mercoledì 20 marzo 2013

Tennis di carta… straccia


La lettura, tuttora in corso, di un libro appena uscito in Italia su Roger Federer ci dà l’impulso a spartire con voi lettori il disagio e la sofferenza che provocano alcuni prodotti editoriali che sembrano specchietti per allodole. Ci meritiamo davvero questo trattamento?  È forse il tennis terreno di far west letterario? Sarà forse un business per gli editori, ma non sempre è un affare per i lettori.




Prologo 1
Succede che una sera la mia compagna ritorna da un viaggio di lavoro con un regalo per me: un libro, fresco di stampa, su Roger Federer che si intitola Roger Federer il grande. Ringrazio cortesemente, ma sono combattuto. Mi ritrovo a pensare che i libri sul tennis, o meglio, sui tennisti, sono come quella canzone di Morandi: uno su mille ce la fa. Guardo il volume colorato, da bibliofilo e un po’ bibliomane lo annuso, guardo l’editore (Edizioni Mare Verticale), scruto le foto (7, a colori: tutte già viste), lo riapro per vedere le proporzioni tra il nero dell’inchiostro e il bianco della pagina, noto una soluzione editoriale che mi piace (il numero delle pagine centrato ai margini destro e sinistro), lo giro e lo rigiro e lo soppeso. Lo parcheggio sospettoso sul comodino.

Prologo 2
Per essere trasparenti: sono uno di quelli che si è avvicinato, o riavvicinato al tennis, grazie a Roger Federer. Ero stravaccato e annoiato su un divano inglese facendo zapping una domenica pomeriggio quando capitai sulla BBC e su una finale di Wimbledon. Rimasi praticamente folgorato sulla via di Damasco. Poi, da cosa nasce cosa; inizio ad interessarmi al tennis come sport, a giochicchiarlo un po’, a leggerne, a cercare di scoprirne la storia, eccetera. Come a me sarà capitato così per molti altri. Grazie Roger.

Parte prima: il libro più scorretto che ci sia
I prologhi erano purtroppo necessari per mettere in chiaro le seguenti due cose: i libri per me sono un oggetto quasi venerabili e Roger Federer per me rappresenta molto di più di quello che non rappresenti un qualsiasi altro tennista (al di là di considerazioni oggettive inerenti il tennis stesso, sia ben chiaro questo). Insomma, mi sono ritrovato tra le mani quello che poteva essere un connubio praticamente perfetto: una tentazione diabolica che solletichi le mie pulsioni più recondite e mi facesse fare nottata bianca nella lussuria (intellettuale) più sfrenata. Sono, però, ben conscio che i libri di tennis sono di due categorie riassumibili in un modo di dire fiorentino: o bene bene o male male. Ne parlò ben meglio di me David Foster Wallace quando esprimeva la sua delusione per un libro ben preciso (si veda How Tracy Austin Broke My Heart); il rischio di un libro di tennis è quello di non dire nulla o, peggio, di procurarti un senso di frustrazione infinito. Poi ci sono libri da divorare e mettere in una teca in bella mostra nel salotto di casa. Vie di mezzo non è possibile, sembra.
Per farla breve, una sera vinco la mia prima sensazione sgradevole e cercando di non farmi suggestionare mi accingo ad aprire il libro, anche perché lo sguardo di RF dalla copertina sembrava un monito (in realtà è la foto ad essere orribile: una smorfia mentre colpisce una vollée di rovescio e in bella mostra i marchi di racchetta e abbigliamento). So quello che non mi sarebbe piaciuto leggere: un panegirico di 414 pagine su quanto lo svizzero sia buono, bravo e bello. Ci arriveremo dopo, ora devo dirvi, non posso farne a meno, perché non riesco a spegnere la luce in queste ultime due sere; non perché rimango accalappiato dal libro e non riesco a staccarmene, ma perché non riesco a credere alla quantità infinita di errori tipografici ed editoriali di tutti i tipi. Non avrei mai creduto un libro potesse averne tanti. Soprassediamo sui refusi, uno ogni tanto può scappare – ci mancherebbe! - : ma le note non corrispondono, a volte si ripetono o sono fuori posto; ci sono parole che mancano (ve lo giuro! Ed è quasi sempre la parola ATP…) per cui ti ritrovi davanti a un apostrofo ramingo che implora pietà; le intestazioni dei capitoli non hanno senso, qualcuno ha un titolo, qualcun altro ha un numero progressivo, e così via. Insomma, un vero supplizio. E dire che il prezzo di copertina è di 18 euro. Non poco. C’è pure la crisi…

