lunedì 3 giugno 2013

Elliot Erwitt


..se io mi ritrovassi a New York,



e volessi fare un salto in Europa, dove mi ritroverei?



..a Roma, kaputt mundi..



Elliott Erwitt, al secolo Elio Romano Erwitz (Parigi, 26 luglio 1928), è un fotografo francese specializzato in fotografia pubblicitaria e documentaria, noto per i suoi scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche ed assurde di tutti i giorni. Wikipedia dixit.


domenica 19 maggio 2013

Firenze alla ricerca delle radici del Rinascimento

Dal 23 marzo al 18 agosto 2013 Palazzo Strozzi, a Firenze, ospita la mostra La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460. È una mostra interessante sotto diversi punti di vista, per certi tratti addirittura innovativa, e che si focalizza sulla scultura, considerata come capofila trainante delle altre discipline nel Rinascimento.






È infatti difficile da crederlo, ma il Rinascimento nell’Arte, che nel nostro immaginario è associato agli immortali affreschi e dipinti di MichelangeloLeonardo Raffaello, e all’architettura magnificente del Brunelleschi, in realtà inizia con la scultura. All’interno delle sale di Palazzo Strozzi, il visitatore è guidato in un percorso che tocca le radici che affondano nel Medioevo – il Medioevo di Giotto Arnolfo di Cambio – per passare attraverso le formelle del Battistero di San Giovanni scolpite da Brunelleschi e da Ghiberti, fino ad arrivare alle sculture monumentali, civili e religiose insieme, di Donatello: imponente è la Protome Carafa, una testa di cavallo di oltre due metri che richiama il celebre monumento equestre bronzeo del maestro fiorentino, quello del Gattamelata in Piazza del Santo a Padova, e da mozzare il fiato è poi il suo San Ludovico di Tolosa, che con i suoi quasi tre metri di altezza sembra un gigante buono rannicchiato in una sala, però è un gigante leggiadro, con i suoi panneggi morbidi e ariosi, il viso giovane e sereno, luccicante nel bronzo dorato appena restaurato.
Non manca inoltre il confronto con architettura e pittura: il modello ligneo coevo della Cupola di Santa Maria del Fiore, e le tavole di MasaccioFilippo LippiPaolo Uccello e Andrea del Castagno.
Non è certo una mostra facile o di appeal immediato: però è coraggiosa nell’esplorare la nascita Rinascimento e si avvale della stretta collaborazione con il Museo del Louvre, infatti questi capolavori si trasferiranno a Parigi dove faranno bella mostra di loro dal 26 settembre al 6 gennaio 2014.
E non è solo una mostra fine a sé stessa: per la sua preparazione il Louvre e Palazzo Strozzi hanno appositamente restaurato quattordici capolavori italiani e fiorentini, tra cui lo stesso San Ludovico del Donatello, immagine simbolo dell’esibizione.
Com’è d’abitudine per Palazzo Strozzi, c’è anche l’abbinamento a una mostra di arte contemporanea di giovani artisti che porta il titolo di Un’idea di bellezza. Una riflessione sulla bellezza e sul suo valore, su quanto sia o meno un valore condiviso oggi; in perfetto pendant con lo sfoggio della bellezza rinascimentale.
Dalla visita delle due rassegne nasce anche una provocazione: se il Rinascimento fiorentino è stato l’espressione artistica di una società ricca, politicamente evoluta, e nel contempo ne fu anche la causa; che cosa ci aspetta in questo tempo di crisi economica, ma anche culturale e politica? Quale bellezza ricerchiamo, e quale produciamo?
Per maggiori informazioni e orari si possono consultare il sito di Palazzo Strozzi, e le pagine dedicate alla mostra.

Pubblicato in www.jugo.it il 15 maggio 2013

venerdì 3 maggio 2013

..quella filigrana del viso dell'autore..


The doctor is in - Oggi parleremo degli autori e della filigrana che nascondono tra le righe d'inchiostro, reale o virtuale che sia






Una mia prof. d'inglese sosteneva una teoria letteraria che non ho (quasi) mai condiviso. E cioè, che non è importante sapere molto dell'autore per capirne l'opera. Non è di certo l'unica a sostenerla. Vero è anche che non è necessario conoscere uno scrittore per apprezzarne i libri, o gli articoli. 
Però ci sono delle analisi e delle ricerche bidirezionali che mi entusiasmano. Non solo indagare gli scritti partendo dall'autore, ma spiare l'autore partendo dai suoi scritti. Il problema è farlo rimanendo liberi dalle proprie inclinazioni e dai propri preconcetti.


