mercoledì 31 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: Short Players

..come agli dei, a Maradona si perdona tutto..
 
Quell'attaccante è troppo grande. No, troppo piccolo. Troppo magro, troppo grasso. Questione di gusti? Questione di mode o di moduli?

Già, perché negli anni '90, l'attaccante doveva essere alto almeno 1 e 90 e pesare 90 chili di muscoli. Boksic, Vieri e Weah erano il modello. Ovviamente con eccezioni come Chiesa o Signori. Però si puntava a quello standard, all'attaccante di sfondamento. Al Bierhoff che scardinasse le difese e risolvesse le partite con un colpo di testa su calcio d'angolo. Era un calcio bloccato, le difese avevano bisogno di rilanciare la palla e trovare una torre che la difendesse per rifiatare. Il puntero doveva essere massiccio. Tanto da cercare di modificare il fisico e mettere a rischio tendini, muscoli e articolazioni.

Come nel caso di Ronaldo (quello vero, quello brasiliano). Arrivò in Italia molto più magro, con una massa muscolare molto meno accentuata di quando la lasciò. Poi iniziò a mettere su chili, prima di muscoli, poi di altro, ma questa è un'altra storia. Ci si è riprovato con Pato. Arrivò qualche anno fa in Italia meno muscoloso di quanto non lo sia ora: che ciò possa essere una concausa dei suoi problemi muscolari?

Alla fine la moda cambia, per necessità o per virtù, e quest'anno saremo costretti a fare i conti con attaccanti d'altezza minore. Andati via Ibrahimovic, passano di moda i Borriello, rimangono i short players. D'ingaggio, di statura e di età.

Soprattutto sono giovani. Prima, Giovinco era considerato troppo basso e minuto per giocare nella Juve, ora sta diventando una pedina chiave anche della Nazionale: effetto moda Barcellona? O effetto dell'antico far di necessità virtù?

Comunque, anche questo conta relativamente: Maradona non era alto, non era magro e non era muscoloso; e nessuno gli ha mai detto che non andava bene. E Messi è considerato il migliore di questi tempi di difensori comunque muscolari.

Cambiano i tempi, cambiano le mode, i pesi e le misure; rimane solo il genio calcistico. Quello sì, rimane senza misure e senza tempo.
 
 
Pubblicato su Datasport e Italiagermania4-3.com il 26 ottobre 2012
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martedì 30 ottobre 2012

Football Clan: Introduzione alle mafie nel calcio - Prima Parte

In cinque puntate a cadenza settimanale vogliamo raccontarvi un libro appena uscito, Football Clan, e ragionare con voi dello sport più bello del mondo e di quali rischi corra in Italia. E parleremo anche di Maradona e di un calcio trasformato a partire dal Mondiale argentino dei Colonnelli, di Balotelli e delle foto compromettenti di molti giocatori di oggi.

 
 
 
 
Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, Football clan. Milano: Rizzoli, 2012. Collana Saggi, 288 p., 17 euro. ISBN : 17059008

lunedì 29 ottobre 2012

Margaret duPont, campionessa di un altro tennis

Riconsideriamo la storia di una tennista che molto ha influenzato il tennis femminile. Margaret Osborne duPont ci ha lasciato il 24 ottobre a 94 anni, regalandoci un’esistenza dedicata al tennis e ai valori più nobili dello sport.

 

..in bello stile..
 
