mercoledì 31 luglio 2013

..Ospitalieri inVolontari..


Secondo giorno di Ospitalieri volontari in quel di Valpromaro – Lucca. Paesino di 150 anime tra Camaiore (a 10 km) e Lucca (a 15 km) lungo la via Francigena.
Sulle guide non è indicato come punto di partenza né di arrivo. Troppo vicino (per un pellegrino) a Lucca e al Volto Santo, troppo vicino a Camaiore e Pietrasanta. Bene, non vogliamo iniziare la nostra prima esperienza con troppi pellegrini da accudire. Vogliamo una cosa intima. Da lume di candela, possibilmente chitarre e falò, grandi segreti svelati in confidenza - come accade tra sconosciuti - dopo un paio di bicchieri di vino.
Arriviamo perciò speranzosi, Sabrina ed io, carichi di voglia di essere Ospitalieri: mo’ ve lo facciamo vedere noi, come si fa gli Ospitalieri! Di più, arriviamo da pellegrini. Da Lucca a Valpromaro, solo 16 km, ma quello che ci serve per calarci nei personaggi. Indossiamo l’uniforme da pellegrino, poi la toglieremo per mettere quella di Ospitaliere. Già, ma che uniforme ha l’Ospitaliere?
Arriviamo e ci accolgono gli ospitalieri del turno prima, con quattro pellegrini. Tutto bene, tutto perfetto. Non vediamo l’ora di andare a dormire per risvegliarci, pulire tutto(!) e aspettare i NOSTRI pellegrini… Già, perché quelli mica erano i nostri: erano quelli del turno precedente!
Sveglia presto, pellegrini andati, si pulisce l’Hospital da cima a fondo. Si pulisce il pulito, ma non importa: de’, Noi Siamo gli Ospitalieri. E quindi ci mettiamo l’uniforme dell’ospitaliere: guanti in lattice, rigorosamente gialli, cencio alla cintola e mocho al posto del bordone – siamo un incrocio tra Madre Teresa e Cenerentola –. Tutto dovrà brillare e i pellegrini dovranno ringraziarci – possibilmente con lacrime agli occhi e lunghi abbracci – e noi dovremo faticare a restare umili.
Ore 10:00: Pulizie fatte, è l’ora della spesa. Comprare un po’ da ogni negozio autoctono (per non scontentare niuno), grandi sorrisi a tutti gli abitanti e fare di corsa: un pellegrino potrebbe fermarsi da un momento all’atro. La porta è rimasta aperta, ma non si sa mai, i pellegrini sono timidi: se non vedono nessuno magari manco s’affacciano. E non sia mai! Non vorremmo mai far loro perdere la meraviglia dell’incontro con due Ospitalieri come noi!
Ore 10:30: Siamo di nuovo nella Casa del Pellegino. Che si fa mentre si aspetta il Pellegrino? Pulito s’è pulito. Sabri fa l’insalata di orzo. Un chilo basterà? Certo, se arrivano torme di pellegrini affamati no, ma intanto qualcosa è pronto. Provviste ci sono. Il Diavolo in casa (la cassetta delle offerte libere) è stato generoso. Saremmo comunque pronti a tutto. Male che vada: patate e cipolle per tutti, ma condite con tanto affetto… Siamo pronti per elargire affetto di Ospitalieri: sotto al primo che tocca.
Ore 11:30: Iniziamo a fare i conti: dunque, se partono da Camaiore dovrebbero essere già passati (ci basterebbe qualcuno si fermasse per il caffè per iniziare); se partono da Lucca per Santiago pure. Vabbè: saranno in ritardo…
Ore 12:30: Io ho fame. Chiedo a Sabrina se possiamo mangiare: “NO! Se passa un pellegrino si mangia insieme!”.
Ore 13:30: Anche Sabri cede. Mangiamo. Preparo la tavola, due posti + un coperto. Non si sa mai arrivi qualcuno. Sai che figata se arriva e trova apparecchiato per lui e gli si dice con nonchalance: “Ti stavamo aspettando”. Mangiamo l’insalata di orzo pregustando la scena e intanto iniziamo a pensare alla cena e/o a cosa riservare ai nostri ospiti.
Ore 15:00: Piatti lavati, caffè bevuto – nonostante avessimo aspettato fino all’ultimo per accalappiare un pellegrino caffeinomane -, ci sediamo nella grande sala d’entrata, in faccia alla porta rigorosamente aperta. C’è un bel divano, faccio per sdraiarmici sopra: “NO! Sai che figura se ti vedono dormire sul divano! Non esiste!”. Mi tiro su docile, mi cascano le palpebre e mi ciondola la testa, mi siedo sulla panca di legno a leggere: comoda come il letto di un fachiro, ma almeno non mi addormento.
Ore 17:00: Sguardi preoccupati e tesi tra me e Sabrina. Ma dove sono i pellegrini? Gli ospitalieri che c’erano prima ne hanno sempre avuti! Io cerco di concentrarmi sul libro che sto leggendo senza successo, Sabrina scivola da una stanza all’altra. Sposta di mezzo centimetro a destra, o a sinistra – in base alla luce – il vaso di fiori.
Ore 17:30: Fumiamo un’altra sigaretta.
Ore 18:00: Inizia a piovere. Doppiamente contenti: i pellegrini dovranno fermarsi, se passano nelle vicinanze. E in più non devo bagnare le rose sul retro: raccomandazione principe dei custodi del luogo.
Ore 19:30: Calma piatta. Iniziamo a sospettare che oggi niente pellegrini… Ci consoliamo pensando che domani sarà ancora più bello averne, no?
Ore 20:30: Cena a base di insalata di orzo.
Ore 22:00: Nanna: domani sveglia presto: se i pellegrini partono da Camaiore, alle 7.30/8.00 son qui.
Ore 23:30: Ancora svegli: orecchio teso nel caso qualche pellegrino bussasse e dovessimo correre giù ad aprire la porta.

