con i colleghi, non aveva pietà (sportiva) per le avversarie; come ebbe a dire un commentatore dell'epoca : she simply won... Semplicemente pensava a vincere (trad. libera)...
STILE
Aveva però il suo stile. Vestiva sempre e solo esclusivamente in bianco: veste alla marinara bianca, con gonna a pieghe bianca e lunga fino al ginocchio, scarpe bianche e sopra tutto la contraddistingueva una visiera bianca che non abbandonò mai. Era decisamente più carina della Lenglen. Del rapporto tra le due parleremo tra una settimana, non perdetevi la puntata sulla Sfida del Secolo! Il suo gioco si basava sulla regolarità da fondo campo pur non essendo molto mobile. Si piantava sulla linea di fondo, di rovescio scambiava mantenendo lo scambio con lunghi cross per poi liberare il suo dritto micidiale, il colpo che davvero l'ha resa letale per le avversarie. Sposò il finanziere Frederick Moody nel 1926 (anche questo capitolo entrerà nella prossima puntata, vedrete...) da cui divorziò nel 1937 per sposare due anni dopo Aidan Roark uno sceneggiatore e giocatore di polo.
Si ritirò, senza passare al professionismo - tappa quasi obbligata all'epoca - dopo un curioso incidente: fu morsa da un cane all'indice della mano destra e da quel momento non poté più esercitare il suo potente gioco. Morì a 92 anni in California, sua patria, nel 1998, dopo aver donato 10 milioni di dollari all'Università della California, Berkeley per fondare un istituto per lo studio delle Neuroscienze che ora porta il suo nome.
HELEN E L'ARTE
Una costante della vita della Wills fu l'Arte. Un binomio inesplorato, il tennis e l'arte, ma di cui mi accorgo sempre più della felice e frequente unione. Come da paradigma, scrisse un manuale di tennis e da ritirata la sua autobiografia, ma anche un romanzo e diversi articoli per il Saturday Evening Post che personalmente illustrava. Infatti, Helen aveva una manina benedetta (come scrive Clerici) non solo per il gioco di racchetta, ma anche per la pittura. Prese il diploma e dipinse per tutta la vita esponendo in diverse città, e ritraendo anche plasticamente la Lenglen. Cosa ancor più notevole fu soggetto d'arte, nel senso che fu presa da modello sia da poeti e scrittori che da artisti.
Diego Rivera e la moglie Frieda Kahlo furono ospiti dei Moody-Wills, e Rivera la ritrasse come soggetto principale in un murales intitolato Allegoria della California perché riteneva che era per merito suo che la California si era fatta conoscere in tutto il mondo. Calder, il grande scultore e pittore, ne fece il suo modello per una scultura che, se non erro, fu battuta a 3.850.000 dollari nel 2009 e che potete vedere qui. E Charlie Chaplin (uno piuttosto attento al fascino femminile) rispose a chi gli chiedeva quale fosse la più bella cosa che mai avesse visto : "Le movenze di Helen Wills mentre gioca a tennis".
Perchè dunque non è considerata come lo fu e lo è la Lenglen? Cercherò di dire qualcosa di più tra una settimana, ma intanto ecco un parere di Bill Tilden in controcanto: "Fu la più fredda e egocentrica campionessa di tennis mai conosciuta. Il suo completo disinteresse verso gli altri giocatori e la sua determinazione a giocare solo quando voleva lei non le fecero dare alcun contributo all'avanzamento del gioco del tennis e neppure allo svilupparsi delle nuove generazioni".

Pubblicato su Ubitennis il 19 aprile 2011