Parte seconda: il libro e il suo contenuto
Mi sforzo, cerco di essere zen, chiudere un occhio, alle volte tutt’e quattro, inghiotto amaro, e vado avanti alla ricerca, se non della forma, almeno del contenuto. Teoricamente, il contenuto, se possibile, è più opinabile della forma; d’altronde i libri sono fatti per i lettori e non viceversa: e ci sono molteplici categorie di lettori. Per cui mi limiterò a infierire sulle cose che per me non vanno. L’autore è Chris Bowers, giornalista, commentatore per la BBC e Eurosport, e anche ex giocatore di tennis: sono fiducioso. Partiamo dal titolo, che non sarebbe neppure male, Roger Federer il grande; mi richiama un po’ Pietro il grande e cose simili, potrebbe essere scherzoso, andiamo ancora avanti, con juicio, ma subito ci si imbatte nel titolo in originale inglese, Roger Federer the greatest: primo campanello d’allarme (la traduzione letterale sarebbe Roger Federer il PIU’ grande). Il campanello diventa campana quando scopro che è il terzo libro scritto dall’autore sul tennista svizzero (gli altri sono niente meno che Fantastic Federer e Roger Federer – Spirit of Champion) e che l’autore stesso dice che secondo lui non è necessario leggerli, visto che in questo ripercorre gli stessi temi. Poi le campane iniziano a suonare a distesa (tipo morte o elezione di papa) quando, più o meno alla terza riga, si dà per assodato che Federer è il miglior tennista di tutti i tempi. E qui parte l’orticaria, vedo Ubaldo, Tommasi e Clerici piegarsi in due dal ridere; sorrido un po’ meno io, che mi trovo tra le mani un papocchio del genere. In quanto libro regalato mi sento obbligato moralmente ad andare avanti. Mi tappo il naso e mi ci rituffo.
Vi risparmio comunque altri dettagli e arrivo al punto: due serate di nevrosi acute, combattuto tra il lanciare il libro fuori dalla finestra nonostante la pioggia battente e l’andare avanti (anche perché comunque il soggetto mi interessa, anzi, mi interesserebbe). Alla fine della fiera, sono a pagina 175 e le uniche cose che ho imparato sono le seguenti: Federer ancora non ha dato il suo beneplacito per una biografia autorizzata sebbene, come potrete immaginare, le innumerevoli profferte (si dice però che stia scrivendo le sue impressioni e le sue annotazioni per quando verrà il momento; quel libro magari lo comprerò senza se e senza ma, anche perché dopo questo articolo dubito che la mia ragazza me lo regalerà); Federer è stato un ragazzo come tanti altri che, grazie alla sua bravura e a tante circostanze favorevoli o meno e con l'aiuto di tante persone, è riuscito a far fruttare il proprio talento (tesi sconvolgente, vero?). L’autore solleva contro di lui (si fa per dire) solo la questione della Coppa Davis, cioè del suo rapporto con la nazione e la nazionale svizzera. Dice, in poche parole, che con il team rossocrociato non sono state tutte rose e fiori, nonostante lui ci tenga moltissimo, ça va sans dire; il perché vero non si sa, ce ne sono tanti; insomma: come per ogni panegirico che si rispetti la polvere va sotto il tappeto.
La questione ora è questa: continuo a forzarmi e leggo la seconda metà o alzo bandiera bianca, e invoco la Convenzione di Ginevra abbandonando questo libro che va a fare compagnia agli altri che non sono riuscito a terminare (pochi, ne cito due per esempio: L’uomo senza qualità di Musil e l’Ulisse di Joyce)? Sono graditi vostri consigli.

