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martedì 12 febbraio 2019
Ultra(s): da Piombino a Baratti - 9 febbraio 2019
Ci sono dei periodi in cui certe parole, certi ragionamenti, costantemente si ripresentano sottoforma di discorsi orecchiati, di libri letti, di foto viste, etc...
Oppure sarà che si è più attenti a certi argomenti e quindi si è più ricettivi.
Sia come sia, nelle ultime settimane “ULTRA” è il leitmotif che percepisco attorno a me.
In realtà, lo è da sempre, lo è per tutti. Lo era per Ulisse che voleva andare ultra le colonne d’Ercole, lo era per Colombo, lo è per tutti coloro che si rifiutano di vivere nel tran tran delle proprie paure. Paure che sono sicurezze, ma a caro prezzo.
In questo periodo il mio Ultra è legato (anche, ma non solo) alla corsa. Ultra come Ultra Trail Running. Da quando, un po’ azzardatamente mi sono iscritto, per seguire mio fratello, alla competizione Ultrabericus: partenza il 16 marzo da Piazza dei Signori, Vicenza, arrivo nello stesso luogo, dopo un anello di 65 km e un dislivello positivo di 2500 m, da fare in un massimo di 13 ore. Possibilmente anche meno.
Fino all’anno scorso il massimo che pensavo di fare erano 21,0975 km: la distanza di una mezza maratona, su asfalto, pochissima pendenza (ovvero allenamenti in sicurezza, su strade frequentate, completo controllo dei carichi di lavoro, a pochissimi chilometri da casa).
Ora mi ritrovo ad allenarmi per ore, su sentieri (trail running = corsa su sterrato), in solitudine, in autosufficienza alimentare (seppure in percorsi comunque vicini alla civiltà: niente sessioni in cima ai vulcani, per capirsi).
È tutto un altro sport, è tutta un’altra filosofia. Altre sfide, altre motivazioni, nuovi stimoli, nuove paure.
Andare ultra, insomma, altrove, fuori dalla propria zona di sicurezza sopratutto per esplorarsi. Non per dimostrare niente a nessuno, ma per capirsi un po’ meglio (si spera).
Senza fare il passo più lungo della gamba, ma alzando sempre un po’ di più l’asticella...
Ultra, ultreya. Un po’ più in là, come l’augurio che ci si scambia sul Cammino di Santiago.
Ok, correre dunque. Ma correre come, cioè con quale spirito? È tutto lì il punto.
Insomma, avevo (ho) bisogno di un’ispirazione. Anzi, di una continua ispirazione e motivazione. Anche se è una cosa che piace, il divano è sempre più allettante (significativo come questo aggettivo abbia in sè la parola "letto")
Qualche settimana fa comprai un libro (e delle cartine topografiche) in una libreria specializzata in viaggi (si chiama On the Road - http://www.ontheroadlibreria.it/ - via Vittorio Emanuele II a Firenze: una bella libreria come dovrebbero essere belle – cioè piene di passione - le librerie).
Un libro dalla bella copertina che ho subito posizionato a decantare nello scaffale dei libri da leggere – in accordo alle mie tendenze Tsundoku.
Poi, come succede, è stato il libro stesso a dirmi: “Ehi, è venuto il momento di leggermi!”.
Non è semplicissimo trovare libri di argomento sportivo scritti bene. Per fortuna questo lo è (Terzani rende bene lo stile colloquiale, suppongo, col quale ha raccolto i racconti di Michele Graglia) e la storia appassiona, senza cadere troppo nell'autocompiacimento, altra trappola mortale per chi scrive di ciò.
La biografia è dunque quella di Michele Graglia, ligure capitato per lavoro a Miami, diventato quasi subito un modello di un certo successo, frequentatore della dolce vita americana (uso eufemismi) fino a quando, alla ricerca di un motivo per vivere (bene) si è imbattutto nella corsa, anzi nelle corse ultra.
E da lì parte tra cadute e ripartenze fino a diventare uno degli ultra runners più conosciuti (e vincenti).