 
Mentre a Istanbul le migliori tenniste del 2012 si affrontavano per il Masters di fine anno, si è spenta il 24 ottobre, a 94 anni, una delle leggende del tennis americano e mondiale: Margaret Evelyn Osborne, maritata duPont.
La sua scomparsa ha avuto una discreta eco sugli organi di stampa specializzata, in primis in America, ma anche da noi diverse firme e diversi giornali hanno commentato questa notizia; segno non solo della sua influenza come tennista, ma anche di quanto si sia distinta in classe ed eleganza, oltre che in amore per questo sport, nell’arco di una lunga vita. Non a caso Billie Jean King la indicò come uno dei suoi modelli, she-roes, dice lei: “È stata una delle mie eroine e ha avuto una grande influenza su di me sia dentro che fuori dal campo. Spero che i ragazzi e le ragazze che vogliano iniziare una carriera tennistica leggano di lei, perché la sua vita non è stata dedicata soltanto a vincere partite, ma anche ad aiutare e consigliare gli altri”.
Al di là dei numeri impressionanti che l’hanno fatta entrare nell’International Tennis Hall of Fame già nel 1967, alla fine rimangono di queste personalità la dedizione allo sport e la fitta rete di relazioni amicali e affettuose instaurate nel corso di una intera vita e che danno ai risultati sportivi una veste ancor più mitica.
Ricordiamo brevemente i suoi record: in singolare iniziò a vincere tornei dello Slam nel 1946, nel 1947 fu classificata n. 1 al mondo e nel 1949 visse il suo exploit vincendo Roland Garros, US Championships e finendo finalista a Wimbledon. Ricordiamo che non partecipò mai allo Slam australiano, ecco perciò come i suoi 6 titoli siano significativi di una classe cristallina, in un’epoca difficile, nel dopoguerra in cui alcuni passavano tra i professionisti, ma per altri, come la duPont, il tennis rimaneva un divertente passatempo, una forma d’arte slegata da altri fattori. Infatti diceva: “Per me è sempre stato solo tennis, tennis, tennis. Non so perché, ma lo amavo e l’ho sempre amato”.
Ancora più notevole la sua carriera di doppista: principalmente con la prediletta compagna Louise Brough Clapp (ancora vivente alla bell’età di 89 anni). Iniziò a vincere Slam nel 1941, per chiudere il ciclo vincente, ma non le competizioni, nel 1957 a 21 titoli, 13 US Championships di cui 10 consecutivi (1941-1950). Se sommiamo anche i titoli in doppio misto (accompagnandosi anche a Neale Fraser) raggiungiamo la strabiliante cifra di 37 tornei dello Slam che le consentono di porre la firma come quarta di questa speciale classifica dietro solo a campionesse come Margaret Smith Court, Martina Navratilova e Billie Jean King.
Nel 1947 sposò William duPont Jr. da cui ebbe un figlio nel 1952. Va da sé che continuò a vincere anche dopo la maternità, ed è una delle poche donne ad avere questa particolarità. A questo matrimonio si lega il motivo per cui non andò mai in Australia: semplicemente il marito non glielo lasciò fare, la minacciò di divorzio. Un peccato per il suo ruolino di campionessa, anche considerando che poi si separarono comunque… Alla fine scelse di vivere con un vero sportivo, Margaret Varner Bloss.
Anche da questo denotiamo parte del suo carattere. Tutti la ricordano come d’animo gentile, addirittura accondiscendente, leale in campo e fuori, non ossessionata dalla vittoria. E così forse si spiegano anche le tre finali perse contro l’amica compagna di doppio, la quale forse aveva un po’ più di fame sportiva della nostra Margaret. Le parole di Tony Trabert dicono molto a questo proposito: “Ho visto molte volte giocare Margaret ed era una fuoriclasse, soprattutto in doppio, come si può notare dai suoi record. L’ho sempre trovata una persona genuina, simpatica e di grande sportività. È stata un’incredibile ambasciatrice per il nostro sport”. Gianni Clerici è dello stesso avviso e ci aiuta a inquadrare la sua parabola tennistica in quel particolarissimo periodo di trasformazione del mondo della racchetta. Anche per le donne il gioco si evolveva; e di conseguenza si evolvevano le giocatrici.
Quella generazione americana, discendente diretta da Alice Marble, è stata il tramite che avrebbe portato a Billie Jean King, alla Navratilova, per poi passare dalla Graf e giungere alle beniamine d’oggi. Quella generazione americana fu abbondante di talento, non solo le due summenzionate, ma anche Pauline Betz, Doris Hart, Shirley Fry e Althea Gibson. Erano moderne e antiche allo stesso tempo, eleganti eppure vere combattenti in campo.
Si è spenta dunque una delle memorie storiche di questo gioco che però non era legata solo a un mondo antico e sorpassato, ma bensì seguiva con molto interesse anche il tennis d’oggi, con una predilezione per l’Andy Murray di quest’anno. “Però”, diceva, “ora colpisci la palla più forte che puoi e di quando in quando ti avvicini alla rete. Non c’è molta attività cerebrale in questo. E, ovviamente, l’evolversi della tecnologia delle racchette ne ha fatto uno sport completamente diverso”.
Per una abituata ai gesti bianchi, alle volée il più variate possibili, al serve and volley, al rovescio monomane, dev’esser stato come vivere una rivoluzione copernicana.
 
 
Articolo pubblicato su Ubitennis e su Vavel il 27 ottobre 2012
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venerdì 26 ottobre 2012

Da un video su Ken Rosewall

TENNIS - Vi proponiamo in traduzione un interessante articolo di Steve Tignor su Ken Rosewall, sul suo stile, sui suoi colpi magistrali, in particolare del suo rovescio ormai leggendario.