Considerazione conclusiva su alcuni libri aventi come oggetto tennisti
È una trappola! Quello che penso di questo libro e di molti altri suoi fratelli gemelli (abbiano in copertina Roger, Rafa, Nole, Schiavone o Pennetta non è importante) è proprio questo: sono trappole, vetrine luccicose che promettono il nulla e mantengono il peggio. Non caschiamoci (e dio sa quanto volte già ci son cascato come un allocco). Certo, non riguarda solo i libri di tennis, riguarda tutto il mondo dell’editoria (e altre sfere, dall’abbigliamento alle tecnologie), ma fermiamoci qui. Com’è possibile, mi chiedo e vi chiedo, che non ci sia rispetto per chi poi deve leggere queste cose? Non è snobismo il mio: un libro può e deve essere semplice, ma senza per questo essere semplicistico o banale! Se non avete nulla da dire, nulla da aggiungere alla biografia che si trova su Wikipedia, forse è meglio non scriverci sopra 400 pagine, ma un articolo con quelle due nozioni in più che avete carpito dagli amici di infanzia del campione di turno sotto tortura.
Tutta questa lunghissima tirata per avere un consiglio: ormai che ce l’ho, lo finisco il libro o qualcuno di voi me lo vuole ricomprare?

Pubblicato su Ubitennis il 23 marzo 2013
http://www.ubitennis.com/sport/tennis/2013/03/23/861979-tennis_carta_straccia.shtml

mercoledì 6 febbraio 2013

Arthur Ashe, i ricordi di un campione gentiluomo


Vent’anni fa moriva Arthur Ashe, grandissimo campione e grandissimo uomo. Simbolo della riscossa degli uomini di colore nella società civile e impegnato combattente per i diritti civili in America e nel mondo. Primo nero a vincere tre tornei dello Slam, ha lasciato tantissimi souvenirs, che andranno all’asta per garantire alla sua fondazione nuovi fondi.