Comunque: esiste davvero la possibilità di ricercare il viso dell'autore tra le pieghe dei suoi libri? Ho conosciuto tre autori di libri, a tre livelli diversi; e, ripensandoci ora, non so se sono stato influenzato e ormai vedo il loro volto nei loro libri o se l'averli conosciuti mi abbia aiutato a decifrare meglio il geroglifico che ogni scritto è.

Già, perché (quasi) tutti i libri potrebbero essere scavati e restituire belle gioie. Bisogna però saper scavare, avere in mano la piccozza giusta: conoscere personalmente un autore è un buon grimaldello. Consapevolmente o inconsapevolmente, chi scrive, al di là della tecnica, lascia delle tracce che, come Pollicino, è divertente seguire. Se conosci un autore lo rivedi nello scritto: ovviamente ci rivedi ciò che già conosci di lui, cioè l’idea che te ne sei fatto. Perché di una persona si può vederne solo l’87%: il rimanente 13% rimarrà sempre nascosto o travisato. Il cuore umano è un mare, e nel fondo, dove nuotano pesci mostruosi, c’è sempre buio. Meno male che in superficie si può nuotare..

Biondo o moro, bella o brutta, antipatico, egoista, bell’amico, brutta persona, gran cuore, corto di braccia, riservato e paranoico, donna in carriera o amante della natura.

L’importante è che tutti sembrino nascondere quel quid, il genius scribendi: quello è ciò che non vedrai mai, né nel loro viso, né nelle loro pagine.



mercoledì 20 marzo 2013

Tennis di carta… straccia


La lettura, tuttora in corso, di un libro appena uscito in Italia su Roger Federer ci dà l’impulso a spartire con voi lettori il disagio e la sofferenza che provocano alcuni prodotti editoriali che sembrano specchietti per allodole. Ci meritiamo davvero questo trattamento?  È forse il tennis terreno di far west letterario? Sarà forse un business per gli editori, ma non sempre è un affare per i lettori.




Prologo 1
Succede che una sera la mia compagna ritorna da un viaggio di lavoro con un regalo per me: un libro, fresco di stampa, su Roger Federer che si intitola Roger Federer il grande. Ringrazio cortesemente, ma sono combattuto. Mi ritrovo a pensare che i libri sul tennis, o meglio, sui tennisti, sono come quella canzone di Morandi: uno su mille ce la fa. Guardo il volume colorato, da bibliofilo e un po’ bibliomane lo annuso, guardo l’editore (Edizioni Mare Verticale), scruto le foto (7, a colori: tutte già viste), lo riapro per vedere le proporzioni tra il nero dell’inchiostro e il bianco della pagina, noto una soluzione editoriale che mi piace (il numero delle pagine centrato ai margini destro e sinistro), lo giro e lo rigiro e lo soppeso. Lo parcheggio sospettoso sul comodino.

Prologo 2
Per essere trasparenti: sono uno di quelli che si è avvicinato, o riavvicinato al tennis, grazie a Roger Federer. Ero stravaccato e annoiato su un divano inglese facendo zapping una domenica pomeriggio quando capitai sulla BBC e su una finale di Wimbledon. Rimasi praticamente folgorato sulla via di Damasco. Poi, da cosa nasce cosa; inizio ad interessarmi al tennis come sport, a giochicchiarlo un po’, a leggerne, a cercare di scoprirne la storia, eccetera. Come a me sarà capitato così per molti altri. Grazie Roger.