Terzo giorno da Ospitalieri: è sicuramente il giorno del primo pellegrino!
Ore 6:30: Suona la sveglia, giù dal letto, caffettiere pronte, marmellate aperte. Il primo pellegrino troverà tutto a sua disposizione, come i rifornimenti ai lati dei percorsi della maratona.
Ore 11:00: Nessun pellegrino all’orizzonte. Nel frattempo ho spazzato tutte le cicche in strada da qua alla fine del paese (nei due sensi), e Sabrina sforna torte alle mele come fosse una pasticciera svizzera al lunedì mattina.
Ore 13:00: Dopo due ore ci diamo il cambio di postazioni. Postazioni che sono: io seduto fuori dalla porta in atteggiamento a mezzo tra la piccola vedetta lombarda e il Tenente Drogo, Sabri seduta vicina al telefono che ripassa le istruzioni che ci hanno lasciato e a me sembra tanto un’adolescente di venticinque anni fa, accanto al telefono che non suona mai – un po’ Il tempo delle mele, se vogliamo -.
Ore 14:00: Bandiera bianca: pranziamo con dell’ottima insalata di orzo. La cui ciotola è oramai a metà, nonostante Sabri giuri e spergiuri di non aver affatto ecceduto nelle previsioni.
Ore 15:00: Abbozzo una pennichella subito ripreso dalla solerte compagna ospitaliera che mi mette in mano un pennello, olio di semi vari e mi chiede se per caso non voglio oliare qualche cardine che cigola.
Ore 16:00: Dopo aver oliato financo la porta della cuccia del cane della vicina e la voliera comunale alzo gli occhi e noto una rondine sotto il tetto. Non è primavera: che sia la reincarnazione di qualche pellegrino? In tal caso è il primo e unico viandante che approfitta del nostro rifugio.
Ore 17:00: Meritata merenda: eccellente scodella di insalata di orzo seduti sugli scalini della casa, sguardo perso nell’orizzonte vuoto: horror vacui peregrinorum.
Ore 17:30: Passa il pulmino dei gelati: unica attrattiva settimanale del paese. L’adolescente della porta accanto sfreccia e ritorna con un cono gigante e mi sogghigna, mentre io gusto impassibile l’ultima cucchiaiata di orzo, conscio della superiorità morale dell’Ospitaliere, che non può abbandonare la postazione divinamente assegnata et non pote cedere alle tentazioni della gola.
Ore 19:00: Iniziamo a dubitare del nostro karma. Sabri in particolare dubita del mio, io pure: dopo avermi cosparso il capo di cenere di incenso tibetano raccolto in una delle conchiglie del suo tredicesimo Cammino di Santiago, mi percuote entrambe le tibie (peroni inclusi) con un bordone in loco lasciato da un pellegrino svizzero nel ’45. Mentre cerca di farmi ingoiare un cappello di un romeo francese suona il venerando telefono delle prenotazioni. Salvato in extremis da una telefonata… della su’ mamma… Per mezz’ora sono dunque libero e faccio l’ennesimo giro del paese: minimo sei case su 150 abitanti hanno fuori appeso il cartello Vendesi, Affittasi, Locasi, Regalasi… I coyotes ululano alla luna nascente e io ritorno per cena. Insalata di orzo.