Il 6 febbraio 1993 ci lasciava a soli cinquant’anni Arthur Ashe.
Penso che pochi tra i nostri lettori non sappiano, almeno per sentito dire, chi fosse, e quale posto occupi nella Storia del Tennis questo gran giocatore, ma soprattutto questo grande e coraggioso Gentiluomo.
Nel ventesimo anniversario della sua morte, e nel quarantacinquesimo della storica vittoria agli US Open, vanno all’asta alcuni suoi oggetti e ricordi, e saranno battuti a Los Angeles da Nate D. Sanders Auctions. Questi oggetti acquistano valore non solo per l’effettiva importanza sportiva e tennistica, ma portano con loro tutta la forza e l’energia delle battaglie del giocatore afroamericano. Le sue sfide sportive, quelle sociali, quelle umane, quelle che hanno coinvolto tre decadi della società moderna. Pensare che abbia portato sulle sue spalle, con stile, eleganza e onore indiscussi, le bandiere del riscatto dei ragazzi di colore sui campi da tennis, i diritti degli stessi giocatori professionisti di tennis, le istanze degli ammalati di cuore e di AIDS a metà degli anni Ottanta e Novanta, l’impegno civile e sociale, ci rende consci del potere che può avere una racchetta da giuoco nelle mani di un uomo.
E pensare che da piccolo era piuttosto goffo ed esilino, e non proveniva certo da famiglia ricca. Anzi, sua madre morì quando egli aveva sette anni, e il padre era piuttosto rigoroso nella disciplina e faceva il tuttofare. Esplose nel tennis quando a vent’anni venne convocato, primo afroamericano, nella squadra di Davis, era il 1963. Grazie al tennis riuscì a uscire dai limitati, e razzisti, confini di Richmond, Virginia e diventare il primo vincitore degli US Open, l’unico di colore ancora al giorno d’oggi. Come rimane l’unico uomo di colore a vincere Australian Open (1970) e Wimbledon (1975). Solo Yannich Noah, vincendo il Roland Garros (1983), Slam sfuggito al grande Arthur anche per colpa del nostro Bertolucci, è l’unico altro tennista dalla pelle nera a trionfare a così alto livello tennistico.
Il computer non lo registrò mai al numero 1 delle classifiche del singolare, lo fece invece Harry Hopman, che lo considerava tale nel 1968. Fu invece il numero uno tra i gentleman dei courts, solo Ilie Nastase, nel Masters 1975 di Stoccolma, riuscì a portarlo all’esaurimento nervoso, e a quanto pensa Clerici, sull’orlo dell’omicidio. Certo anche Connors lo doveva urtare parecchio se disse: “Giuro che ogni volta che nello spogliatoio incontro Connors devo forzarmi per non dargli un pugno in bocca”.
Le sue lotte più famose da tennista e uomo di colore risalgono ai primi anni ’70, quando fu uno dei giocatori a spingere per la creazione dell’ATP, nel 1972. Sempre in quell’anno denunciò la politica dell’apartheid del governo sudafricano, visto che lo esclusero dal South African Open negandogli il visto d’entrata: lui sostenne sui giornali che il Sudafrica avrebbe dovuto venir escluso dal circuito tennistico mondiale. Venne addirittura arrestato due volte (nel 1985 e nel 1992) a causa della sua attività di supporto dei movimenti civili americani.
Si ritirò dal tennis nel 1980, ma tante partite lo aspettavano. Di quelle civili abbiamo già accennato, ma fu così forte da affrontare con combattività (quella che a volte gli mancò sui courts) le malattie che la vita gli riservò. Nel 1979 dovette infatti iniziare a fare i conti con frequenti attacchi cardiaci che lo costrinsero a ripetuti interventi chirurgici. Sfortunatamente, durante uno di questi, avvenuto nel 1988, una trasfusione di sangue era infetta del virus dell’HIV. Lui e la moglie tennero nascosta la notizia fino al 1992, quando le sue condizioni divennero seriamente critiche. Anche perché, come disse: “L'Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, lo è stato la mia negritudine”. L’ultima missione che doveva compiere la portò a termine qualche settimana prima di morire: l’ultima stesura delle sue memorie “Days of Grace”, fatica che gli occupò parte degli ultimi anni terreni.
La memoria di Arthur Ashe rimane non solo nel famoso stadio degli US Open, ma anche nelle fondazioni che portano il suo nome e che negli anni continuano le sue battaglie: contro l’AIDS, contro le barriere razziali, per l’educazione allo sport e dei ragazzi. E proprio a loro andranno alcune percentuali dell’asta che si svolgerà e che avrà diversi cimeli assai interessanti dell’archivio Arthur Ashe.
Come i suoi diari dal 1972 al 1993; il passaporto del 1970, con il visto di entrata ottenuto finalmente dal Sudafrica; diversi trofei tra cui quelli degli Slam e della Davis (che capitanò alla vittoria), oltre a quelli giovanili; manoscritti dei numerosi discorsi che tenne sui diritti civili, sull’AIDS e sul razzismo; vestiti, uniformi di quand’era a West Point e divise della squadra di Davis. Insieme a curiosità piuttosto atipiche come un dente del giudizio, polsini, bastoni da passeggio, racchette, orsacchiotti, un’American express, braccialetti, stivali di cuoio italiano, cravatte, immancabili occhiali, cappellini, ciabatte, e la foto della sua prima ragazza (con dedica, da parte della ragazza). Se volete dare una scorsa a questi cimeli li trovate anche sul sito della fondazione a questo link: www.arthurashe.org
Vogliamo chiudere questo breve omaggio al grande Arthur citando un suo desiderio: “Non voglio venir ricordato per i miei successi sui campi da tennis”. Non ti preoccupare Arthur, la tua memoria va ben al di là di palline gialle e racchette.

Pubblicato il 6 febbraio 2013 su Ubitennis.com e Vavel.it

domenica 20 gennaio 2013

Djokovic la spunta su di un epico Wawrinka


Il numero 1 al mondo, Novak Djokovic, ha la meglio su Stanislas Wawrinka solo dopo una battaglia di oltre 5 ore con il punteggio di 1-6, 7-5, 6-4, 6-7 (5), 12-10. Accede così ai quarti dove l’aspetta il ceco Berdych. Partita da incorniciare, e finalmente un po’ di pepe su questi Australian Open.