Parte prima: il libro più scorretto che ci sia
I prologhi erano purtroppo necessari per mettere in chiaro le seguenti due cose: i libri per me sono un oggetto quasi venerabili e Roger Federer per me rappresenta molto di più di quello che non rappresenti un qualsiasi altro tennista (al di là di considerazioni oggettive inerenti il tennis stesso, sia ben chiaro questo). Insomma, mi sono ritrovato tra le mani quello che poteva essere un connubio praticamente perfetto: una tentazione diabolica che solletichi le mie pulsioni più recondite e mi facesse fare nottata bianca nella lussuria (intellettuale) più sfrenata. Sono, però, ben conscio che i libri di tennis sono di due categorie riassumibili in un modo di dire fiorentino: o bene bene o male male. Ne parlò ben meglio di me David Foster Wallace quando esprimeva la sua delusione per un libro ben preciso (si veda How Tracy Austin Broke My Heart); il rischio di un libro di tennis è quello di non dire nulla o, peggio, di procurarti un senso di frustrazione infinito. Poi ci sono libri da divorare e mettere in una teca in bella mostra nel salotto di casa. Vie di mezzo non è possibile, sembra.
Per farla breve, una sera vinco la mia prima sensazione sgradevole e cercando di non farmi suggestionare mi accingo ad aprire il libro, anche perché lo sguardo di RF dalla copertina sembrava un monito (in realtà è la foto ad essere orribile: una smorfia mentre colpisce una vollée di rovescio e in bella mostra i marchi di racchetta e abbigliamento). So quello che non mi sarebbe piaciuto leggere: un panegirico di 414 pagine su quanto lo svizzero sia buono, bravo e bello. Ci arriveremo dopo, ora devo dirvi, non posso farne a meno, perché non riesco a spegnere la luce in queste ultime due sere; non perché rimango accalappiato dal libro e non riesco a staccarmene, ma perché non riesco a credere alla quantità infinita di errori tipografici ed editoriali di tutti i tipi. Non avrei mai creduto un libro potesse averne tanti. Soprassediamo sui refusi, uno ogni tanto può scappare – ci mancherebbe! - : ma le note non corrispondono, a volte si ripetono o sono fuori posto; ci sono parole che mancano (ve lo giuro! Ed è quasi sempre la parola ATP…) per cui ti ritrovi davanti a un apostrofo ramingo che implora pietà; le intestazioni dei capitoli non hanno senso, qualcuno ha un titolo, qualcun altro ha un numero progressivo, e così via. Insomma, un vero supplizio. E dire che il prezzo di copertina è di 18 euro. Non poco. C’è pure la crisi…

Parte seconda: il libro e il suo contenuto
Mi sforzo, cerco di essere zen, chiudere un occhio, alle volte tutt’e quattro, inghiotto amaro, e vado avanti alla ricerca, se non della forma, almeno del contenuto. Teoricamente, il contenuto, se possibile, è più opinabile della forma; d’altronde i libri sono fatti per i lettori e non viceversa: e ci sono molteplici categorie di lettori. Per cui mi limiterò a infierire sulle cose che per me non vanno. L’autore è Chris Bowers, giornalista, commentatore per la BBC e Eurosport, e anche ex giocatore di tennis: sono fiducioso. Partiamo dal titolo, che non sarebbe neppure male, Roger Federer il grande; mi richiama un po’ Pietro il grande e cose simili, potrebbe essere scherzoso, andiamo ancora avanti, con juicio, ma subito ci si imbatte nel titolo in originale inglese, Roger Federer the greatest: primo campanello d’allarme (la traduzione letterale sarebbe Roger Federer il PIU’ grande). Il campanello diventa campana quando scopro che è il terzo libro scritto dall’autore sul tennista svizzero (gli altri sono niente meno che Fantastic Federer e Roger Federer – Spirit of Champion) e che l’autore stesso dice che secondo lui non è necessario leggerli, visto che in questo ripercorre gli stessi temi. Poi le campane iniziano a suonare a distesa (tipo morte o elezione di papa) quando, più o meno alla terza riga, si dà per assodato che Federer è il miglior tennista di tutti i tempi. E qui parte l’orticaria, vedo Ubaldo, Tommasi e Clerici piegarsi in due dal ridere; sorrido un po’ meno io, che mi trovo tra le mani un papocchio del genere. In quanto libro regalato mi sento obbligato moralmente ad andare avanti. Mi tappo il naso e mi ci rituffo.
Vi risparmio comunque altri dettagli e arrivo al punto: due serate di nevrosi acute, combattuto tra il lanciare il libro fuori dalla finestra nonostante la pioggia battente e l’andare avanti (anche perché comunque il soggetto mi interessa, anzi, mi interesserebbe). Alla fine della fiera, sono a pagina 175 e le uniche cose che ho imparato sono le seguenti: Federer ancora non ha dato il suo beneplacito per una biografia autorizzata sebbene, come potrete immaginare, le innumerevoli profferte (si dice però che stia scrivendo le sue impressioni e le sue annotazioni per quando verrà il momento; quel libro magari lo comprerò senza se e senza ma, anche perché dopo questo articolo dubito che la mia ragazza me lo regalerà); Federer è stato un ragazzo come tanti altri che, grazie alla sua bravura e a tante circostanze favorevoli o meno e con l'aiuto di tante persone, è riuscito a far fruttare il proprio talento (tesi sconvolgente, vero?). L’autore solleva contro di lui (si fa per dire) solo la questione della Coppa Davis, cioè del suo rapporto con la nazione e la nazionale svizzera. Dice, in poche parole, che con il team rossocrociato non sono state tutte rose e fiori, nonostante lui ci tenga moltissimo, ça va sans dire; il perché vero non si sa, ce ne sono tanti; insomma: come per ogni panegirico che si rispetti la polvere va sotto il tappeto.
La questione ora è questa: continuo a forzarmi e leggo la seconda metà o alzo bandiera bianca, e invoco la Convenzione di Ginevra abbandonando questo libro che va a fare compagnia agli altri che non sono riuscito a terminare (pochi, ne cito due per esempio: L’uomo senza qualità di Musil e l’Ulisse di Joyce)? Sono graditi vostri consigli.