Quarto giorno di Ospitalieri volontari.
Ore 6:00: Suona la sveglia. Ripuliamo tutto. Sabri inizia, con tanto di megafono, le litanie dell’Invito del Pellegrino sul punto più alto della canonica attualmente Casa del Pellegrino: l’effetto muezzin è suggestivo e commovente. Il vicino è d’accordo fino a un certo punto.
Ore 7:00: Con il ventilatore a palla cerco di mandare fuori dalla finestra il profumo del caffè che sto mettendo su. Al terzo termos riempito iniziamo di nuovo a dare segni di cedimento e di qualche tic decisamente imbarazzante.
Ore 9:30: Con il timbro dell’ostello abbiamo istoriato le strisce bianche dell’asfalto da Montemagno a Valpromaro. L’effetto Giro d’Italia della via Francigena è a tratti scenografico.
Ore 11:00: Sabri è in cucina, pulisce con uno stuzzicadenti i buchi delle prese elettriche, io sul tetto tento di issare uno spinnaker con i colori della Francigena, del Papa, della bandiera arcobaleno della Pace, quelli del Tibet e come stemma ci sono la conchiglia, la croce, la palma, lo zio Sam, l’Unicorno e sullo sfondo il Vaticano, la Mecca, il Muro del Pianto e una statua di Lenin che abbraccia Mao.
Da lontano un puntino si avvicina claudicante. Inizio a percepire l’inconfondibile afrore pellegrino della stagione estiva, quando il pellegrino va in muta.
Triplo carpiato e sono in salotto, con Sabri stendiamo il tappeto rosso (e bianco) tessuto iersera a filigrana grossa, disponiamo le frecce deviatorie e innalziamo le barricate tipo ’68: One Way Only, unica via: il Nostro Ospitale.
Il subdolo pellegrino tenta di divincolarsi dalle nostre grinfie ma non c’è nulla da fare. Il malcapitato viene immesso a forza nella Casa del Pellegrino (del Pellegrino e quindi: DEVE entrarci) e legate le estremità inferiori alla seggiola, viene cortesemente invitato a pranzo.
Sabrina: “Enos vai pure a prendere l’insalata di orzo”.

Enos sospettoso si avvicina felpato al frigorifero e… “NOOOOOOOO, è finita l’insalata di orzo”.



mercoledì 24 luglio 2013

In Tibet con Flaviano Bianchini

Recensiamo uno dei libri che più ci hanno entusiasmato recentemente. Un viaggio portati nello zaino di un viaggiatore dagli occhi liberi e dal passo appassionato, allo scoperta clandestina del Tibet, ma, soprattutto, di un modo di viaggiare.