Sembra che l’Australia prolunghi le partite sempre più al limite per il serbo Novak Djokovic. Dopo la finale eterna della scorsa edizione contro l’assente Nadal, un’altra entusiasmante ed epica lotta lo ha visto vincitore quest’oggi. Non era una finale, ma un incontro di ottavi che tutti consideravano banale per lui, il Robocop del tennis moderno. Tabellone agile, autostrade aperte e altre amenità abbiamo sentito in questi giorni, quasi dimenticando che uno Slam non è mai una passeggiata domenicale. E infatti gli ci son volute ben 5 ore e due minuti per aver ragione dello svizzero Stanislas Wawrinka con il punteggio di 1-6, 7-5, 6-4, 6-7 (5), 12-10. È un punteggio che parla da solo: è stato il miglior match del torneo sino a questo momento, forse la miglior partita del numero due svizzero e una girandola continua di emozioni e colpi da manuale del tennis del ventunesimo secolo. D’altra parte, Djokovic, nell’intervista di ieri sera andata in onda su Eurosport aveva giustamente decantato la consistenza di Stan, facendo notare che l’ombra di Federer lo ha penalizzato, ma che si trattava comunque di un osso duro, non per nulla da diverso tempo lo si trova tra i primi venti del mondo, e non per nulla si è presentato tra i canguri con il numero 15 delle teste di serie.
A queste dichiarazioni non sembrava però seguissero i fatti: pronti, via, e il campione uscente si trova sotto di un set a zero, perso 6-1 e scioccato dalla partenza sprint dello svizzero, che spinge ancora sull’acceleratore e nel secondo set va anche sul 4-1 e poi a due quindici dall’incamerare il secondo parziale. È forse questo l’unico vero rimpianto che Stanislas dovrà digerire prima dei prossimi tornei. Ed è questa la differenza tra un campione e un cannibale come Djoko. Messo in saccoccia con fatica l’1-1, inizia un altro match. Djokovic fa il Djokovic ma non riuscirà mai a scrollarsi di dosso il tignoso svizzero, che gli rimane con il fiato sul collo e con un tie-break ben gestito si porta sul 2-2. Il quinto set è da annali, come quasi tutti quelli che finiscono oltre il 7 a 5. Wawrinka si dimostra spesso coraggioso, annullerà alla fine ben tre match point giocando a tutto braccio, altre volte sembra avere un po’ di braccino, come nel nono gioco, quando, procuratosi quattro palle break lascia l’iniziativa all’avversario, e saranno le sue ultime chances di vittoria. Chiude infine Novak con un roboante 12-10 e una maglietta strappata all’incredibile Hulk, stesso gesto della finale dell’anno scorso, guarda caso…
Ora però, passata l’adrenalina, ci sarà da fare i conti con il recupero da questa faticaccia e affrontare Thomas Berdych, certo non uno che salta sempre sul treno che passa. Si sa che Nole si esalta nelle difficoltà e nelle imprese, ma dovrà stare attento al bombardiere ceco, che ha un’occasione d’oro tra le mani, anche se la superficie degli Australian Open non è velocissima e i suoi servizi faranno meno male di quanto potrebbero.


sabato 19 gennaio 2013

Gorgeous Gussie, la minigonna che fece scandalo

Se ne è andata da poco “Gussie” Moran, la prima donna ad aver indossato una minigonna sui campi da tennis. Fu a Wimbledon 1949 e contro di lei si scatenarono l’opinione pubblica e i benpensanti. Fu precorritrice, a sua insaputa, del tennis inteso come spettacolo e delle malignità che le giocatrici che osano attirano su di loro.