Considerazione conclusiva su alcuni libri aventi come oggetto tennisti
È una trappola! Quello che penso di questo libro e di molti altri suoi fratelli gemelli (abbiano in copertina Roger, Rafa, Nole, Schiavone o Pennetta non è importante) è proprio questo: sono trappole, vetrine luccicose che promettono il nulla e mantengono il peggio. Non caschiamoci (e dio sa quanto volte già ci son cascato come un allocco). Certo, non riguarda solo i libri di tennis, riguarda tutto il mondo dell’editoria (e altre sfere, dall’abbigliamento alle tecnologie), ma fermiamoci qui. Com’è possibile, mi chiedo e vi chiedo, che non ci sia rispetto per chi poi deve leggere queste cose? Non è snobismo il mio: un libro può e deve essere semplice, ma senza per questo essere semplicistico o banale! Se non avete nulla da dire, nulla da aggiungere alla biografia che si trova su Wikipedia, forse è meglio non scriverci sopra 400 pagine, ma un articolo con quelle due nozioni in più che avete carpito dagli amici di infanzia del campione di turno sotto tortura.
Tutta questa lunghissima tirata per avere un consiglio: ormai che ce l’ho, lo finisco il libro o qualcuno di voi me lo vuole ricomprare?

Pubblicato su Ubitennis il 23 marzo 2013
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/03/23/861979-tennis_carta_straccia.shtml

mercoledì 6 febbraio 2013

Arthur Ashe, i ricordi di un campione gentiluomo


Vent’anni fa moriva Arthur Ashe, grandissimo campione e grandissimo uomo. Simbolo della riscossa degli uomini di colore nella società civile e impegnato combattente per i diritti civili in America e nel mondo. Primo nero a vincere tre tornei dello Slam, ha lasciato tantissimi souvenirs, che andranno all’asta per garantire alla sua fondazione nuovi fondi.