Oltre che essere un bel libro, In Tibet. Un viaggio clandestino di Flaviano Bianchini, è una miniera di spunti di riflessione sulla viandanza e sul movimento lento.
Non solo - anzi, non soprattutto – per chi non ha gustato le gioie e i dolori dell’andar piano, ma quasi con precedenza a chi è già “iniziato” alla logica dell’andare  a passo d’Uomo.
Flaviano Bianchini ci porta clandestinamente con sé in Tibet. Da anni si occupa di educazione ambientale e alla difesa dei diritti umani e di quelli della natura. Ha lavorato molto in America Latina e poi con organizzazioni come Amnesty International, Peacelink, e ora con Source International. Dall’America Latina è stato anche espulso, e quindi è pure un esperto di clandestinità. Se vi uniamo anche la passione per la montagna e l’abilità di viaggiatore “lento” (e di scrittore), è facile far intuire il fascino che questo libro emana.
Innanzitutto è scorrevole e semplice senza essere semplicistico, ma, ancor di più, ti aggancia e non ti molla fino all’ultima riga, come un film avvincente, come un Cammino intrapreso.
Ma dove ci porta davvero l’Autore? Non solo in Tibet, ma bensì in pellegrinaggio in Tibet. Un pellegrinaggio sui generis, poiché va a visitare i luoghi di Palden Gyatso, monaco tibetano per 33 anni incarcerato nelle prigioni cinesi e per motivi politici indesiderato in casa sua, con lo scopo di incontrarli e in seguito ritornare per raccontargli com’è ora il Tibet e il suo monastero.
Succede dunque che Bianchini debba entrare in Tibet da clandestino, perché è impossibile entrarci da viaggiatore curioso, solo da turista al seguito dei viaggi organizzati da compagnie cinesi autorizzate dal governo; e allora ecco che un italiano si fa clandestino (cosa rara al giorno d’oggi, sebbene sarebbe esperienza consigliabile per molti di noi, per provarne il significato sulla nostra pelle).
Anche perché il nostro viaggiatore non va direttamente alla meta, bensì dal monte Kailash a Lhasa, due luoghi sommamente sacri e venerati, e ci va a piedi, per 1.500 Km, da ovest verso est, attraversando il Tibet in compagnia di pellegrini, mercanti e nomadi. A piedi proprio come si muovono i tibetani. A piedi per entrare nello Spirito del Tibet, nella sua Storia passata e presenta. A piedi perché, citandolo: «Il viaggio a piedi è l’unico tipo di viaggio che consente di vedere nuove terre ma anche, come diceva Proust, di vedere con nuovi occhi».
Il racconto si dipana così tra incontri, fatti storici e leggendari, meraviglie naturali e aneddoti che ci guidano a conoscere un po’ più a fondo una terra e un popolo sacrificati dalle potenze mondiali sull’altare dei buoni rapporti con i governi cinesi.
Per fortuna l’Autore è anche critico, quando sente di dover esserlo, con i tibetani stessi. Non c’è traccia di falsa o costruita compassione che alle volte ci porta a causare addirittura maggiori guai alle popolazioni che, dall’alto della nostra supposta superiorità, noi Occidentali vorremmo “aiutare”, ma… a modo nostro!
E così questo libro è anche un ottimo strumento di indagine antropologica e storica, ma, oltre a ciò, a noi interessa un po’ di più come alla fine – e durante – la lettura sentiamo come un impulso a metterci in cammino, e la meta, davvero, quasi non importa.
A proposito di cammino, è stato illuminante leggere l’episodio di come il nostro viaggiatore si sia trovato in imbarazzo due volte per il suo bagaglio. Alla partenza, perché tutti reputavano il suo bagaglio troppo piccolo; in Tibet, perché i tibetani lo deridevano del suo zaino troppo pesante e pieno di cose inutili. E non è solo questione di punti di vista, magari da un mondo più povero economicamente e quindi abituato all’essenziale – anzi, all’indispensabile -, ma altresì di una differente concezione stessa del viaggiare: quando il viaggio a piedi è connaturato all’esistenza, basta un mantello che faccia anche da sacco per trasportare tè e burro di yak, il resto non solo è inutile, ma addirittura dannoso.
Per Bianchini l’odore del tè al burro di yak è l’odore del Tibet, e ce lo fa percepire anche attraverso le bellissime fotografie che impreziosiscono questo volume che ha ottenuto una meritatissima menzione speciale al Premio Chatwin “Viaggi di carta” 2010 come miglior libro di viaggio dell’anno.
Vi si perdona senz’altro, dunque, qualche piccolo refuso editoriale, vista anche la bibliografia davvero ben commentata e indispensabile, che va da Marco Polo a Tiziano Terzani. E proprio la voce di Terzani sembra risuonare nei toni a volte umoristici, a volte disorientati o disincantati, e nella fine attenzione al dettaglio sociale esemplificato da gustosi aneddoti che nascono dall’esperienza diretta. Da leggere, per fare un solo esempio, il racconto della visita ai piedi dell’Everest, tra occidentali che fanno letteralmente la fila per salire in vetta in comodità, e i portatori nepalesi che dormono all’addiaccio; ecco, lui si sente più solidale con quest’ultimi.
E noi con lui.
Anche perché, se per Flaviano Bianchini il viaggiare a piedi è ormai Il Viaggiare, a noi ci ha regalato la voglia di scoprire di più sul Tibet, ma, soprattutto, di indossare subito gli occhiali speciali del movimento lento.