 
 
 
Nelle prime battute del suo match di mercoledì 10 ottobre, a Shangai, contro Federer, Lu ha messo in mostra un passante di rovescio in slice che si è risolto in un vincente. Difficilmente si vedono di questi colpi che vanno a segno al giorno d'oggi, come ha giustamente chiosato il commentatore di Tennis Channel Doug Adler. E ha poi aggiunto che gli ricordava un rovescio di Rosewall.
 
Io non ho mai visto giocare Rosewall dal vivo, ma avendolo studiato in diversi video ne so abbastanza dell'australiano, ironicamente chiamato Muscles, Muscoli, per intendere perfettamente quello che Adler voleva dire.
Rosewall aveva un colpo che oggi non esiste più: lo slice di rovescio d'attacco, che era un colpo assai più vicino a una palla piatta, come magari usa di più ora. Nel suo recente libro "The Greatest Tennis Matches of All Time", Steve Flink ha classificato il rovescio di Rosewall come il secondo miglior rovescio della storia del tennis, subito dopo a quello di Don Budge. Scrive Flink: "Il suo rovescio funzionava per ogni combinazione: negli scambi, come passante, come lob e anche come risposta al servizio".
Dopo il passante di Lu sono allora andato a cercare qualche vecchio video dei rovesci di Rosewall. Il migliore che ho trovato su YouTube è quello fatto da Kevin Rosero da una vecchia registrazione della finale degli U.S. Open a Forest Hills, dove Rosewall battè il connazionale Tony Roche.
 
Finora ho sempre cercato di utilizzare video che si possono legalmente postare, ma ho visto che sempre più ne trovo con la scritta “Embedding disabled by request”, suppongo per richiesta dei detentori dei diritti (la CBS o la USTA). Questo video, però, non potevo non condividerlo, visto che è una specie di Giardino dell'Eden del tennis vecchio stile che io mi porto dentro. I miei appunti a riguardo li trovate qua sotto.
 
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- Il primo scambio del video esemplifica la tesi di Flink: Rosewall incomincia con una delicata risposta di rovescio che cade poco dopo la rete, ricaccia indietro Roche con un lob di rovescio, poi colpisce due buone volée di rovescio prima di chiudere un'altra, di diritto e vincente. Per un attimo ho pensato che Rosewall stesse per agitare il pugno come Nadal dopo quest'ultimo colpo, ma era solo la mia mentalità moderna a farmelo credere. Non sarebbe stato lo stile di Rosewall, ovviamente.

- È dura da credere che Roche fosse la stessa eminenza grigia che si vede in giro per i tornei di oggi. Ai tempi era più vicino a un taglialegna, con un potente servizio e una volée di rovescio che sembrava non perdonasse (Flink la classifica seconda dopo quella di Edberg). Roche usa una racchetta d'alluminio, sembrerebbe una Slazenger Smasher o una Chemold, che dà ai suoi colpi un sordo rumore, che potrebbe però benissimo essere uguale a quello di una racchetta di legno. Roche perse la finale Open l'anno precedente contro Rod Laver in quattro set (fu il sigillo finale del Grand Slam di Laver) e perderà in quattro set anche questa volta.

Nelle discussioni sulla storia del tennis, Rosewall è sempre stato all'ombra di Laver: è comprensibile, seppur ingiusto. Le sue credenziali sono solidissime e la sua longevità eccezionale. Ha vinto otto majors, quattro prima di diventare pro nel 1956 e quattro a partire dal 1968, cioè dopo l'inizio dell'era Open.
Ci piace immaginare quanti Slam avrebbe vinto Laver se non ne fosse stato inibito per cinque anni. Ma quanti ne avrebbe vinti Rosewall, che non potè parteciparvi per ben undici anni? Tanto per dire, vinse il primo Slam dell'era Open, il Roland Garros del 1968, proprio su Laver; quattro ne vinse dopo i 33 anni e inoltre rimane tuttora il giocatore più anziano ad aver vinto uno Slam, nel 1972 aveva infatti 37 anni quando conquistò gli Australian Open. Addirittura, due anni dopo, a 39 anni, raggiunse la finale sia a Wimbledon che agli U.S. Open.
Ma Rosewall fu prolifico anche nei suoi anni ruggenti, trionfando in ben 15 majors del circuito pro: gli U.S. Pro, il Wembley Pro e il French Pro.