Cosa sarebbe il tennis odierno senza i bicipiti di Nadal e i fisici scolpiti dei maschietti, o senza le gambe lunghe della Sharapova o della Ivanovic in bella mostra? E senza i completini più o meno raffinati e colorati…
In tutti gli sport ci sono delle icone, vincenti o meno, ancora famose oppure ormai dimenticate. Il 16 gennaio scorso ci ha lasciato a 89 anni un’icona della storia del tennis, seppur poco conosciuta: l’americana Gertrude "Gussie" Agusta Moran. Non verrà mai ricordata per i brillanti risultati sul campo; al massimo raggiunse i quarti a Wimbledon nel 1950 e una semi nel 1948 agli US Championships, mentre in doppio misto ottenne una finale nello slam americano (1947) e una finale nel doppio misto del 1949 tra i sacri cancelli di Church Road, il luogo in cui portò niente di meno che il peccato e la volgarità.
Già, perché di lei tutti ricorderanno solo le mutandine aggraziate da pizzi assassini (citiamo Gianni Clerici).
Come andò? Andò che nel 1949 vinse i tre tabelloni dei campionati statunitensi indoor (il doppio misto con un certo Pancho Gonzales), e quindi si guadagnò l’accesso a Wimbledon come testa di serie n. 7. Per l’occasione chiese a Ted Tinling, ex tennista e già affermato stilista del nostro amato sport (lo sarà anche per grandissime come Navratilova, Evert, Wade, Goolagong e King), di disegnarle un bel completino. Lei di certo voleva far colpo, visto che meditava di scendere in campo con le maniche di colori diversi e un terzo colore per i pantaloncini. Per fortuna Tinling, che rivestiva il ruolo di anfitrione ufficiale di Wimbledon, non lo permise, anche per via della regola eburnea wimbledoniana, ma acconsentì a osare, e non poco. Per lei disegnò dei pantaloncini corti abbastanza da far intravedere le mutandine adornate da aggraziati pizzi: insomma, la prima minigonna sui campi da tennis. Ovviamente i fotografi facevano a botte per accaparrarsi i posti migliori (piano sottoterra) e, il mattino dopo, le foto di quella che era diventata in poche ore “Gorgeous Gussie”, la bella Gussie, fecero il giro del mondo. Perse quella partita, anche perché non riusciva a sopportare tutti quegli sguardi e le battute feroci. Come giustamente disse: “Non avrei causato più scandalo se mi fossi presentata sul campo completamente nuda!“. Di più, scandalizzò organizzatori, soci e invitati, tra cui la ultra ottantenne regina consorte Mary di Teck, alcune principesse della corte egiziana e tanti, troppi benpensanti. Partirono interpellanze parlamentari e Ted Tinling fu bannato dal sacro suolo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club per 23 anni con l’esplicita accusa rivoltagli da un socio: “Tu hai portato il peccato e la volgarità nel mondo del tennis”. Per fortuna all’epoca, vista anche l’aperta omosessualità di Ted, non c’erano più i roghi per gli adoratori del demonio…
Insomma, se Bunny Austin portò i pantaloncini corti, Suzanne Lenglen le maniche corte e gonne più comode, Fred Perry e René Lacoste le t-shirts, Gussie Moran fu l’involontaria bandiera delle minigonne. E lo fu nell’ancora puritano 1949. Ma non fu mai bandiera del femminismo o dell’emancipazione come potremmo intenderla al giorno d’oggi, lo furono molto di più Billie Jean King e Martina Navratilova qualche decennio più tardi. Lei, per esempio, non avrebbe mai osato una Battle of the Sexes. Si trovò molto probabilmente coinvolta in un gioco più grande di lei. La vediamo come una precorritrice della Kurnikova o delle sorelle Williams, o di Maria Sharapova. Una donna che ci teneva ad essere glamour, nulla di più. Sarebbe stata perfetta al giorno d’oggi. Invece, visto il clamore che suscitò, rimpianse spesso quel giorno sui courts più famosi del mondo e, difatti, l’anno successivo si presentò ai Doherty Gates molto più castigata nei costumi e negli atteggiamenti. Nel 2002 disse: “Ma in fondo che c’è di male nel trovarsi bene con il proprio corpo e i propri vestiti? Io non mi trovavo proprio a mio agio, forse ora sarebbe diverso”.
Ritornando a Ted Tinling, è necessario aggiungere la sua visione lucida del fatto, ancora più esatta se rivista con le lenti di noi spettatori dell’anno 2013: “Ho portato il peccato nel mondo del tennis perché il tennis non poteva più autofinanziarsi come semplice sport. Doveva mutarsi in spettacolo”. E infatti la parabola della bella Gussie si evolse proprio in quella direzione. Pochi mesi dopo si aggregò al circo del tennis professionistico (guarda caso proprio con Bobby Riggs), dove richiamava gli spettatori più per la sua immagine e i pettegolezzi che per il suo tennis (peraltro fu una dignitosissima mancina). Anche lì le cose non andarono bene, e si trovò a dibattersi sempre tra matrimoni falliti, cattivi investimenti finanziari, periodi buoni (qualche comparsata in qualche film, qualche pubblicità), e altri decisamente meno, come giornalista sportiva mai completamente affermata, e soprattutto i postumi di un terribile incidente aereo. Nel 1970 partecipò a un tour di sostegno alle forze militari impegnate in Vietnam, lei che aveva perso un fratello durante la seconda guerra mondiale ed era sempre pronta ad aiutare la sua patria. L’elicottero su cui viaggiava venne abbattuto e lei seriamente ferita: il recupero fu molto lungo. Gli ultimi anni della sua vita non furono, poi, all’insegna della ricchezza, ma i suoi amici la ricordano sempre molto orgogliosa senza essere per questo eccessivamente rigida.
E anche a noi ci appare così. Sarà forse ricordata dai più solo per quell’avventata minigonna, ma ci sembra più grande nell’aver trattato il Trionfo e la Disfatta alla stessa stregua, come recita la scritta che campeggia negli spogliatoi di Wimbledon.