Gli estremi del libro:
Flaviano Bianchini,
In Tibet. Un viaggio clandestino,
Pisa, BFS (A margine; 3), 2009, 201 p., ISBN 9788889413395, 18 euro.

giovedì 13 giugno 2013

..videodenuncia: palazzo vecchio in fumo..

La mala-gestione dei beni comuni si vede dalle piccole cose. Pubblichiamo un video in cui si può notare come a Palazzo Vecchio, nel bel corridoio che dà sul balcone che s'affaccia in Piazza della Signoria, ci sia la cattiva abitudine di fumare. Il soffitto in legno e le pareti affrescate non crediamo ne giovino particolarmente.


Per altri lavori mi trovavo in Palazzo Vecchio.
Tra il Salone de' Dugento e gli uffici comunali, c'è un bel, seppur angusto, corridoio che s'affaccia, dopo una diecina di scalini, su Piazza della Signoria. È il balcone che dalla piazza è ben riconoscibile perché ci sono le bandiere della città di Firenze, dell'Unione Europea e il tricolore italiano.


È un corridoietto dalle pareti dipinte in blu e rosso con motivi geometrici e floreali, mentre il soffitto è ligneo, dipinto anch’esso con motivi che si riferiscono alla volta celeste.
Non è parte del percorso museale, vi accedono solo i dipendenti comunali, tra cui gli assessori e i consiglieri, vista la vicinanza con il Salone de’ Dugento. 
È per questo che chi ci lavora lo utilizza come saletta da fumo? Sebbene la porta-finestra che dà sulla piazza sia sempre spalancata (anche d’inverno), è un buon motivo utilizzarla come refugium fumatorum? Ovviamente per non scendere giù a fumare.
Non è questione di moralismo, ritengo solo sia indicativo della mentalità che ancora, ahinoi, permea la nostra società.
Al di là del puzzo, della scarsa igiene e della scarsa salute che il fumo porta, al di là del fatto che mi risulta sia vietato fumare all’interno di un locale pubblico - e il palazzo comunale è per definizione un locale pubblico, quantomeno è un locale comune -, è sconcertante lo scarso rispetto per un luogo così simbolico, e proprio da parte di chi dovrebbe prendersene cura.
Sarò naïf, ma ho deciso che mi devo indignare di più.
Qua sotto trovate la foto e il video (purtroppo di scarsa qualità). 




martedì 11 giugno 2013

..preghierina del disoccupato..

Lavoro nostro, che sei nei cieli,
sia palesato finalmente il tuo nome,
venga il tuo stipendio,
sia firmata la lettera d'assunzione, 
come in originale così in copia.
Dacci oggi il nostro bonifico mensile,
rimetti a noi almeno il sussidio di disoccupazione,
come noi paghiamo l'IVA,
e non ci indurre in depressione,
ma liberaci dallo spleen esistenziale.



lunedì 3 giugno 2013

Elliot Erwitt


..se io mi ritrovassi a New York,



e volessi fare un salto in Europa, dove mi ritroverei?



..a Roma, kaputt mundi..



Elliott Erwitt, al secolo Elio Romano Erwitz (Parigi, 26 luglio 1928), è un fotografo francese specializzato in fotografia pubblicitaria e documentaria, noto per i suoi scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche ed assurde di tutti i giorni. Wikipedia dixit.