- Al minuto 3:35 di questo video, Rosewall sferra un passante incrociato di diritto che si rivela vincente: lo controlla magistralmente, come se lo telecomandasse. Il suo stile di gioco era semplice e artistico allo stesso tempo. A partire dal servizio, non c'era nulla di stonato nel suo gioco o nel suo modo di stare in campo.
Uno dei suoi primi e grandi ammiratori fu il leggendario ed elegante René Lacoste. Ecco come il giornalista Al Laney descrive il momento in cui, assieme a Lacoste, videro per la prima volta Rosewall che giocava all'Orange Lawn Tennis Club nei primi anni Cinquanta. Un artista che ammira il lavoro di un altro artista.

“Spalle al campo” scrive Laney “ho visto il viso di Lacoste illuminarsi come se si fosse accesa una lampadina. Mi giro e c'era Rosewall che scambiava con Dick Savitt. René si rizzò sulla sedia e io mi spostai per lasciargli libera la visuale, convinto che ammirasse Savitt, campione di Wimbledon. Quando iniziai a parlargli di Savitt come il miglior amatore del mondo, però, Lacoste disse: "No, no; sto guardando il piccoletto. Che giocatore meraviglioso, e così giovane!". Quel giorno vinse Savitt, ma Lacoste predisse: "Avrebbe potuto battere Levitt anche oggi, se solo si rendesse conto di quante capacità abbia, ma non c'è da preoccuparsi, lo scoprirà presto".

Con questo video riusciamo senz'altro a farci un'idea di quanto quel "piccoletto" riuscì ad esprimere il suo talento.
 
Pubblicato su Ubitennis il 15 ottobre 2012

giovedì 25 ottobre 2012

Mi ritorni in mente: Il primo derby non si scorda mai

 
 
Ieri, 18 ottobre, era il compleanno del derby di Milano; il 104esimo anniversario del primissimo incontro/scontro tra milanisti e interisti che avvenne all'estero, in Svizzera, nel 1908.
Da circa 6 mesi, 44 appartenenti al Milan Foot-Ball and Cricket Club si erano staccati per fondare una società nuova, il Foot-Ball Club Internazionale; i motivi del distacco erano legati all'opportunità o meno di tesserare giocatori stranieri nelle proprie fila, ed ecco spiegato anche il motivo di quel nome: Internazionale.
Dunque erano trascorsi solo pochi mesi dal dissidio, ma in Svizzera andarono entrambe le squadre a giocare la Coppa Chiasso, una manifestazione di una giornata che si teneva per il terzo anno consecutivo, sarebbe poi stato anche l'ultimo, e a cui il Milan aveva sempre partecipato. Fu l'occasione per la prima di una lunga serie di confronti sportivi e non, e il battesimo di uno dei più noti e celebrati derby del mondo. Non si sa molto di quella giornata, non c'erano le televisioni ad ogni angolo fuori e dentro il campo come ora; non c'erano inviati da tutto il mondo, decine di migliaia di tifosi, twittate con cui cinguettare e scambiare foto. Possiamo solo immaginarci com'era e cos'era il calcio nel 1908 e appoggiarci a scarni resoconti di qualche giornale come La Lettura Sportiva, La Gazzetta o il Corriere della Sera. Non si è sicuri nemmeno del tabellino: come è giusto che sia, le origini di una storia così non possono altro che essere mitiche e affondare in una memoria magica. Stando a queste storie, in finale il Milan avrebbe prevalso sull'Internazionale per 2 a 1; vennero giocati due tempi da 25 minuti l'uno e gli spettatori dovrebbero essere stati circa 2000 per un incasso di 400 franchi svizzeri.
I giocatori si saranno mossi in treno, non in aerei privati, come fosse una scampagnata. Si giocava di domenica, perché gli altri giorni si lavorava, e non nei campetti di Milanello o di Appiano Gentile, ma nelle fabbriche e nelle botteghe. Non c'erano di certo integratori, ma del vino casereccio a irrobustire le forze e cestini da picnic imbottiti di salumi per il viaggio.
Fu il pioneristico preludio di tanti altri match tra le due squadre, ad iniziare dal primo scontro in campionato che occorse tre mesi dopo, in una fredda domenica di gennaio del 1909: ancora il Milan a vincere per un goal di distacco, 3 a 2 stavolta.
Dei derby di ora sappiamo tutto, forse anche troppo; ci piace però l'idea di avere almeno una scorta di partite mitiche da fantasticare ognuno nella propria testa, secondo il proprio gusto e secondo il proprio tifo. E pazienza se non c'era la moviola a far discutere per tutta la settimana successiva..
 
 
Pubblicato su Datasport.it e su Italiagermania4-3.com il 19 ottobre 2012