Pubblicato su Ubitennis e Vavel il 19 gennaio 2013

mercoledì 16 gennaio 2013

Australian Open, Day 3: Maledizione Stosur

Nel terzo giorno dello Slam d’Australia iniziano le sorprese del tabellone femminile. Cade subito Samantha Stosur, eroina di casa, assieme ad altre teste di serie. Intanto la squadra italiana continua a perdere rappresentanti anche in doppio, mentre Errani e Vinci, numero 1 della speciale classifica, avanzano in due set.







È sempre vero il detto: Nemo propheta in patria. È ancor più vero per Samantha Stosur, numero 9 delle classifiche. Esce anche quest’anno prestissimo dal torneo di casa perdendo malamente al secondo turno dalla numero 40 del mondo, la cinese Je Zheng per 6-4, 1-6, 7-5. Incredibile come una ex campionessa di Slam (US Open 2011) non riesca a spingersi al quarto turno australe se non in due edizioni, nel 2006 e nel 2010. E le caratteristiche tecniche ci sarebbero tutte per andare per lo meno in semifinale, nonostante il cemento australiano non sia velocissimo. Ma le pressioni che subisce in patria sono evidentemente troppe, anche per le sue spalle, che pure sono possenti.
Nessun problema invece per le numero 2, 4 e 5 del tabellone: Maria Sharapova continua a inanellare doppi bagel vincendo anche nel secondo turno per 6-0 6-0, Agniezka Radwanska ha rapidamente ragione della romena Begu con un doppio 6-3 e la tedesca Angelique Kerber regola la Hradecka per 6-3 6-1. Anche la cinese Na Li, numero 6 del seeding, avanza abbastanza agevolmente in due set, mentre Romina Oprandi, ex italiana che ora gioca battendo bandiera svizzera, perde da Julia Goerges, n. 18 del mondo e interessante esponente della nuova generazione tedesca. Qualche grattacapo in più per Jelena Jankovic, per la Cibulkova e per la francese Bartoli. Anche Ana Ivanovic fatica, andando al terzo con la cinese Chan e pasticciando come le è solito con servizio e mentalità. Venus Williams invece approfitta della poca consistenza della francese Cornet, al prossimo turno avrà invece la Sharapova, e forse questa Venus non basterà.
Ci sono invece state altre sorprese nel tabellone femminile: cade Tamira Paszek, austriaca numero 30 delle classifiche e la Zakopalova (23), che si arrende alla belga Flipkens guadagnando un solo game.
Continua intanto l’emorragia di forze italiane nella terra dei canguri: la Schiavone perde anche in doppio, dal team australiano Barty / Dallacqua. Per fortuna vincono Errani e Vinci, teste di serie numero 1 della specialità, che superano le svedesi Arvidsson e Larsson senza tentennamenti.

Pubblicato su Vavel.com il 16 gennaio 2013