Il 6 febbraio 1993 ci lasciava a soli cinquant’anni Arthur Ashe.
Penso che pochi tra i nostri lettori non sappiano, almeno per sentito dire, chi fosse, e quale posto occupi nella Storia del Tennis questo gran giocatore, ma soprattutto questo grande e coraggioso Gentiluomo.
Nel ventesimo anniversario della sua morte, e nel quarantacinquesimo della storica vittoria agli US Open, vanno all’asta alcuni suoi oggetti e ricordi, e saranno battuti a Los Angeles da Nate D. Sanders Auctions. Questi oggetti acquistano valore non solo per l’effettiva importanza sportiva e tennistica, ma portano con loro tutta la forza e l’energia delle battaglie del giocatore afroamericano. Le sue sfide sportive, quelle sociali, quelle umane, quelle che hanno coinvolto tre decadi della società moderna. Pensare che abbia portato sulle sue spalle, con stile, eleganza e onore indiscussi, le bandiere del riscatto dei ragazzi di colore sui campi da tennis, i diritti degli stessi giocatori professionisti di tennis, le istanze degli ammalati di cuore e di AIDS a metà degli anni Ottanta e Novanta, l’impegno civile e sociale, ci rende consci del potere che può avere una racchetta da giuoco nelle mani di un uomo.
E pensare che da piccolo era piuttosto goffo ed esilino, e non proveniva certo da famiglia ricca. Anzi, sua madre morì quando egli aveva sette anni, e il padre era piuttosto rigoroso nella disciplina e faceva il tuttofare. Esplose nel tennis quando a vent’anni venne convocato, primo afroamericano, nella squadra di Davis, era il 1963. Grazie al tennis riuscì a uscire dai limitati, e razzisti, confini di Richmond, Virginia e diventare il primo vincitore degli US Open, l’unico di colore ancora al giorno d’oggi. Come rimane l’unico uomo di colore a vincere Australian Open (1970) e Wimbledon (1975). Solo Yannich Noah, vincendo il Roland Garros (1983), Slam sfuggito al grande Arthur anche per colpa del nostro Bertolucci, è l’unico altro tennista dalla pelle nera a trionfare a così alto livello tennistico.
Il computer non lo registrò mai al numero 1 delle classifiche del singolare, lo fece invece Harry Hopman, che lo considerava tale nel 1968. Fu invece il numero uno tra i gentleman dei courts, solo Ilie Nastase, nel Masters 1975 di Stoccolma, riuscì a portarlo all’esaurimento nervoso, e a quanto pensa Clerici, sull’orlo dell’omicidio. Certo anche Connors lo doveva urtare parecchio se disse: “Giuro che ogni volta che nello spogliatoio incontro Connors devo forzarmi per non dargli un pugno in bocca”.
Le sue lotte più famose da tennista e uomo di colore risalgono ai primi anni ’70, quando fu uno dei giocatori a spingere per la creazione dell’ATP, nel 1972. Sempre in quell’anno denunciò la politica dell’apartheid del governo sudafricano, visto che lo esclusero dal South African Open negandogli il visto d’entrata: lui sostenne sui giornali che il Sudafrica avrebbe dovuto venir escluso dal circuito tennistico mondiale. Venne addirittura arrestato due volte (nel 1985 e nel 1992) a causa della sua attività di supporto dei movimenti civili americani.
Si ritirò dal tennis nel 1980, ma tante partite lo aspettavano. Di quelle civili abbiamo già accennato, ma fu così forte da affrontare con combattività (quella che a volte gli mancò sui courts) le malattie che la vita gli riservò. Nel 1979 dovette infatti iniziare a fare i conti con frequenti attacchi cardiaci che lo costrinsero a ripetuti interventi chirurgici. Sfortunatamente, durante uno di questi, avvenuto nel 1988, una trasfusione di sangue era infetta del virus dell’HIV. Lui e la moglie tennero nascosta la notizia fino al 1992, quando le sue condizioni divennero seriamente critiche. Anche perché, come disse: “L'Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, lo è stato la mia negritudine”. L’ultima missione che doveva compiere la portò a termine qualche settimana prima di morire: l’ultima stesura delle sue memorie “Days of Grace”, fatica che gli occupò parte degli ultimi anni terreni.
La memoria di Arthur Ashe rimane non solo nel famoso stadio degli US Open, ma anche nelle fondazioni che portano il suo nome e che negli anni continuano le sue battaglie: contro l’AIDS, contro le barriere razziali, per l’educazione allo sport e dei ragazzi. E proprio a loro andranno alcune percentuali dell’asta che si svolgerà e che avrà diversi cimeli assai interessanti dell’archivio Arthur Ashe.
Come i suoi diari dal 1972 al 1993; il passaporto del 1970, con il visto di entrata ottenuto finalmente dal Sudafrica; diversi trofei tra cui quelli degli Slam e della Davis (che capitanò alla vittoria), oltre a quelli giovanili; manoscritti dei numerosi discorsi che tenne sui diritti civili, sull’AIDS e sul razzismo; vestiti, uniformi di quand’era a West Point e divise della squadra di Davis. Insieme a curiosità piuttosto atipiche come un dente del giudizio, polsini, bastoni da passeggio, racchette, orsacchiotti, un’American express, braccialetti, stivali di cuoio italiano, cravatte, immancabili occhiali, cappellini, ciabatte, e la foto della sua prima ragazza (con dedica, da parte della ragazza). Se volete dare una scorsa a questi cimeli li trovate anche sul sito della fondazione a questo link: www.arthurashe.org
Vogliamo chiudere questo breve omaggio al grande Arthur citando un suo desiderio: “Non voglio venir ricordato per i miei successi sui campi da tennis”. Non ti preoccupare Arthur, la tua memoria va ben al di là di palline gialle e racchette.

Pubblicato il 6 febbraio 2013 su Ubitennis.com e Vavel.it