Di questo libro mi rimangono:
- la storia di Fidippide (in una versione che ancora non avevo incontrato)
- ULTRA come andare oltre sè stessi, non per sfida, ma per conoscenza
- l'imperativo di divertirsi anche quando ci si "allena", o come dice qualcun altro, "io non mi alleno, io corro"
- la cura per l'aspetto mentale
- la cura per i dettagli (promemoria: senza diventare un fissato)
- la riconoscenza per chi ti è accanto e ti sostiene, riconoscere chi non ti sostiene e il perché, spesso non lo fanno apposta
E Madre Natura ripaga spesso, e volentieri. Da Piombino a Baratti e ritorno, lungo la via dei Cavalleggeri e i vari sentieri collegati, cercando di collegarmi alla natura, a me stesso, al fisico, alla mente...
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| ..Cala San Quirico.. |
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| ..alle volte anche ci si perde e i sentieri finiscono: non è una vergogna tornare sui propri passi.. |
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| ..Santa Croce.. |
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| ..San Quirico.. |
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| ..promontorio di Punta Falcone, blu con vela.. |
E la cosa bella è che non solo l'allenamento, ma anche lo spirito determinano la tua fatica: insomma, c'è ancora voglia di una passeggiata al tramonto..
giovedì 15 novembre 2018
Vita da Rider - Firenze, ottobre 2018
Alcuni
hanno preferito non farsi fotografare o più in generale, chiaccherare, altri non
hanno avuto molti problemi. Tutti sono però, comprensibilmente, un pochino
“sospettosi”. D’altra parte fanno un lavoro in cui si trovano continuamente in
mezzo alla gente, per gran parte del tempo sono soli, e non hanno ancora un’organizzazione alle spalle solida. Un po’ perché il settore è
relativamente giovane (Deliveroo è stata fondata in Inghilterra nel 2013), un
po’ perché il rapporto è grandemente basato sulla distanza/vicinanza digitale, con i
suoi pro e i suoi contro.
In effetti, mentre attendevo il ritiro
di un sacchetto di cibo da consegnare, mi è capitato di ascoltare la cameriera di una nota catena, in centro, parlare in un inglese molto molto fluente.
Una conferma in più, se ce ne fosse
bisogno, che sapere una lingua straniera, e magari avere una laurea, al giorno
d’oggi è condizione necessaria ma non sufficiente per trovare lavoro, anche in
questo settore.
Un altro ragazzo italiano invece
ammette: sono gli stranieri che generalmente lavorano con Glovo (che ha da poco
acquistato la filiale italiana di Foodora) anche se pagano meno e le condizioni
sono peggiori. Inoltre qualcuno alle volte rifiuta delle consegne (un’opzione
che può comunque essere esercitata) se magari la distanza è troppa da fare in
bici, tanto c’è sempre qualcuno disposto a fare diversi chilometri per qualche soldo
in più.
Quasi tutti coloro con cui ho parlato
fanno questa attività a tempo pieno. Questo significa che in alcune giornate
(di 8-9 ore di lavoro: più consegni più guadagni) c’è chi si fa anche 40 km.
Alle volte, mi confidano, arrivi a casa e ti riposi un’ora e poi vai di filato
a letto. Il giorno dopo, porti la figliola a scuola, pedali, e sei di nuovo
cotto e pronto per dormire. Non parliamo di quando c’è brutto tempo.
Certo, ogni mestiere ha le sue
magagne, mi chiedo solo quanto a lungo uno possa fare questa vita. Alla fine di
sole tre o quattro ore di bici il mio fondoschiena reclamava almeno una
tregua ed ero quasi frastornato dal traffico...
Un altro, non più giovanissimo, mi ha
raccontato che era partito con una bici da città come la mia. Arrivava a casa
morto sfinito. Quindi ha prima preso una bici un po’ più ammortizzata, ora ha
una mountain bike che tiene sempre accanto a sé, assicura sempre con una catena
e ha un dispositivo gps in caso di furto.
Questo gli ha facilitato la vita, ma di certo c’è ancora molta strada da fare
per assicurare a questi lavoratori non solo tutta una serie di assicurazioni e
legislazioni da parte delle società o dello Stato stesso, ma anche un riconoscimento
sociale adeguato ai tempi.
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